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Focus. Storie d’Italia a confronto: Salvemini, Croce e Volpe tra marketing e storiografia

Pubblicato il 12 Novembre 2019 da Roberto Bonuglia
Categorie : Cultura

Con questo saggio, inizia la collaborazione con il magazine Barbadillo lo storico-ricercatore Roberto Bonuglia

Il 3 gennaio 1925 nel celebre discorso alla Camera Benito Mussolini si assunse la responsabilità civile, morale e storica di quanto era successo dalla marcia su Roma a quel momento. Una responsabilità, è noto, che pagò a caro prezzo lui e l’Italia tutta.

Ma il 1925 è interessante non solo dal punto di vista storico-politico, lo è anche da quello storiografico. In quell’anno, infatti, Gaetano Salvemini pubblicò L’Italia politica nel Secolo XIX di cui pochi rammentano oggi la rilevanza. In quelle pagine l’intellettuale di Molfetta riproponeva la sua convinzione che la Storia fosse fatta «sempre dalle minoranze consapevoli e attive» capaci di vincere le «inerzie delle moltitudini». Ma, soprattutto, poneva l’accento sulle diverse condizioni delle regioni del Nord nelle quali una florida borghesia consentì di sperimentare forme di autogoverno che al Sud l’arretratezza economico-sociale, la minaccia del brigantaggio e del clerico-legittimismo avevano invece soffocato a favore di una poderosa spinta verso uno Stato centralista e monarchico.

Gaetano Salvemini

Nella produzione storica di allora quelle pagine rappresentarono l’unico scritto di sintesi dedicato espressamente al Risorgimento. Solo nel 1927 Walter Maturi ne riconobbe i meriti definendolo «notevole per la profonda spiegazione della genesi dell’accentramento amministrativo dello Stato italiano»1 che rinveniva le sue radici nell’endemica debolezza del “partito nazionale” nel Sud: quel “Mezzogiorno”, insomma, che da Depretis in poi rappresenta il principale tema di analisi sociale e di critica politica maturato in Italia nel compiuto tentativo revisionista sia del mito nazionale-unitario creato dal Risorgimento sia del ruolo attivo dello Stato centralizzato e delle sue articolazioni periferiche, quali mezzi decisivi e positivi di modernizzazione della società meridionale2.

L’intervento di Maturi non fu casuale poiché, proprio dal 1925 al 1927, altri due maestri della storiografia italiana si misurarono con la storia italiana ad essi prossima dall’Ottocento alla Grande Guerra: Gioacchino Volpe e Benedetto Croce. Il primo con L’Italia in cammino (del 1927) e il secondo con la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (del 1928).

Gioacchino Volpe

Crollavano così il tabù della divulgazione e della contemporaneità: per la prima volta gli storici abbandonavano il modello della storiografia erudita per affrontare la divulgazione e la scrittura per un pubblico non solo di specialisti ma fattosi tendenzialmente di massa superando le colonne d’Ercole della modernità e spingendosi fino alla loro contemporaneità.

La melior pars della storiografia italiana in soli tre anni, si misurava sugli stessi anni di storia patria: Croce, Salvemini e Volpe. Di matrice hegeliana il primo, impropriamente lottizzati e sbrigativamente classificati nella sottospecie “economica-giuridica” gli altri due dalla vulgata storiografica, per dirla con De Felice.

Dei tre lavori citati quello di Salvemini fece da apripista inducendo Volpe e Croce a misurarsi anch’essi con la passione politica e l’impegno civile appagando «il bisogno di una riflessione sull’ieri per meglio intendere l’oggi a sua volta intrecciata alla querelle sul fascismo quale parentesi o rivelazione di tale storia […] Ciò soprattutto per Croce e Volpe, Salvemini ormai proscritto per autoesilio»3.

Benedetto Croce

Croce e Volpe: destini paralleli fin dalla nascita divisi solo da 100 km e 10 anni. Il primo nato a Pescasseroli il 25 febbraio 1866, il secondo a Paganica il 16 febbraio 1876. E poi divisi un po’ su tutto: il primo liberale e conservatore, neutralista nel 1914, rigoroso antifascista, il secondo interventista e nazionalista, “fascista” e uomo di Regime. Il primo convinto che il lavoro dello storico fosse da intendere come un’attività solitaria, il secondo persuaso del fatto che i migliori risultati venissero da uno sforzo collettivo. E la lista delle differenze potrebbe farsi ben più lunga se non fosse che le vicende attorno La Storia d’Italia e L’Italia in cammino inducessero a spostare l’attenzione su altri aspetti meno noti ai più.

Negli anni più fascisti d’Italia la ricostruzione storica dell’antifascista Croce conosce ben otto edizioni, tre delle quali solo nel 1928 per un totale di 8.000 copie. Nel 1929 si arriva a 10.000 con la prima edizione riveduta che, nel 1934, viene ristampata per due volte: la prima in 1.200 copie e la seconda in 1.600. Laterza poi stamperà altri 2.000 esemplari nel 1941 e 4.000 nel 1943. La tiratura complessiva supera le 20.000 copie: per quei tempi un vero e proprio best seller.

Solo tre invece le edizioni de L’Italia in cammino che la Treves di Milano stampa nel 1927, 1928 e nel 1931. A queste si aggiunge una sola ristampa delle pagine vergate dal “fascistissimo” Volpe. Quale il motivo di tale squilibrio? Quale spiegazione persuasiva spiega il fatto che l’opera di uno studioso avverso a chi tiene il potere abbia più successo di un altro che invece tutti consideravano vicino al «pilota che fa la storia»4? Che il lavoro di Croce fosse migliore rispetto a quello di Volpe?

Una cosa è certa: Croce strumentalizzò fin da subito la sua Storia d’Italia creando ad hoc un mito che esulava dalla realtà: il suo sbandierato antifascismo fu una vera e propria operazione di marketing editoriale per creare intorno al volume un interessamento mirato a oscurare la temuta acribia documentale e il talento letterario di Volpe. Lo conferma la scelta di fermarsi al 1915 evitando astutamente di trattare argomenti troppo scomodi per l’epoca e le note del Ministero dell’Interno di quei giorni: «Negli ambienti diplomatici ha avuto larga diffusione l’ultima opera di Benedetto Croce […] Tutti i capi dei vari uffici ne hanno fatto acquisti per conto delle rispettive ambasciate o legazioni». Una corsa all’acquisto incoraggiata dal fatto che fu diffusa «la voce che il volume di Croce sarebbe stato in gran parte tolto dalla circolazione per disposizioni del governo in quanto esso costituirebbe una esaltazione del liberalismo»5. Il tutto compiuto in sinergia con la casa editrice: «Il famoso editore Laterza di Bari, noto anche come socio di Benedetto Croce nella speculazione libraria, pur prosternandosi al fascismo, continua a fare la reclame alla Storia del Croce […] ed a pubblicare la rivista del Croce sulla quale si insultano chiaramente alti esponenti del Regime»6.

E di quali esponenti si trattava se non di Volpe? Un rivale, un nemico giurato reo, secondo Croce, di aver ridotto il movimento storico a una meccanica e dinamica delle forze in campo che si risolveva in un «profilo esterno di dramma storico» senza nessuna rappresentazione del «dramma intimo» a esso sottostante e che aveva fornito con il libro del 1927 l’immagine di un’Italia che «cammina, ma non pensa, non sogna, non medita, non si critica, non soffre, né gioisce: cammina»7.

Ma altro che camminare, ne L’Italia in cammino Volpe correva e doppiava le pagine di Croce sia per applicazione del metodo storico sia per talento narrativo. E individuava i caratteri di un vischioso processo storico in corso che, dopo la costruzione dello Stato, gli appariva per l’appunto in cammino, in via di realizzazione. Rispetto a questo cammino, l’Italia liberale si presentava agli occhi di Volpe come un periodo cruciale e contraddittorio, in cui le spinte all’unificazione effettiva del Paese si scontrarono con le resistenze di quello che egli considerava il dato originario e persistente di tutta la storia italiana: la tendenza alla frantumazione che il fascismo aveva finalmente arginato e superato.

E Volpe tutto ciò lo faceva incassando lusinghieri giudizi che non venivano, come fu per Croce, dai protagonisti politici delle vicende ricostruite – Giolitti e Salandra su tutti8 – ma da lettori ben più qualificati del suo tempo e oltre. Giorgio Amendola in primis che in merito non esitò a sostenere: «L’Italia in cammino di Volpe era un libro che aveva influenza e che rappresentava una linea di ricerca diversa dalla Storia d’Italia di Croce. Io che ero antifascista, in maniera anche intransigente, tuttavia non potevo non trovare nel libro di Volpe alcuni elementi che andavano nel senso di quello che io cercavo: come l’Italia è cambiata?»9. E poi Leo Valiani che – a dispetto di Croce – loda la “camminata” di Volpe nella storia patria poiché in essa «alcune delle doti che ne avevano fatto, a suo tempo, un grande storico, sono evidenti. Sia la democrazia liberale italiana, che il movimento socialista sono trattati da Volpe con mano sicura. Se la sua esperienza e la sua fede politica lo rendono particolarmente incline a percepire le deficienze, effettivamente esistenti, del regime liberale ciò accresce soltanto l’acutezza della sua analisi. La valutazione che Volpe fa dello Stato italiano liberale è meno ispirata, meno alta di quella di Croce, ma è più penetrante il suo occhio per il rovescio della medaglia»10.

Amendola e Valiani non erano certo vicini al Regime il primo essendone fuoriuscito e l’altro confinato. Eppure non esiteranno – pur se col senno di poi – a prendere una posizione netta. Il che forse induce a mal pensare ma convince del fatto che l’Italia in cammino eccelle – oggi come ieri – non solo per i motivi ricordati ma soprattutto per l’applicazione di un più nobile e onesto metodo storico: «La storiografia si distingue dalla polemica politica non necessariamente per l’impulso contingente di chi la coltiva, ma per la sua capacità di sollevarsi poi al di sopra d’esso e di render giustizia anche a coloro che, nell’epoca da lui trattata, ebbero idee che l’autore non condivide»11. E ciò, “camminando” a Volpe certo riuscì e bene. A Croce, dalla sua torre d’avorio, molto meno.

1  W. Maturi, recensione a F. Lemmi, Il Risorgimento, in «Nuova Rivista Storica», 1927, p. 410.

2  G. Aliberti, Società politica e ruoli di potere delle élites locali italiane tra l’Otto e il Novecento, in Vecchie e nuove élites, Roma, Bulzoni, 200, p. 95.

3  G. Aliberti, Da Cavour a Giolitti: l’Italia di Croce e di Volpe, in Gioacchino Volpe tra passato e presente, Roma, Aracne, 2007, p. 47.

4  R. De Felice, Gli storici italiani nel periodo fascista, in Intellettuali di fronte al fascismo, Roma, Bonacci, 1985, p. 316.

5  Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno-Direzione Generale della Pubblica sicurezza, Divisione polizia politica, Fascicoli personali, 1926-1944, Fascicolo benedetto Croce, I, b. 358, Nota informativa del 13 marzo 1928.

6  Ivi, Nota informativa del 14 aprile 1932 (Sede di Napoli).

7  B. Croce, Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia, in Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, vol. II, Bari, Laterza, 1964, p. 239.

8  B. Croce, Venti anni fa. Ricordo della pubblicazione di un libro, in Id., Nuove pagine sparse, vol. I, Bari, Laterza, 1966, pp. 386-391.

9  G. Amendola, Intervista sull’antifascismo, Bari, Laterza, 1976, p. 50.

10  L. Valiani, La storiografia italiana nel periodo 1870-1915, in Id., Questioni di storia del socialismo, Torino, Einaudi, 1975, p. 293.

11  Ibidem.

@barbadilloit

Di Roberto Bonuglia

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