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L’intervista. Micalessin: “Immigrati e sbarchi? L’operazione Nato in Nordafrica fallimentare”

Pubblicato il 12 ottobre 2013 da Giampiero Cannella
Categorie : Le interviste

lampedusa1“La tragedia di Lampedusa è soltanto l’inizio, l’instabilità di Tripoli è una minaccia per la vita dei migranti e un attentato costante ai nostri interessi nazionali. A breve potrebbe rendersi necessario un intervento militare in Libia che coinvolgerà il nostro Paese”. Gian Micalessin, inviato de “Il Giornale” nei teatri più caldi del Mediterraneo (nella foto insieme ad alcuni miliziani anti-Gheddafi in Cirenaica durante la rivolta) non usa giri di parole. D’altronde il giornalista, triestino di origine, nella sua carriera di conflitti ne ha visti e documentati tanti. Afghanistan durante e dopo l’occupazione sovietica,  ex-Jugoslavia, Zaire, Ruanda, Iraq, Cecenia, Nordafrica durante la primavera araba e Siria sono stati alcuni dei fronti di guerra che Micalessin ha vissuto sul campo e raccontato per i lettori dei maggiori quotidiani nazionali ed esteri.  Gli abbiamo chiesto un parere sulla attuale situazione al largo delle nostre coste.

Lei ha visto molti fronti di guerra e vissuto tragedie come l’epidemia di Ebola in Africa o il conflitto tra Hutu e Tutsi, raccontando anche il dramma di quelle popolazioni che fuggivano cercando la salvezza lontano dal loro Paese.  Perché, secondo lei, ci sarebbe un nesso tra quello che accade nel Canale di Sicilia e l’instabilità in Libia?

“L’operazione della Nato a supporto delle rivolte in Nordafrica ha avuto effetti disastrosi. La Libia, nostra ex-colonia, è lontana dalle nostre coste meno della distanza tra Roma e Milano. Ed è ormai una terra senza legge, come ha dimostrato, due giorni fa, il rapimento ad opera di una milizia islamica, del suo premier. Tutti gli indicatori ci dicono che la “quarta sponda” si sta rapidamente trasformando in una terra senza legge, una nuova Somalia a soli 400 chilometri dalla Sicilia. Banchine e porti libici sono controllati dalle milizie e subafittati, come ha dimostrato il naufragio a Lampedusa del barcone salpato da Misurata, ai mercanti d’uomini. Da Misurata e dagli altri porti prenderanno il mare, in caso di definitivo collasso e conseguente “somalizzazione” del paese, decine di migliaia di disperati”.

Oggi anche i magistrati siciliani ipotizzano l’esistenza di una grossa organizzazione che gestisce, tra l’altro, le “carrette” del mare. Quindi è concreto il rischio è la creazione di una sorta di moderna “Tortuga” nel Mediterraneo a poche miglia dalla nostra costa?

“Esatto. Dagli stessi porti dai quali partono gli scafisti con gli immigrati, grazie alle grandi quantità di armi e disperati pronti a tutto, potrebbero salpare, seguendo uno schema già sperimentato in Somalia, i nuovi filibustieri pronti a riportare la pirateria nel Mediterraneo. Inoltre l’instabilità attuale ci sta già costando parecchio, anche senza prendere in considerazione i traffici criminali”.

Si riferisce al tema dell’approvvigionamento energetico?

“Certo, Prima della caduta di Gheddafi importavamo dall’ex colonia circa 280mila barili di petrolio al giorno, pari al 23 per cento del fabbisogno. Dopo la morte del raìs, l’Eni riuscì a garantirsi forniture per circa 270mila barili al giorno riducendo al 16/17 per cento, grazie a nuovi fornitori, la quota di dipendenza dalla Libia. A luglio le milizie pagate, in teoria, da Tripoli per difendere le installazioni hanno rotto gli accordi e occupato i terminali petroliferi. Da allora l’Eni riceve meno di 60mila barili di petrolio al giorno. Già oggi quindi le forniture di greggio libico, nostro insostituibile interesse nazionale, sono ridotte a meno di un quarto del minimo necessario. Più cruciale dell’oro nero è però il gas. Un taglio alle porte dell’inverno lascerebbe l’Italia al gelo rendendo estremamente più onerosa la produzione industriale e trascinando al tracollo la già dissestata economia. Le milizie jihadiste di cui parliamo, peraltro, oltre a minacciare i pozzi, controllare intere regioni della Cirenaica e del sud del paese, dispongono d’ingenti quantitativi di armi convenzionali, di migliaia di missili anti aerei e di ordigni chimici razziati negli arsenali del Colonnello. I 400 chilometri tra Tripoli e le nostre coste sono una distanza troppo esigua per garantirci che quelle armi non vengano usate contro i nostri aerei o non finiscano nelle mani di cellule terroriste trasferitesi sui nostri territori”.

Uno scenario da incubo, quindi, potrebbe materializzarsi da qui a pochi mesi nel Canale di Sicilia…

“Purtroppo sì. Per far fronte a tutto ciò la semplice iniziativa politica pottebbe non essere più sufficiente. Un collasso della Libia richiede la messa a punto, d’intesa con gli alleati, di un intervento armato che consenta di fronteggiare la minaccia al qaidista e al tempo stesso assumere il controllo di pozzi petroliferi, gasdotti e città portuali. Ovvero di difendere sul posto la nostra libertà e i nostri naturali e irrinunciabili interessi nazionali”.

*da destra.it

Di Giampiero Cannella

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