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Libri. “True” il viaggio al termine della notte del re dei massimi Mike Tyson

Pubblicato il 3 giugno 2014 da Giovanni Vasso
Categorie : Libri Sport/identità/passioni

tyson true libroE’ la storia di un ragazzino di New York che finisce in riformatorio. Dove trova un irlandese ispirato che lo presenta a un profeta italiano, “colpito dal fulmine due volte”. Finisce ancora in carcere ma stavolta è sulle prime pagine di tg e giornali di tutto il mondo. Perché sul conto corrente ha 300 milioni di dollari. Li spenderà tutti, ma proprio tutti. Finirà male. Un cattivo non può finir bene.

La boxe a fare da filo conduttore, perché sul ring è un rullo compressore. Una bestia di talento con un istinto omicida ancestrale. Droga e alcol a far da collante, con il sesso – spasmodico, affamato, primordiale – a unire la narrazione dell’ascesa e caduta di uno dei più grandi pugili che siano mai saliti sul ring. Cresciuto tirando jab per allontanare il carcere, nel mito dei grandissimi sciagurati del passato, Mickey Walker ed Harry Greb. “Volevo vivere alla grande, come loro: bevevano, avevano un sacco di donne e si godevano la vita“. Sbruffoni, arroganti, affascinanti e irripetibili cavalieri maledetti della boxe. Ha finito per diventarlo anche lui. Dopo aver allacciato i guantoni, in testa aveva un solo pensiero: ammazzare l’avversario. Poi si torna a far baldoria. Mike Tyson, il villain per eccellenza dello sport internazionale si racconta in ‘True’, poco più di seicento pagine edite in Italia da Piemme, che si leggono tutte d’un fiato. 

Il libro-verità (scritto a quattro mani con il giornalista americano Larry Sloanes) ne ripercorre le gesta umane e sportive. Racconta di miserie, innumerevoli. E nobiltà, tante ed insospettabili. Recriminazioni, sì. Ma una vita vissuta oltre ogni ragionevole dubbio. Ardendo, ha finito per bruciarsi. Senza una guida, senza nessuno che potesse mostrargli la strada, senza un uomo che potesse tenergli testa. Troppi soldi, troppa libertà. “La libertà è un bene così prezioso che andrebbe razionato”, Tyson adulto e imbolsito, piegato da anni di eccessi, adesso cita Lenin. E si pente di non aver studiato.

La narrazione procede spedita, implacabile e veloce. Non c’è quasi mai il tempo di fermarsi. Giustificazioni, sì. Spiegazioni, anche. Diritto alla difesa, sacro. Epica sportiva e debolezze umane si fondono mentre scorre il mondo variegato e disomogeneo: le gang, i vecchi papponi, Don King. L’Islam come elemento identitario dei neri d’America, la conversione come Muhammad Alì. Il rapporto con lui. Ma pure quello con la mamma mezza pazza e i suoi compagni d’una notte, la sorella apprensiva e quel padre assente, sconosciuto. La prima moglie, starlette in cerca di gloria. La truce suocera, manager delle inevitabili sorti magnifiche e progressive (?) della figlioletta. Le innumerevoli donne consumate a quintali ovunque capitasse. Tra un magnum di champagne e una busta di coca. Soldi, troppi. In mano a un ragazzino che amava i colombi e con un solo e vero problema: quello di essere accettato. “Un ego smisurato su una scarsissima autostima”. 

Solo un uomo c’era riuscito a domarlo: Cus Damato, colui che venne toccato due volte dal fulmine del pugilato. Floyd Patterson prima, Mike Tyson poi. L’italo-americano progressista e liberale, fuori contesto nella boxe dei procuratori e degli squali. Fuori gioco nell’ottuso mondo Wasp che diventa perciò automatico profeta degli ultimi. Lo raccolse dal riformatorio trasformandolo nel più giovane campione dei pesi massimi. Come un figlio, nero, grosso, con una rabbia dentro che lo avrebbe distrutto. E neppure lentamente. Aveva intuito, quell’italiano mezzo paranoico, che c’era un potenziale atomico nell’anima nera di quel ragazzone. Blandizie e pugno di ferro, bastone e carota. Morì prima di poter raccogliere la soddisfazione di vederlo ritto sulla cima dell’universo pugilistico mondiale.

Tyson ripercorre tutta la sua vita senza nascondere nulla, senza tacere delle sue lunghe parentesi in carcere, delle amicizie pericolose, dell’inclinazione al consumo di droga, maturata nella ‘sua’ New York, nell’inestinguibile fame di sesso che lo porterà alle accuse di violenza carnale su Desirée Washington ed alla condanna. Ciò, però, non gli impedisce di elargire i suoi giudizi e di considerarsi come la vittima di uno degli errori giudiziari più pesanti della storia degli Stati Uniti. Non fosse stato così cattivo, sul ring e fuori, magari avrebbe avuto dalla sua l’opinione pubblica. E poi il rapporto con i ‘colleghi’. Dal morso all’orecchio di George Foreman, alla rivalità con Lennox Lewis. Strano che, come scrive, proprio contro i pugili che rispettasse di più si sia alimentata la leggenda dell’odioso Tyson. L’amicizia con Marvin Frazier, figlio del leggendario Joe. Gli altri, poca cosa. Rispetto manco a parlarne. Green ne esce distrutto, dal libro. Non meno di come ne uscì distrutto dal ring, quando si incontrarono.

Un viaggio che non può avere un lieto fine. Finirà per frequentare con alterne fortune gli Alcolisti Anonimi. Si ricostruirà una vita, una famiglia. Gli muore una figlia piccola, per un assurdo incidente domestico. Si rialza con il cinema. Gira gli States raccontando la sua parabola esistenziale nei teatri. Le burrasche pure. I vizi tornano, come le cambiali da pagare al destino. Non c’è lieto fine nella favola nera del pugile nero con l’anima più nera d’America. La negritudine declinata agli anni ’80. Un viaggio celiniano tra ascese, cadute e l’eterno ritorno. Miserie e nobilità, sfortune e cialtronerie. Che vale la pena di leggere.

@barbadilloit

Di Giovanni Vasso

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