
In Spagna la questione della casa è ormai questione politica nazionale. Lo scontro sui provvedimenti del governo Sánchez in materia di affitti, sfratti e grandi proprietari dice qualcosa che va anche molto oltre Madrid. La casa torna a essere uno dei luoghi principali del conflitto sociale.
Madrid, Barcellona, Lisbona, Parigi, Londra, Milano. Ma anche città apparentemente lontanissime dal modello europeo. A Città del Messico ed in tutto il Latinoamerica, dove le proteste contro la gentrificación e la turistificación hanno assunto dimensioni tali da trasformare in rivendicazione politica il diritto di continuare ad abitare nel proprio quartiere.
Una zona diviene attraente. Arrivano investimenti, turismo, affitti brevi, professionisti con redditi superiori a quelli locali, nomadi digitali, fondi immobiliari. Il valore dello spazio sale. I proprietari di immobili beneficiano della trasformazione; i locatari scoprono di non potersi più permettere casa, magazzino, ufficio. La gentrificazione, dunque, non è solo apertura di ristoranti alla moda e restauro di appartamenti. È anche un trasferimento di ricchezza verso chi controlla lo spazio, il bene più scarso delle grandi città.
Il modello liberista
A Città del Messico la questione è descritta ancora più radicalmente: edifici e abitazioni possono restare vuoti, perché sono diventati essi stessi attività finanziarie. La contrapposizione finisce così per non essere nemmeno più solo fra proprietari e inquilini, ma fra chi ha bisogno di una casa per viverci e patrimoni che utilizzano la casa come componente di un portafoglio. È forse questo il punto che consente di leggere diversamente anche ciò che è accaduto in Europa negli ultimi decenni.
Nel modello economico liberista affermatosi dagli anni ’90 il patrimonio non deve restare immobilizzato, ma divenire: liquido, trasferibile, intermediato, capace di rendita. Impiegato per acquistare una casa, il risparmio esce invece, almeno in parte, dal circuito finanziario. La famiglia proprietaria dell’abitazione trasforma reddito futuro in sicurezza patrimoniale. Dipende meno dal credito ed è meno esposta alle oscillazioni della locazione.
Non occorre immaginare un disegno deliberato per osservare che molte trasformazioni economiche hanno operato nella direzione opposta. Fiscalità, costi di acquisto e mantenimento, mobilità lavorativa e precarizzazione dei rapporti professionali rendono più difficile considerare l’immobile come il naturale investimento di lungo periodo della famiglia. E, soprattutto chi ha redditi discontinui, incontra maggiori difficoltà nel trasformarli in quel debito lunghissimo e garantito che è un mutuo.
Funzioni d’interesse pubblico. E’ il ’36
Anche il sistema bancario è cambiato. La legge bancaria italiana del 1936 definiva la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito “funzioni di interesse pubblico”. Quel sistema distingueva nettamente differenti forme di credito e separava banca e promozione finanziaria. Dall’inizio degli anni ’90 quella architettura è superata: cadono gli obblighi di specializzazione e nasce anche in Italia la possibilità della banca universale, che accanto alla tradizionale funzione di raccogliere risparmio e prestarlo, opera ben più ampiamente.
Non significa che le banche abbiano smesso di concedere mutui, ma il loro modello economico non coincide più con quello antico della banca che raccoglie, a proprio rischio, il risparmio di una comunità, seleziona l’operazione e presta il denaro a famiglie e imprese.
Dopo la crisi finanziaria del 2008, anche in Italia riemerge la proposta di separare nuovamente banca commerciale e banca d’affari. Il Movimento 5 Stelle prima maniera ne fa una propria battaglia parlamentare, sostenendo che depositi e credito destinati all’economia reale dovessero essere tenuti distinti dalle attività finanziarie e speculative. Una proposta rimasta ai margini, ma che poneva una questione che già ci si era posti nel 1936: a che cosa serve socialmente una banca?
Difesa delle radici
ui la questione della casa incontra quella della nuova struttura delle classi sociali. Da una parte chi ha patrimonio, immobili, titoli, competenze e redditi capaci di muoversi nel mercato globale. Dall’altra chi ha, come principale ricchezza, il suo lavoro e resta legato a un territorio. Il capitale può spostarsi, premendo un tasto. Una famiglia che ha lì il lavoro, i figli, i genitori anziani e la propria rete sociale non può fare altrettanto. E non vuole essere costretta a farlo.
Destra e sinistra attuali faticano o non vogliono leggere. La prima ha largamente assimilato l’idea che il mercato sia il migliore regolatore di beni essenziali; la seconda ha allontanato il suo baricentro dalla vecchia questione economica e sociale. Nel frattempo il conflitto di classe non è scomparso. Ha solo cambiato protagonisti.
La domanda che sale dalle strade di Madrid come da quelle di Città del Messico non riguarda solo quanto debba costare un affitto, ma anche chi possa permettersi di avere una casa. E, prima ancora, chi possa permettersi di vivere libero nella sua città.







