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Diritti umani. Nelle carceri israeliane come a Long Kesh: sciopero della fame come lotta

Pubblicato il 24 febbraio 2013 da Gianfranco Zigoni
Categorie : Esteri

palestinesi sciopero della_fameSamer Issawi, Tareq Qadan, Jaffar Ezzedin, Ayman Sharawneh, Akram Rikhawi, Khader Adnan. Nomi che ai più non dicono nulla, nomi di persone che invece anche in questo momento stanno combattendo una battaglia di dignità. Nomi che raccontano la storia dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane che stanno facendo lo sciopero della fame. Come nel Nord Irlanda ai primi degli anni ’80, oggi è nel Vicino Oriente che si usa questo metodo di lotta, in un incredibile quanto assordante silenzio internazionale. Samer e gli altri prigionieri palestinesi hanno deciso di smettere di mangiare per protestare contro la detenzione amministrativa usata in maniera sistematica da Israele.

Di che cosa si tratta? Un sostanziale arresto, anche per anni, senza accuse precise e senza processo.  Un po’ quello che succede ancora oggi nelle Sei contee occupate del Nord Irlanda dove i militanti repubblicani finiscono in carcere per sospetta attività “terroristica”. Ma senza l’obbligo della prova. Come in Corsica, dove i militanti corsi vengono rinchiusi in carcere dai francesi per colpa delle loro idee. Samer Issawi, 33 anni originario di Gerusalemme Est, digiuna da 200 giorni ed è ancora vivo solo grazie a flebo di glucosio e sali minerali. Dall’inizio della protesta ha perso ben 47 kg e vive su una sedia a rotelle. Sono 310 i cittadini palestinesi che si trovano dietro le sbarre a causa della “detenzione amministrativa”. E sono 5mila quelli detenuti, tra cui anche minorenni, donne e anziani. Quello che li accomuna è lo scarso rispetto dei diritti umani e della persona, il non poter vedere i familiari, in una situazione che l’incaricato speciale dell’Onu per i diritti umani, Richard Falk, ha definito di “detenzione disumana”. Anche la Croce Rossa Internazionale è intervenuta sul caso riuscendo a visitare i prigionieri e richiamando le autorità israeliane al diritto di visita dei familiari ai detenuti e ha espresso preoccupazione per le condizioni degli scioperanti. Oltre a questo appello, è in atto una mobilitazione internazionale delle Comunità palestinesi e delle associazioni a loro vicine. Quello che manca è un intervento della Comunità internazionale che dovrebbe richiamare lo stato di Israele al rispetto dei diritti civili e umanitari. Quello che manca è una campagna mediatica che abbia il coraggio di raccontare tutto questo: della Palestina, del Nord Irlanda, della Corsica e di tanti altri luoghi dove si lotta per l’autodeterminazione. Mentre il mondo “normalizzato” rimane in silenzio.

Di Gianfranco Zigoni

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