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Cinema. Quando Rambo era italiano e non solo nel nome

Pubblicato il 24 Ottobre 2019 da Marco Petrelli
Categorie : Cinema

Che il veterano ed eroe della Guerra del Vietnam, John Rambo, fosse italiano lo sapevano anche i muri. O, almeno, lo si sapeva da Rambo 2 (1985) quando gli viene fatto notare: “Rambo John J., classe 1947, italiano di terza generazione” dall’agente doppiogiochista Murdock.
Sì italiano, come le è l’attore che da 39 anni gli presta il volto e come lo era il personaggio di First Blood (1972) romanzo di David Morrell al quale si ispira la pellicola.
Eppure c’è una ulteriore italianità in Rambo nota, forse, ai cinefili e agli appassionati della saga non certo al grande pubblico.
Poco dopo la sua pubblicazione in Italia, infatti, First Blood finisce nelle mani di Tomas Milian, attore cubano passato per il celebre Actors’s Studio di New York e diretto in Italia sin dai primi Anni Sessanta dai registi Mauro Bolognini, Alfredo Giannetti e Luchino Visconti.

In quel periodo di lieve declino della sua carriera, Milian aveva accettato parti in b-movies a sfondo poliziesco, dalle tinte cupe e ai titoli altisonanti o incrocio fra azione e commedia: La Banda del Gobbo, La Polizia accusa: il servizio segreto uccide e tutta la serie del maresciallo Giraldi: pellicole dimenticate nell’arco di pochissimi anni, solo recentemente riscoperte dal grande pubblico grazie a YouTube e alle citazioni di Eli Roth e di Quentin Tarantino, quest’ultimo grande appassionato del genere.

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Insomma Milian legge First Blood e se ne innamora. Vuole essere lui Rambo e propone la cosa ai produttori. Ma il budget per ricreare le atmosfere del libro non c’è e allora, per accontentarlo, l’Hollywood nostrana gli propone un ruolo da poliziotto duro di nome Rambo ne Il giustiziere sfida la città (1975) di Umberto Lenzi.

Il Rambo di Milian è incorruttibile, duro, determinato ma non è il reduce di Morrell: stesso nome ma trama decisamente diversa. Per la trasposizione fedele dell’opera sul grande schermo bisognerà attendere ancora qualche anno, durante il quale Hollywood cerca potenziali interpreti per un personaggio tanto atletico e prestante quanto complesso e, a suo modo, fragile. Già perché il Rambo del film non uccide il “nemico”: ferimenti tanti e una lotta senza quartiere fra il soldato che vuole solo reinserirsi e lo sceriffo, ormai folle, che lo bracca. E il pianto finale liberatorio, denuncia della condizione che negli USA del tempo vivevano ancora migliaia di “Viet-Vet”, di reduci del Vietnam fra i ricordi orribili della guerra e un profondo senso di abbanono.  Rambo non muore ucciso da Trautman come nel libro, ma è da questi convinto ad arrendersi e ad uscire disarmato.

Il regista Ted Kotcheff contatta Massimo Girotti in arte Terence Hill il quale rifiuta la parte: trama troppo violenta per un attore che, con il collega Pedersoli (Bud Spencer), faceva ridere il pubblico con grandi scazzottate e nessun morto. Dopo aver preso in considerazioni altri italiani (o italo-americani) quali De Niro e Al Pacino, nonché un veterano delle pellicole made in Italy come Clint Eastwood, la parte va a Sylvester Stallone all’apice del successo con Rocky. Anche il ruolo del colonnello Samuel Trautman se la aggiudica un italo-americano, Richard Crenna, scelto dopo la rinuncia di Kirk Douglas per divergenze sul set.
Fra i comprimari, inoltre, vale la pena ricordare David Caruso (giovane agente di polizia ferito da Rambo), il futuro Oratio Cane della serie CSI.

Nei film successivi la presenza di italiani o italo-americani si riduce drasticamente: c’è un greco che interpreta Massoud in Rambo 3 e una sequela di attori ispanici nell’ultimo Rambo, chiamato non a caso Last Blood, dove il “Viet vet” combatte i cartelli messicani. Non all’altezza dei precedenti, certo, specie del primo: romantico e avventuroso, senza esagerare troppo. Last Blood è un tripudio di violenza e sangue che travolge Rambo

Fonte: richardcrenna.com

nella sua casa, in Arizona, quella casa nella quale sogna di tornare in tutta la serie.
Ma ci sta, specie per il tipo di nemico che affronta: definito “trumpista” e anti-messicano dalla critica più schierata, l’anziano Berretto Verde uccide i narcos con le stesse foga ed originalità usate contro i birmani, i sovietici, i vietnamiti. Insomma, il cattivone che fa una fine orrenda come nello stile della saga e come nello stile di quei film che non vogliono “lanciare messaggi”, solo intrattenere e divertire lo spettatore dall’inizio ai titoli di coda.

@barbadilloit

@marco_petrelli

Di Marco Petrelli

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