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Calcio/Libri. “Il pallone lo porto io”: verità e ironia di Moggi tra intercettazioni, flop e casseforti

Pubblicato il 21 agosto 2014 da Giovanni Vasso
Categorie : Libri Sport/identità/passioni

moggiDel Piero? Non è una bandiera ed è stato giusto mandarlo via dalla Juve. E se il cielo è stato azzurro sopra Berlino, nel 2006, il merito è (anche) suo. Luciano Moggi si prende la sua rivincita e con “Il Pallone lo porto io” scritto a quattro mani insieme al giornalista Andrea Ligabue rivela segreti, trucchi, mattane e verità su ciò che è stato il calcio in Italia, dagli anni ’80 fino a Calciopoli.

Il libro-verità, edito da Mondadori, rispetta appieno le promesse scritte in sovracopertina. Leggerlo è davvero come stare per dieci giorni filati seduti su una seggiola impaglita del Bar Sport, in compagnia di un vecchio amico che – tra un digestivo e una birretta – ti racconta di come Corrado Ferlaino, ex presidente del Napoli di Maradona, non assistesse mai al secondo tempo delle partite preferendo gironzolare in auto attorno al San Paolo o di come Gianni Agnelli, l’Avvocato, gli telefonasse puntualmente alle primissime luci dell’alba per conoscere tutte le ultimissime novità della “sua” Juventus.

Segreti, misteri e verità: l’ex Big Luciano racconta e snocciola aneddoti ed episodi consumatisi nel retropalco di quello che fu il campionato più bello del mondo. Non c’è livore, però. Sembra quasi distaccato, Moggi, quando gigioneggia Massimo Moratti parlando di contratti custoditi in casseforti e di un presidente fin troppo umano che riuscì finalmente a vincere qualcosa solo grazie a Josè Mourinho che impose alla società di non interferire con i casi di spogliatoio e di non parlare con la stampa.

Sembra un po’ meno distaccato quando parla della “sua” Juventus. E ci sono retroscena che nessuno immaginerebbe mai. Dalle gaffes (tremende, tipo quella del suo telefonino che squilla “chicchirichì” ai funerali di Umberto Agnelli) agli scherzi. Già, chi avrebbe mai immaginato che dietro l’ingessata Triade Moggi-Giraudo-Bettega, si nascondesse una comitiva di mattacchioni dediti a burle che non avrebbero sfigurato in “Amici miei”?.

E poi il lavoro, il duro e appassionante lavoro. La Fiat, al tempo di Moggi, non passava denari alla squadra e perciò – giura l’ex direttore generale bianconero – si doveva lavorare in economia. Anche perché il dirigente vincente è quello che piazza (a cifre altissime) agli altri i brocchi, gli scalmanati e chi ha esaurito il suo ciclo inglobando ragazzi e nuovi talenti a prezzi d’occasione. E’ la plusvalenza, bellezza.

Moggi ripercorre tutta la vicenda Calciopoli parlando di fraintendimenti sul caso Paparesta e puntando l’indice contro l’incoerenza dell’indagine (sportiva e giudiziaria). E pentendosi, amaramente, di aver lasciato il posto alla Juve. Lo stuolo di intercettazioni, quelle usate dagli inquirenti e quelle che l’ex dirigente bianconero contesta e continuerà a contestare, le accuse e l’appassionata difesa del suo lavoro da uomo di calcio.

Poi spazio alle mattane delle centinaia di calciatori che sono passati davanti ai suoi occhi. Gli archivi da osservatore, la fittissima rete di contatti, i colpacci in provincia (gente tipo Zola, Gentile e Causio), campionissimi folli (da Maradona a Davids), presidenti che si affidano a maghi e cartomanti, l’aplomb degli Agnelli contrapposto alle scaramanzie tribali tracimati persino in veri e propri sacrifici pagani consumati dietro la porta avversaria. Un ritratto leggero e scanzonato dei difetti del “nostro” calcio, dai presidenti ricchi e scemi, passando per i “voltagabbana” pallonari (come gli juventini e interisti che, dopo l’acquisto da parte di Silvio Berlusconi e il loro ingresso in società, divennero milanisti di granito) e i giustizialismi de noantri.

Chi si aspetta un pamphlet violento e aggressivo, rimarrà deluso. Moggi si affida all’ironia e non all’invettiva. Una risata li seppellirà. Dietro lo stile da grande vecchio del calcio si celano ritratti inediti e bocciature clamorose. Da Zlatan Ibrahimovic, dipinto come uomo vero e di parola prima che calciatore, fino ad Alex Del Piero, per l’ex dg Juve, un bravo ragazzo, professionale fino al midollo, ma non una bandiera. Lo fosse stato, non avrebbe trattato ogni rinnovo perennemente al rialzo…

“Il Pallone lo porto Io”

Luciano Moggi-Andrea Ligabue

Edizioni Mondadori, pagg.185, 17 euro. 

 

Di Giovanni Vasso

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