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Roma. Il caso al Caffé Greco, un piccolo (grande) problema che ci interroga sulla nostra identità

Pubblicato il 24 Ottobre 2019 da Giuseppe Del Ninno
Categorie : Corsivi

Le cronache riportano un “piccolo” evento romano: lo sfratto – e dunque la chiusura – dell’antico “Caffè greco”; ma spesso i “piccoli” eventi sono segnali di grandi mutamenti, e le città sono il palcoscenico di tali processi. Restiamo a Roma, e pensiamo a come si è trasformata via Veneto: da luogo d’incontro di artisti, politici, attori, e quindi di un fervore culturale forse irripetibile – non fu solo “dolce vita”! – a scenario disadorno ingombro di traffico e di un turismo straccione nelle masse e “cafonal” nei frequentatori dei grandi alberghi, spesso nelle mani di proprietari stranieri.

 

Il Caffè Greco è solo l’ultimo di una serie di locali spariti, in questa Roma sparita, che non dispone neppure di un Roesler Franz: mi limito a ricordare il caffè Aragno di via del Corso – poi divenuto “Alemagna” – dove si riunivano poeti, pittori, scrittori (fra gli altri, Marinetti, Cardarelli, Sinisgalli) o il Ronzi e Singer di piazza Colonna, che accolse il primo generale dell’esercito italiano, dopo la Breccia di Porta Pia. E tralascio il lungo elenco di sale cinematografiche – anche esse “storiche” – chiuse e non sempre sostituite dalle multisale, nuovi non-luoghi; e delle librerie (prima fra tutte quella di Remo Croce, sul Corso Vittorio Emanuele).

 

Anche per non dimenticare questi siti di una “calda” socialità, anni orsono ho scritto un romanzo – “La vedova” –  ambientato nella Roma degli anni 60 del 900, dove bar, negozi, cinema sono le quinte dove si svolge una trama che mescola stilemi del “giallo”, del “noir” e della “spy story”.

 

Ma torniamo al Caffè Greco. Ignoro – e, in fondo, non m’interessano – gli aspetti mercantili della questione fra i gestori e la proprietà, ora in capo all’Ospedale Israelitico; non so e non voglio sapere dove siano torti e ragioni; temo anche i rimpalli fra eventuali cittadini “di buona volontà” e di scarse finanze – come accaduto, ad esempio, per il Teatro Valle o per il Cinema America – e la pubblica amministrazione. Il risultato, di solito, è l’abbandono della struttura all’oblio. Sono certo che i fantasmi dei tanti illustri frequentatori di quell’antico Caffè, da Silvio Pellico a Friedrich Nietzsche e Gabriele D’Annunzio, da Jean-Baptiste Corot a Orfeo Tamburi, da Mark Twain a Ivan Turgenev, da Ennio Flaiano a Orson Welles e a cento altri, pur nel loro celeste riposo, sono indignati una volta di più per le sciocche diatribe di noi mortali viventi.

 

Le città cambiano, si dirà, come la lingua, la composizione dei popoli, le loro abitudini e gli stessi confini e nomi degli Stati (basti guardare un planisfero degli anni 60…); ma il cambiamento, se non si può e forse non si deve né governare né tanto meno impedire, non deve comportare l’inabissamento delle radici, e fra queste ci può essere anche un Caffè. Nelle mie frequentazioni parigine, vado spesso al Café de la Paix, di fronte all’Opéra, dove Georges Ivanovic Gurdjieff continuava a plagiare Katherine Mansfield e gli altri suoi adepti, o al “Procope”, forse il più antico caffè della Ville Lumière – peraltro rilevato nel 1686 dal palermitano Procopio, che poi gli diede il nome e ne fece la prima “sorbetteria” – locale dove sedevano e discutevano, davanti a tazze di cioccolata o a granite di caffè, Voltaire e Danton, Benjamin Franklin e Diderot, Napoleone e Balzac, Hugo e Verlaine. Ebbene, qui nessuno si sogna di contestare locazioni o di chiudere quei locali, dove anzi si ha cura di conservare arredi e cimeli di un glorioso passato, come del resto si fa in altri locali che hanno segnato la storia della cultura francese e non solo.

 

Ben venga allora la manifestazione d’interesse di Vittorio Sgarbi, in prima linea a difesa del Caffè Greco, se non altro per sollevare il problema (fra quelli “piccoli”, ripetiamo, rispetto ai “grandi” di cui dibattono in questi giorni i signori delle cifre, dei bilanci, del PIL). Ma se non riusciamo neppure a risolvere i “piccoli” problemi, che ne sarà della nostra identità, del nostro futuro?

 

 

 

 

Di Giuseppe Del Ninno

2 Responses to Roma. Il caso al Caffé Greco, un piccolo (grande) problema che ci interroga sulla nostra identità

  1. L’on.Sgarbi , quello in permesso malattia da dipendente statale per anni perchè affetto da cimurro (malattia dei cani). Complimenti alla Nuova destra sempre avanti coi lavori.

  2. E anche oggi facciamo bella figura domani. Ora che hai detto la tua, adesso che hai salvato il mondo dall’incoerenza illuminandolo con la tua sapienza, puoi prendere le goccine.

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