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Giappone. Arashiyama, la magia della foresta di bambù e l’uomo che cerca la sua via

Pubblicato il 7 Gennaio 2020 da Giovanni Vasso
Categorie : Corsivi Reportage non conformi

Arashiyama Beatiful bamboo path in Kyoto, Japan

Una fiumana di gente, da ogni dove, che segue il serpentone. In seno a una foresta, percorre un sentiero che ora s’alza e ora svolta. Immerso nel bambù. Un gatto striato imprigrisce nell’osservarsi e si bea nello scrutare la folla rumorosa di sorrisi, di clic e scalpiccii.

Al lembo settentrionale di Kyoto, ad Arashiyama, la foresta di bambù chiama a sé migliaia di turisti. Per una passeggiatina nel verde, a far fotografie agli alberi che sottili, verdi e altissimi. In realtà sarebbe un rito. Ancestrale e intimo, l’uomo che se ne va nel fitto del bosco a cercare la sua via, la sua strada, il suo geras. È un archetipo condiviso, questo sì, a tutte le latitudini. Dalle fiabe europee agli animali sacri, ai totem dei Pellerossa, all’Asia, appunto.

Ci si entra da soli, una persona o una comunità. Si va nella foresta a cercare il proprio destino. Il bosco del bambù ha suggestioni spirituali importantissime. Lo slancio verso l’alto, la forza elastica di tronchi verdi e vitali che richiama alla mente l’intuizione di Jigoro Kano, il maestro che inventò il Ju Do, la via della cedevolezza. Farsi giganti con la forza altrui e la determinazione propria, come Kano che, piccolo e gracile, si fece guerriero e forgia di guerrieri. Il gatto striato sbadiglia; è ancora lì, si gira dall’altra parte.

Le ragioni profonde del fascino magnetico di Arashiyama non sono di questo mondo, almeno non sono di quello della stragrande maggioranza dei turisti. La suggestione non opera quando si è in tanti, in troppi; non è un tempio che, immediatamente, induce al sacro. L’ingresso nella foresta presuppone consapevolezza; c’è differenza tra il camminarci dentro, con una Reflex al collo e il penetrarla. Una differenza notevole e sostanziale. Negli slarghi, a destra e a sinistra, ci sono alcune statuine. Dei monaci sono, che ricordano un po’ i Kappa, i mostri a guardia dei fiumi. Si offrono loro degli spiccioli per ingraziarseli. Magari perché ci mettano una buona parola loro, per far uscire belle le foto.

È difficile che qui esca una sola foto decente. Perché la luce filtra irregolare tra i tronchi, tra i rami e nel verde del bambù. Forte, fortissima o debole, fioca. Nessuna via di mezzo. Te ne accorgeresti solo dopo, una volta tornato a casa, che la tecnologia non può domarla. Fa quello che vuole, come potenza divina.. Come la potenza rigenerativa che il bosco di Arashiyama offre a chi gli fa pia visita. Forte, fortissima oppure nulla, ai profani. Dipende dalla scelta all’ingresso: camminarci attraverso o tentar di penetrarla. Non basta una foto a fissarne la suprema bellezza, a carpirne l’essenza. Alla faccia degli esteti di Instagram. Il gatto striato si rizza in piedi, alza la coda. Cosa strana, qui in Giappone. Lui ce l’ha, ad onta dei secoli passati a selezionare razze per far sì che non più crescesse loro quel maligno arnese con cui si trasformano. Si concentra: poi si rimette steso a sbadigliare.

Nessuno presta attenzione a lui. Qualcuno gli offre un pizzico di cibo. Lui se ne frega. Sta lì e continua a guardare e sbadigliare. Se qualcuno lo infastidisce, si alza e cambia posto. Rimane lì, nessuno bada sul serio a lui. Sembra debole e indifeso, ma è lui il padrone qui, è lui l’oracolo. Nessuno pare badarci. L’importante è, almeno, inghiottire un goccio d’aria fresca dopo aver bevuto l’afa asfissiante della città. Per lui, meglio così.

C’è un binario che si attraversa a piedi e che taglia a metà il percorso nella foresta. Un piccolo passaggio a livello, a misura di pedone. Superato, si ritorna a respirare aria fresca, colpi di luce e bambù. Poco più in là una casetta di legno. Dentro ci vive e lavora una signora, deliziosa, che offre ai viandanti tutto un campionario di oggetti in legno. Teiere, tazze, frustini; piattini, temperini, taglieri. E poi sete, porcellane, té. Tutto c’è. Sobrio, elegante e invincibile: persino il ninnolame quasi si trasfigura. Fuori bussa il furgoncino di un fornitore che reclama, educatamente, attenzione. Il torii che anticipa l’uscita è lì vicino. L’escursione è finita, si prega garbatamente, di uscire e fare spazio al prossimo carico di cliccatori compulsivi.

Il gatto non s’è mosso dal suo trono. Gracile, piccolo eppure potentissimo. Lui, l’essere più misterioso del Giappone, si nutre di indifferenza dentro la foresta, nel luogo del destino. Lui, che ha potestà sui morti e il potere di far danzare gli scheletri solo per il piacere di farsi qualche risata. Lui, che se gli gira può essere il demone più irriducibile o l’amico più fedele, oltre la vita stessa. Lui che, comunque sia, accende il fuoco in casa, quando non c’è nessuno, se ha freddo. Lui si stiracchia annoiato dall’indifferenza e dall’insipienza dei pellegrini hitech, quelli che il fuoco di Prometeo ha fuso il senso del limite. Forse, ne è anche sollevato. Meglio che loro, i turisti, si accalchino a rendergli omaggio nel comprare i maneki neko, l’epifania in forma di statuette beneaugurati, quelle per cui saluta col braccio ciondoloni. Lascino i bakeneko e i gotokuneko, le loro meraviglie, la loro potenza, il loro splendore in pace.

Del resto, chi cammina in una foresta senza poter accostarsi a penetrare il mistero è meglio che rimanga lì, a fotografare i ciondoli di bambù nella capanna della signora del legno.

@barbadilloit

Di Giovanni Vasso

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