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Calcio. Eterno Maicon: dal Triplete al declino alla rinascita a Roma sognando i Mondiali

Pubblicato il 27 settembre 2013 da Francesco Sannicandro
Categorie : Sport/identità/passioni

MaiconQuando fa quelle facce un po’ così, sembra un mix tra Bingo Bongo e Hulk. Arrabbiato, contrariato, o quando incita i tifosi, quella carnagione olivastra che copre quella corporatura da Colosso di Rodi assume conformazioni bizzarre. Eppure lui, fino a tre stagioni fa, era il terzino più forte del mondo. Non c’era Dani Alves che tenesse, Sisenando Maicon Douglas era il numero uno.

A San Siro e dintorni, a fine partita sulla fascia destra c’era il solco tracciato da un treno che neanche un corteo di NO TAV sarebbe stato in grado di impensierire. Corsa, tecnica, strapotere fisico, tiro, cross, dribbling: un repertorio da primo della classe. Punto. Il triplete, a quasi 29 anni, per entrare nella storia. Poi, gradualmente, inesorabilmente, secondo la più spietata concezione polibiana, all’apice fa seguito il tracollo. Infortuni, incertezze, imprecisioni: il treno ha cominciato a deragliare, il fischio non si sente più, le sortite devastanti diventano rare comparsate di scarso successo. All’Inter iniziano addirittura a guardarsi intorno, disperati, alla ricerca di qualcuno che lo ricordi anche solo fisicamente: arriva Jonathan, pelato come il Colosso, olivastro come il Colosso, ma, purtroppo per Branca e Moratti, molto più Bingo Bongo che Hulk (stagione in corso esclusa). Nell’estate del 2012, quando in via Durini decidono che i reduci dell’impresa sono solo dei complementi d’arredo costosi ma ormai impolverati, Maicon parte, va a Manchester, sponda City, dagli sceicchi che possono accollarsene l’ingaggio, ma soprattutto da Roberto Mancini. Il Mancio per primo l’aveva buttato nella mischia, quando nel 2006 era arrivato per una manciata di milioni, pressochè sconosciuto, dal Monaco e lo aveva costretto a dirottare Javier Zanetti a centrocampo. El Tractor a fare l’interno, Sisenando a coprire e ripartire. Sì, Sisenando è il suo nome di battesimo e, no, non si chiama Maicon per un errore dell’anagrafe brasiliana che, dicevano i bene informati, aveva mortificato l’aspirazione paterna di avere un figlio che si chiamasse Michael Douglas.

Al City, però, la rinascita non c’è, il treno rallenta ancora: solo tredici presenze, senza traccia di quel famoso solco. A fine stagione, Mancini non c’è più, il triennale dell’ex terzino più forte del mondo diventa carta straccia. Qualcuno si aspetta che lui si ritiri in Brasile, a godersi un esilio in patria, lontano dal calcio che conta. E invece no. Nel 2014 ci sono i Mondiali in casa e Maicon non se la sente proprio di arrendersi un anno prima. Daniel Alves, intanto, è diventato il titolare. Il Colosso vuole ripartire e, per farlo, sceglie di imbarcarsi in una scommessa che a tanti sembra reciprocamente persa: Roma, sponda giallorossa, due anni di fallimenti americani alle spalle, proprio come due sono le annate storte di Maicon. Molti, quando lo vedono arrivare, ripensano subito all’Imperatore detronizzato Adriano, ma, almeno dal punto di vista fisico, devono ricredersi: nonostante la quasi totale inattività, non c’è traccia dei 103 kg portati in dote da un altro ex migliore del mondo. Progressivamente, il treno Maicon riprende a correre e, lentamente, un passo alla volta, si prende la fascia destra giallorossa e, soprattutto, la Selecao.

Le prime cinque giornate lo vedono presenza imprescindibile nella miglior difesa del campionato, si rivedono le sgroppate di un tempo e, con loro, quelle facce un po’ così, tra Bingo Bongo e Hulk, rifanno capolino. “Non sono una scommessa”, si è schernito nella conferenza stampa di presentazione. Per dimostrarlo, cinque giornate sono un indizio, non costituiscono ancora una prova. Il treno, però, nel frattempo, ha ricominciato a fischiare.

@barbadilloit

Di Francesco Sannicandro

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