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Scintill&digitali. L’Ice bucket challenge più marchio che solidarietà?

Pubblicato il 3 settembre 2014 da Natale Cassano
Categorie : Scintill&digitali

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Cosa succede quando un fenomeno diventa virale a livello mondiale? Solitamente qualcuno registra un marchio attinente per trasformarlo in merchandising e farne un po’ di soldi. Nella storia ne abbiamo avuti tanti di esempi: film, giochi, fenomeni virali internettiani (gattini su tutti), talvolta anche storie rivoluzionarie che diventano un semplice brand per giovani (ricordate la moda delle magliette di Che Guevara?).

Uno degli ultimi esempi è un gioco a scopo benefico che ha letteralmente invaso le bacheche dei nostri social network. Sì, esatto, stiamo parlando dell’Ice bucket challenge, dove ci si butta addosso un secchio pieno d’acqua ghiacciata per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla Sla, malattia neurodegenerativa di cui attualmente non esiste ancora cura, e ottenere così fondi per la ricerca.

Partita dall’America, grazie ad alcuni primi coraggiosi Vip che hanno pensato bene di dare il buon esempio, la Als Ibc è stata replicata milioni di volte dagli utenti e sembra aver colpito anche la classe politica italiana, talvolta con qualche risibile incomprensione (vedi il ministro Maria Anna Madia che non ha invitato nessuno a donare, trasformando l’Ibs in un semplice gioco).

Visto il successo dell’iniziativa l’Asla, l’associazione internazionale per la ricerca sulla Sla, ha provato la scorsa settimana a registrare il marchio “Ice bucket challenge”. Il perché questa scelta? Molto più filantropica di quanto sembra. L’associazione ha infatti replicato che “la registrazione del marchio serviva ad evitare che altre persone ottenessero finanziamenti dagli utenti attraverso l’Ibc, finanziamenti che spesso non andavano alla ricerca”. E di casi come questo, secondo l’Asla, ce ne sono a centinaia.

Il ragionamento fila benissimo. Da quando è partito il fenomeno dell’Ice bucket challenge l’associazione ha ottenuto quasi 100 milioni di dollari con le donazioni derivate dai video virali. In un mese ha ottenuto più soldi di quanti ne aveva ricevuti in tutto il 2013. Insomma la viralità ha molta più forza della semplice generosità. Una lezione che i più grandi esperti di marketing hanno imparato bene negli ultimi anni.

Questa scelta ha creato un vero e proprio tsunami in rete: il popolo degli internauti si è diviso tra chi ha lodato la crociata dell’associazione e chi ha visto l’operazione come una dittatura della beneficenza. Ovvero: O donate a noi oppure a nessuno, un diktat fin troppo democratico per la rete.

Forse proprio per questo motivo lo scorso il 31 agosto l’Asla ha fatto dietrofront. E lo ha annunciato attraverso il loro profilo Facebook. “Abbiamo ricevuto moltissimi messaggi negativi – scrivono – da quando abbiamo deciso di brevettare il marchio Ibc. Lo abbiamo fatto per proteggere le donazioni a favore della ricerca sulla Sla, ma possiamo comprendere la vostra preoccupazione. Ecco perché abbiamo deciso di ritirare il brevetto”.

Insomma, se decidete di versarvi una secchiata di acqua ghiacciata in testa potete farlo tranquillamente e potrete donare poi a chi volete una cifra per la ricerca. Per favore però ricordatevi di scrivere sull’intestazione del video il link per le donazioni. Le mode vanno bene, finché hanno una vera utilità sociale.

@barbadilloit

Di Natale Cassano

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