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Premier. La crisi del Manchester United e la pesante eredità di Ferguson

Pubblicato il 3 marzo 2014 da Michele Mannarella
Categorie : Sport/identità/passioni

manchesterNel calcio, ricevere l’eredità di qualcuno che ha scritto la storia è quasi una maledizione. E quando i risultati non arrivano, può diventare un vero macigno che schiaccia chiunque ci si trovi sotto. E’ il caso di David Moyes, allenatore del Manchester United chiamato a sostituire nientemeno che Alex Ferguson, leggenda dei diavoli rossi. E proprio l’eredità di Sir Alex, scozzese come lui, si sta rivelando pesantissima: lo United implacabile, che aveva dominato mezza Europa, ora si trova a sgomitare per un 6° posto in Premier League con l’Everton (ex squadra proprio di Moyes), lontano 15 punti dal Chelsea capolista e 12 dai cugini del City, già fuori dalla FA Cup, e quasi eliminato dalla Champions League già agli ottavi, dopo la sconfitta per 2-0 in casa del “modesto” Olympiacos.

Umiliati. “Imbarazzante”, “Orribile”, “Tragedia greca”. Sono solo alcuni dei titoli apparsi sui tabloid albionici all’indomani della sconfitta allo stadio Karaiskakis del Pireo, che rischia seriamente di estromettere i Red Devils dall’unica competizione in cui, finora, erano stati competitivi. Il Telegraph, in quella che è solo una delle ultime invettive verso Moyes- insieme a tanti altri organi di stampa – ci è andato giù pesante, con espressioni al limite dell’insulto, bollando l’allenatore scozzese come “inetto, inutile e senza speranza”.

Molto poco “british”, al contrario dell’atteggiamento dei tifosi, i quali, seppur divisi tra pazienti ed esasperati, per il momento hanno reagito con humour e pacatezza, limitandosi a cori e malumori, anche se non senza azioni clamorose. Ad esempio, qualche giorno fa un tifoso, sbronzo ed esasperato dalle 6 sconfitte e 2 pareggi nelle ultime 12 partite (Olympiacos compreso) aveva chiamato il 999 – il numero per le emergenze della Polizia inglese – per denunciare lo smarrimento del Manchester United. Un altro fan si è perfino tatuato un “Moyes out!” sulla pelle. Altri supporters , davanti all’Old Trafford, hanno messo una teca con dentro un manichino di Sir Alex e la scritta “in caso di emergenza, rompere il vetro”.

La voce dagli spalti. Tutto sommato reazioni tranquille per una piazza che sa benissimo come diventare una polveriera. Basti ricordare la battaglia che dalle gradinate della Stretford End, cuore pulsante della Red Army mancuniana , si è diffusa contro il presidente Malcolm Glazer. Si è passati dalla protesta colorata, “green & gold till the club is sold“ (verde e giallo finché non vendi il club) – dai colori del Newton Heath, progenitrice dello United – fino all’avventura dell’ F.C. United of Manchester, una squadra vera e propria creata dai tifosi per portare avanti il vero spirito dei Busby Babes partendo dalle categorie più basse e popolari, lontano dalle luci della ribalta, da presidenti affaristi e quotazioni in borsa. A creare il clima incandescente attorno al Manchester United, quindi, hanno contribuito soprattutto i tabloid, che sin da subito hanno bollato l’erede di Ferguson come inadatto, a cominciare dal calcio mercato. Moyes, dal canto suo, non ha fatto niente per smentirli: da una parte cifre altissime spese per Fellaini e Juan Mata (finora rivelatisi più dannosi che altro) e un contratto faraonico a Rooney, dall’altra le due colonne della difesa, Ferdinand e capitan Vidic in partenza a fine stagione a parametro zero (già deciso il passaggio all’Inter del serbo), e i tanti malumori del bomber Van Persie.

Precedenti illustri. Un caos che ricorda molto quello vissuto da un’altra leggenda del calcio inglese, Brian Clough, ai tempi del Leeds. Il giovane e rampante Clough, come immortalato nello splendido libro “Il maledetto United” (riferito al Leeds, non al Manchester), dopo aver portato alla vittoria della premier l’allora matricola Derby County, venne chiamato sulla panchina dell’odiatissimo e vincente Leeds per sostituire il suo arcinemico, Don Revie, scelto a sua volta per guidare la nazionale inglese, ferita dalla mancata qualificazione ai mondiali di Germania del ’74. Il clima ostile creato da giocatori e tifosi Whites, legati visceralmente alla figura rassicurante e vincente di Revie, e i risultati pessimi, lo fecero sopravvivere nello Yorkshire appena 44 giorni. In seguito, Clough riuscì a far alzare la Coppa dei Campioni al modesto Nottingham Forest per ben due volte. Al contrario di Clough, però, Moyes gode della stima di Sir Alex tanto da essere stato caldeggiato proprio dal suo illustre connazionale come suo sostituto all’Old Trafford, e successivamente difeso dopo i primi periodi di crisi.

fergusonNella sua personale difesa di Moyes, Ferguson ha ricordato proprio i suoi esordi sulla panchina dello United, quando, prima di alzare il primo dei 38 trofei vinti nei suoi 26 anni al “Teatro dei sogni”, rischiò perfino l’esonero, e dovette aspettare ben tre stagioni prima di vincere una modesta – anche se molto sentita – FA Cup. Altri tre anni, poi, passarono prima di diventare campione d’Inghilterra, anche se nel frattempo erano arrivate una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e una Charity Shield. Nonostante la stagione disastrosa, Moyes , seppur consapevole dell’enorme responsabilità capitatagli sulle spalle,ci ha già messo molto meno del suo illustre predecessore per alzare un trofeo, ovvero la Community Shield lo scorso agosto contro il Wigan.

Il cambio di personalità, di tattica e gestione in panchina era chiaro sin da subito che non potevano essere assimilati immediatamente, ma il blasone dello United,e la pressione mediatica creatasi negli anni delle vittorie attorno ad esso, hanno però creato delle aspettative che nemmeno le parole di un’autorità come Ferguson possono tenere a freno. Viene da chiedersi, a questo punto, se il Sir Alex degli esordi, nel calcio di oggi che è sempre più un business e sempre meno uno sport, in cui non c’è tempo per veder plasmare una creatura e farla crescere, sarebbe mai potuto diventare la leggenda che poi è diventata, e se Moyes non sia degno almeno del beneficio del dubbio.

@barbadilloit

Di Michele Mannarella

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