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Pugilato. Il leggendario incontro Foreman-Ali 40 anni dopo

Pubblicato il 27 ottobre 2014 da Marco Ciriello
Categorie : Sport/identità/passioni

aliforeman-10-30-74-poster_lNon è stato il migliore ma quello che colpiva più forte: pugni e parole. Quaranta anni dopo siamo ancora qua a parlare di Muhammad Ali, del suo incontro a Kinshasa, con George Foreman, per il titolo di campione mondiale dei pesi massimi, con l’Africa cambiata, ma sempre in emergenza, ora sotto l’Ebola, con Pistorius che doveva essere il nuovo e invece si è messo in fila con Monzon e O.J. Simpson. Norman Mailer, in “The Fight”, diceva che Ali trattava la boxe da Marlon Brando: interpretando un ruolo come se fosse un prolungamento naturale del proprio stato d’animo. Per questo il film dei suoi incontri si proietta ancora nei ricordi di un mucchio di gente, a prescindere della geografia e della pelle. In “Muhammad Ali – L’ultimo campione, il più grande?” (Gargoyle editore) se lo chiede anche Rino Tommasi ripercorrendo la carriera del pugile. Adesso che George Foreman è un predicatore in chiesa e un venditore di pentole in cucina, e dice di amare Ali: «È comunque un eroe. Gli eroi possono tornare da una guerra senza una gamba o un braccio, ma rimangono eroi. Ali è un eroe bellissimo».

Adesso che Ali ha smesso di parlare prima ancora di boxare e non rinuncerebbe a ironizzare sul cambiamento del suo avversario. Adesso che la boxe è diventata un programma del palinsesto notturno e la rivediamo di giorno solo per le Olimpiadi. Adesso che Mobutu Sese Seko (dittatore dello Zaire) è morto, che Don King (l’organizzatore dell’evento con John Daly e Hank Schwatrz) vive di ricordi, che lo Zaire non esiste e c’è la Repubblica Democratica del Congo, che James Brown (animatore del grande concerto legato all’incontro, si veda il doc di Leon Gast “Quando eravamo re”) suona solo nei dischi, rimane l’epica di un evento dispari. Due neri, potenti, si spostano da un continente all’altro, dalla ricchezza alla povertà, e spostano anche lo sguardo intero del mondo. Invasero l’Africa in modi differenti. Ali – si immerse: atmosfera e gente – sarà per sempre l’uomo cometa che correva in tuta grigia – scurita dal sudore – sulle strade fuori Kinshasa con la coda di bimbi e il coro che telegrafava un desiderio: “Ali, boma ye”. Foreman – si perse – l’uomo in salopette su pelle, coppola e pastore tedesco (Dago), isolato nella sua enorme forza. Mobutu pensò di regalargli un leone per dargli compagnia. «Potrei accampare mille scuse, per quella sconfitta. Ali sostiene che per battermi usò la tecnica del rope-a-dope, che vuol dire prendi al laccio l’ imbecille. Ali fu bravissimo: mi ubriacò prima con la sua bocca, diceva delle cose che mi mandavano fuori di testa. Poi, sul ring, dopo che lo avevo picchiato per sette round, e vi giuro che all’ epoca picchiavo fortissimo, si avvicinò e mi disse: “Ehi George, tutto qui quello che sai fare?”. Quanto l’ ho odiato». Ali allora era il vecchio pugile, tornato a combattere (aveva 32 anni) quello 62592_10151548517092822_1859121648_nche aveva fatto dello sport un mezzo per arrivare ai diritti, era un inconsapevole rapper di un desiderio comune alla sua generazione, la libertà. Foreman, di anni ne aveva 25 e di forza tanta, bastava incrociarci lo sguardo per vedere la sua rabbia cupa ma era solo uno che voleva scalare un conto in banca, e non fece niente per apparire diversamente.

Ali facendosi picchiare gli fece scrivere una vera e propria autobiografia in diretta sul ring: più picchiava più diceva del suo essere solo capace di spostare la gente da una parte all’altra. Gli mancava un motivo valido anche se gli stava scavando dentro. Quando Ali lo mandò a terra, uscendo dall’angolo, con un crescendo di ganci fino all’ultimo diretto che lo consegna alla solitudine, gli cambiò anche la vita. Ha chiamato i suoi cinque figli tutti George, per paura di dimenticarsi. Il resto l’ha fatto Dio apparendogli in uno spogliatoio di Portorico mentre gli cucivano la testa. Ali, invece, ora trema come un budino ed è muto come una pietra, però ha ancora la luce negli occhi. Un rispetto da imperatore. È diventato il testimone, quasi inconsapevole, di se stesso. Vederlo è uno shock, il suo corpo chiede silenzio, la sua storia ancora voci.

@barbadilloit

Di Marco Ciriello

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