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Il senso di riscoprire il genio di Giovannino Guareschi

È nota la frase di Benedetto Croce, secondo cui “il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità”. Forse anche il legno di cui sono fatte le panche che don Camillo tira addosso a Peppone sono ormai un patrimonio universale di noi umani

di Enrico Nistri
1 Ottobre 2026
in Cultura
3
Giovannino Guareschi

Con grande soddisfazione, e un pizzico di malinconia, ho visto e rivisto la pellicola Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano, trasmessa qualche giorno fa su Rai1 e ancora disponibile su Raiplay. La soddisfazione è legata al fatto che si tratta di un bel film, e anche di un film onesto. Ho l’impressione che sia venuto meno il tempo delle rimozioni e delle autocensure, in cui, tanto per fare un esempio, si poteva parlare di foibe ma senza utilizzare la parola comunismo, considerata quasi tabù. 

Basta censure

I primi segnali di un’inversione di tendenza, recati dallo sceneggiato Il marciatore, dedicato alla vita di Abdom Pamich, e ancora di più con la pellicola Albatross, dedicata ad Amerigo Grilz, hanno avuto una felice conferma. La biografia cinematografica del padre di don Camillo diretta da Andrea Porporati con un cast di primordine rappresenta senza censure la parabola umana del giornalista, dello scrittore, e soprattutto dell’uomo. Certo, se avessi dovuto curare io il soggetto, avrei dedicato minore spazio al confronto di Guareschi con alcuni notabili comunisti o alle sue peripezie finanziarie, mentre non avrei rimosso la narrazione degli anni della sua vita successivi alla detenzione. Ma debbo dare atto a regista e sceneggiatore di avere affrontato senza infingimenti alcuni aspetti della biografia dello scrittore e in particolare la dolente vicenda dello scontro con De Gasperi, un personaggio in via di beatificazione laica e persino ecclesiastica. Il merito credo sia anche della scelta di avere tratto liberamente ispirazione dal volume Chi sogna nuovi gerani?, uscito nel 1993 a cura di Carlotta e Alberto, i due figli dello scrittore, fedeli custodi delle memorie paterne.

Lo scrittore anticomunista

La malinconia, invece, è intimamente legata al singolare intreccio fra la figura di Guareschi e alcuni momenti della mia vita. Fin dall’adolescenza sono stato un ammiratore dello scrittore, di cui già a quindici anni avevo letto quasi tutti i libri, compreso il Diario clandestino, secondo me pari, se non superiore, per qualità di scrittura e finezza di notazioni, alla più fortunata saga di Mondo piccolo. Mi attraeva, naturalmente, il suo anticomunismo, ne apprezzavo i sentimenti monarchici, ne leggevo assiduamente la rubrica che teneva sulla rivista “Oggi”, e lo consideravo, forse esagerando, un uomo di straordinarie virtù morali. 

Il Candido di Guareschi-Pisanò

Quando morì, nell’estate del 1968, a Cervia, avevo quindici anni. Scoprii da un trafiletto uscito sulla “Nazione” la notizia che subito dopo la sua scomparsa era uscito il settimanale “Candido”; Guareschi aveva accettato di riaprirlo con la collaborazione di Giorgio Pisanò. Naturalmente, mi affrettai a comprare il primo numero. Sulla prima pagina, riprodotta con un cliché “a tratto”, come si diceva allora, campeggiava la lettera che il padre di don Camillo e Peppone aveva scritto al futuro senatore del Msi, annunciandogli la decisione di riprendere la testata, ma in autunno, perché “il lettore medio non tollera di essere disturbato durante le vacanze”. E infatti il “Candido” tornò a uscire in autunno e la sua lettura, insieme alla reazione emotiva all’invasione sovietica della Cecoslovacchia e al suicidio di Jan Palach, contribuì a farmi aderire alla “Giovane Italia”. Non conoscevo i precedenti politici di Pisanò, la sua militanza nella Rsi e la sua opera di straordinario raccoglitore di testimonianze e documenti sulla guerra civile, cui sono in buona parte debitori i libri di Pansa. Mi bastava il suo anticomunismo, e in effetti era stato proprio quel sentimento, in un’epoca di contrapposizioni frontali come quel cupo tramonto degli anni Sessanta, a motivare la mia scelta.

Il pirmo numero del Candido firmato da Giorgio Pisanò

In un primo tempo, il nuovo “Candido” conobbe uno straordinario successo, grazie anche ad alcuni clamorosi scoop, come la denuncia per peculato dell’allora segretario del Psi, arrivando a vendere manifesti con la scritta “Mancini sei un ladro” (comprati anche da molti socialdemocratici) e superando le centomila copie di tiratura. Poi, però, Pisanò incappò nell’errore di volersi candidare al Senato nel Msi-Dn, nelle elezioni politiche del 1972, lo stesso che commise Mario Tedeschi, direttore del “Borghese”. Entrambi ottennero il seggio, ma i due settimanali, divenuti di fatto organi di partito, persero credibilità politica e collaboratori “storici” come Metz e Carletto Manzoni. Andarono così incontro a una fatale marginalizzazione, cui si aggiunsero, per il “Candido”, gli attentati subiti negli anni di piombo. Non c’erano più, nel settimanale, la leggerezza e l’ironia di Guareschi, qualità per altro inimitabili, e smisi di esserne un fedele lettore.

Se venne meno la mia lealtà alla testata, non venne meno invece la mia fedeltà a Guareschi ed ebbi modo di testimoniarla con un articolo. Era la fine degli anni Settanta e il padre di Peppone e don Camillo pativa ancora un’assurda damnatio memoriae. Il “Secolo d’Italia”, diretto all’epoca da Nino Tripodi, un onorevole del Msi che univa a straordinarie capacità comiziali una rara finezza letteraria (non a caso aveva pubblicato un volume sui poeti crepuscolari), gli dedicò una puntata sul suo inserto letterario. Pubblicarvi non garantiva certo entrature nel mondo giornalistico, ma ben ventimila lire, consegnate “brevi manu” (non a caso i suoi collaboratori erano stati ribattezzati “i vitelli d’oro” da una redattrice che poi sarebbe divenuta a sua volta direttore del periodico). Non si diventava ricchi, ma ci si assicurava almeno un buon pasto in trattoria. Ero un collaboratore quasi fisso del “Secolo Cultura” e scrissi per l’occasione un articolo che considero una delle mie cose migliori e che credo sia piaciuto anche ai figli dello scrittore. Ne ricordo soltanto una definizione del padre di don Camillo e Peppone: “prigioniero dei lager nazisti per fedeltà al Re, prigioniero delle carceri italiane per fedeltà a se stesso”: un concetto che ho trovato splendidamente sviluppato nel film di Porporati, che con molta efficacia si apre con la seconda detenzione dello scrittore. 

L’amicizia con Gualazzini, biografo di Guareschi

Dopo, non ebbi più occasione di occuparmi di Guareschi, ma fu Guareschi in certo qual modo a cercare me, in una circostanza che ha dell’incredibile. Era il giugno del 1996 e avevo commesso, all’indomani delle elezioni politiche, sul “Giornale” di Feltri, una puntuta replica a un articolo di Piero Buscaroli, in cui se la prendeva con Fini come responsabile della sconfitta elettorale della coalizione di centrodestra. Fu un errore, un errore che oggi non commetterei, perché  per la sua cultura e la sua storia personale Buscaroli, pur con le sue umoralità, meritava rispetto e anche perché la vicenda m’insegnò che per i politici vale ancor più che per i comuni mortali il detto secondo cui i debiti di riconoscenza si pagano entro quarantotto ore con l’ingratitudine. Buscaroli era come e più di me un collaboratore del “Giornale”, senz’altro molto autorevole, e non so se lui o qualche suo amico in redazione pose il veto al proseguimento della mia collaborazione. 

A soccorrermi, fu un altro evento traumatico: un’alluvione che aveva colpito parte della Versilia. Dalla lettura del “Giornale” scoprii che era stato mandato come inviato in loco Beppe Gualazzini, uno dei fondatori del quotidiano; riuscii a prenderci contatto, gli spiegai la situazione e mi invitò a cena nell’albergo in cui si era insediato, un decoroso tre stelle di Marina di Pietrasanta. Gualazzini era stato il primo biografo serio di Guareschi, dopo il tendenzioso pamphlet di Gianfranco Venè, che vedeva nel rapporto fra don Camillo e Peppone un’anticipazione del compromesso storico. La sua vita dello scrittore, uscito nel 1981 per i tipi dell’Editoriale Nova, aveva posto le premesse per quella Guareschi Renaissance che avrebbe portato alla rivalutazione di un autore ancora marginalizzato e alla pubblicazione anche di molti (in qualche caso troppi) suoi inediti.

Si parlò molto, quella sera, e non solo dei miei problemi, che furono provvidenzialmente risolti, con il mio passaggio dalla terza alla prima pagina. Gualazzini somigliava per molti aspetti a Guareschi, e non solo per i baffi e l’amore per la convivialità. Conosceva bene molti aspetti della sua vita e in quell’occasione conobbi in anteprima la vicenda del figlio segreto dello scrittore: un figlio avuto in gioventù e che non aveva voluto riconoscere; solo nel 2008 la paternità sarebbe stata accertata con la prova del Dna. Si tratta di una vicenda che oggi ci scandalizza, ma che andrebbe valutata nell’ambito dell’etica prevalente negli anni Trenta. Mi scandalizza di più il fatto che Guareschi si sia sempre rifiutato di aiutare il figlio a entrare in qualche giornale: temeva che tutto saltasse fuori (l’ambiente dei quotidiani è pettegolo) e che fosse strumentalizzato dai comunisti, felici di denunziare un padre ingrato.

I torti subiti da Giovannino

Dell’episodio non c’è traccia nel film di Porporati, e lo posso comprendere, anche per riguardo ai figli legittimi. Quello che mi dispiace, come ho già accennato, è che non vi sia spazio per gli ultimi anni di vita dello scrittore, dall’uscita dal carcere “repubblicano” alla morte precoce. E questo per almeno due motivi. Il primo è che dal progressivo declino di Guareschi, dal suo abbandono del “Candido”, dal radicalizzarsi delle sue posizioni politiche (basti pensare a un film come “La Rabbia”, che oggi probabilmente incapperebbe nei rigori della legge Mancino) è difficile non cogliere il peso dei torti subiti da parte di due personaggi di spicco della politica italiana, come Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi. 

Einaudi non fece nulla per impedire che Guareschi fosse condannato per un’ingenua vignetta uscita sul “Candido” di cui il giornalista era direttore responsabile. Einaudi aveva lasciato che sulle bottiglie di Nebiolo della sua tenuta campeggiasse la scritta “Vino del Presidente”. La vignetta, che in realtà era opera di Carletto Manzoni, era intitolata “I corazzieri della Repubblica” e raffigurava un omino affiancato da due gigantesche bottiglie di Nebiolo. Per questa ingenua satira Guareschi ebbe otto mesi di carcere con la condizionale. Il processo partì su iniziativa del sottosegretario alla Giustizia, non di Einaudi, ma quest’ultimo non fece nulla per impedire una condanna assurda: il rigore ottuso di un piemontese prevalse sulla bonomia emiliana. Con molta finezza, rispondendo a un lettore sull’argomento, l’ambasciatore Pietro Romano nella rubrica che teneva sul “Corriere” osservò che nella cultura giuridica del tempo il presidente della Repubblica era trattato alla stregua di un re, nell’ambito di una sorta di monarchia repubblicana (o viceversa). Ma niente avrebbe impedito al pensoso economista di Carrù di compiere un beau geste.

Il secondo processo scattò invece su iniziativa di De Gasperi, ed era logico che fosse così. Guareschi aveva pubblicato due lettere presentate come sue, una olografa, l’altra con la sola firma autografa,  su carta intestata della Segreteria di Stato vaticana, in cui il futuro presidente del Consiglio nel 1944 avrebbe chiesto agli statunitensi di bombardare Roma, per provocare la ribellione contro tedeschi e fascisti. De Gasperi querelò Guareschi concedendogli ampia facoltà di prova. Il guaio è che tale facoltà di prova poi venne meno. Il suo avvocato Delitala si oppose alla perizia calligrafica che il direttore del “Candido”, prevenuto contro De Gasperi, aveva fatto effettuare da un grafologo di indiscusso valore, pubblicando le lettere solo dopo la loro autenticazione. Il tribunale accolse la richiesta del Delitala e in sostanza condannò Guareschi sulla base delle semplici dichiarazioni dello statista trentino e delle affermazioni di alcuni alti ufficiali Alleati, che comunque avrebbero potuto avere tutto l’interesse a non rivelare scottanti segreti di Stato. In sostanza, De Gasperi si comportò un po’ come quel capitano che quando giocava a poker minacciava di sfidare a duello chi gli diceva “vedo”, perché aveva l’ardire di mettere in dubbio la sua parola.

Stabilire oggi se le due lettere fossero vere o false è impossibile, perché un’ineffabile sentenza del tribunale le fece distruggere come corpi del reato. Io propendo per ritenerle un falso molto ben riuscito sulla base non di analisi grafologiche ma di considerazioni storico-politiche. Perché nel 1944 gli americani avrebbero dovuto bombardare Roma ancora in mano ai tedeschi, rendendosi odiosi alla popolazione civile poco prima di fare il loro ingresso nell’Urbe? E perché De Gasperi avrebbe dovuto mettere nero su bianco una richiesta che si sarebbe potuta ritorcere contro di lui? 

Resta il fatto che il comportamento dello statista trentino in quell’occasione fu molto discutibile: prospettò a Guareschi la grazia, che lo scrittore rifiutò sempre, sdegnosamente, come il film di Porporati evidenzia con chiarezza, così come rinunciò in segno di protesta a ricorrere in appello. Si guardò bene però dal rimettere la querela nei confronti del giornalista: c’era nell’ex suddito di Francesco Giuseppe un fondo di ruvidezza austroungarica, che non aveva nulla a che vedere con la leggerezza della Felix Austria. 

In quell’occasione De Gasperi oltre tutto peccò d’ingratitudine: con le sue vignette, con i suoi slogan, con i suoi scritti, con il suo coraggio Guareschi aveva recato un contributo se non determinante considerevole alla sconfitta del Fronte popolare. Ma purtroppo lo statista trentino peccò d’ingratitudine anche con Qualcuno ben più importante dello scrittore, rifiutandosi di dare il suo sostegno alla cosiddetta operazione Sturzo, promossa da Pio XII, con cui il vecchio leader popolare proponeva una coalizione di centrodestra aperta anche a monarchici e missini per impedire, alle elezioni municipali di Roma, che la bandiera rossa garrisse sul Campidoglio. 

È onesto riconoscere che Guareschi non era andato con le mani leggere nel commentare le lettere e che fra i due uomini esisteva una vecchia ruggine, da quando De Gasperi, con una sorta di golpe bianco, dopo il referendum istituzionale aveva assunto la carica di capo provvisorio dello Stato senza attendere che la Corte di Cassazione ratificasse i risultati. Ma lasciare che uno dei padri del 18 aprile scontasse 409 giorni di carcere, per il cumulo della sentenza con l’assurda condanna per la vignetta su Einaudi, fu un comportamento forse democristiano, ma per nulla cristiano.

Un proseguimento del film biografico su Guareschi sino al 1968 mi sarebbe piaciuto però anche per un altro motivo: avrebbe fatto conoscere dello scrittore uscito dal carcere il degrado fisico, che l’avrebbe condotto a una morte prematura, e il declino professionale, ma anche la sua non comune capacità di rimettersi in discussione, ponendo le premesse per una riabilitazione che, purtroppo, sarebbe arrivata soltanto postuma. 

Lo scrittore dopo il carcere

All’apparenza, il Guareschi uscito di cella è un uomo finito. Abbandona il Candido, letica con Rizzoli, il suo editore, efficacemente rappresentato nella pellicola, e con il regista del suo ultimo film; declina nel 1959 l’offerta straordinaria di papa Giovanni, che l’invita a lavorare alla stesura di un nuovo catechismo, non sentendosene degno. Vive di collaborazioni, diritti d’autore e dei proventi di un ristorante aperto a Roncole, ma anche gli affari gli vanno male. I suoi libri si vendono in tutto il mondo, ma in Italia è snobbato dagli intellettuali, che non gli perdonano, oltre alle idee, il successo. Del centrosinistra, che nella visione per molti aspetti corporativista di Fanfani avrebbe dovuto spalmare anche fra i ceti proletari e la piccola borghesia i dividendi del miracolo economico, coglie soltanto gli aspetti negativi. La sua stessa fede è profondamente scossa. Dopo la morte di papa Roncalli, che amava i suoi romanzi e lo stimava, con buona pace dei giovani di Azione Cattolica che ai tempi dello scontro con De Gasperi l’avevano definito “uno scarafaggio”, la Chiesa con il Concilio Vaticano II prende una china che non lo convince, e che probabilmente avrebbe convinto poco anche Giovanni XXIII, che l’aveva voluto senza poterne prevedere le conseguenze. Guareschi non sopporta le Messe in latino, i concertini beat al posto del canto gregoriano, la disinvoltura di molti giovani sacerdoti. A farlo ulteriormente soffrire è il fatto che siano in molti a vedere nel rapporto di odio e amore fra Peppone e don Camillo una sorta di prefigurazione della collaborazione fra comunisti e democristiani: un’anticipazione di quella che lui chiamava la Repubblica Conciliare e che Berlinguer avrebbe tradotto nella formula del compromesso storico. 

Eppure, quest’uomo logorato nel fisico e nel morale, quest’uomo a cui il suo paese ha fatto del male, come quel Robert Brasillach, collaborazionista con i tedeschi mentre lui crepava di fame in un lager, e del quale poco prima di morire recensirà accoratamente sul “Borghese” il romanzo I sette colori, quest’uomo che per rilanciare il “Candido” si affida a un ex “repubblichino”, tanto la “repubblica nata dalla Resistenza” lo disgusta, vede molto più lontano di molti intellettuali progressisti dell’epoca. Non solo continua a scrivere i racconti di “mondo piccolo”, non solo denunciando gli eccessi della Chiesa conciliare anticipa le perplessità manifestate dallo stesso Maritain nel Paysan de la Garonne, ma coglie quella che oggi ci appare la grande tragedia dell’Italia uscita dal miracolo economico: la crisi dei rapporti umani, lo sfaldamento dei rapporti familiari, il degrado del paesaggio, l’eutanasia di quella società contadina di cui erano figli in fondo sia Peppone e don Camillo. Ci sono pagine dei suoi ultimi articoli da cui potrebbe apparire un precursore dell’ecologismo, come quando deplora l’abbattimento degli alberi lungo le strade consolari perché costituivano un pericolo per gli automobilisti (al che replicava che non aveva mai visto un cipresso spostarsi per colpire una macchina, semmai il contrario). O quando si stupisce che una pattuglia della stradale lo fermi perché cammina lungo una strada statale, come se usare la macchina fosse un dovere sociale. Come molti altri grandi reazionari, questo inacidito misoneista vede più lontano di chi sogna il sol dell’avvenire.

Peppone e don Camillo si impadronirono di Guareschi

Don Camillo e Peppone

E qui, forse, sarebbe il caso di porsi una domanda che il film di Porporati ha il merito di esplicitare: Guareschi avrebbe potuto dire, sulle orme di Flaubert, “Peppone e don Camillo sono io”? Io ho un’opinione personale: non fu Guareschi a inventare la coppia più celebre della letteratura e del cinema italiano novecentesco; furono il sindaco e il curato a impadronirsi di lui. Quando uscirono i primi racconti di Mondo Piccolo, Guareschi era un giornalista di successo e uno scrittore di ottimo livello, destinato però a essere dimenticato come tantissimi altri pur validi colleghi, a divenire nel giro di qualche decennio una nota a piè di pagina nei volumi di storia. Invece gli accadde qualcosa di imprevedibile: quelle due macchiette uscite all’apparenza per caso dalla sua fantasia divennero qualcosa che non avrebbe mai sperato, o temuto: un archetipo universale, come il Pinocchio di Carlo Lorenzini, alias Collodi, brillante polemista destinato anch’egli destinato all’oblìo se non avesse inventato le storie del burattino più famoso del mondo. Vissero, in certo qual modo, di vita propria, andando oltre le sue previsioni e le sue speranze. Di qui la sua perenne insoddisfazione per le trasposizioni cinematografiche dei suoi volumi, pur realizzate in molti casi da grandi maestri del cinema e da attori di straordinaria levatura: credo che sia vissuto sempre, come un padre apprensivo, con l’incubo che i suoi “figli” gli sfuggissero di mano. Ma i figli, almeno quelli letterari, prima o poi, devono avere vita propria, per appartenere al mondo: vale per l’Hidalgo di Cervantes, per il burattino di Collodi, per il parroco e il sindaco di Guareschi. È nota la frase di Benedetto Croce, secondo cui “il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità”. Forse anche il legno di cui sono fatte le panche che don Camillo tira addosso a Peppone sono ormai un patrimonio universale di noi umani.

 

Enrico Nistri

Enrico Nistri

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Tags: enrico nistriGiovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzanoGuareschi

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Comments 3

  1. Luciano says:
    1 settimana ago

    Anchio, durante la prima adolescenza, sono stato un appassionato lettoredi Guareschi, e oggi, a 80 anni passati, lo sono ancor. Condivido la maggior parte della ricostruzione proposta da Enrico Nistri, al quale mi permetto di suggerire di vedere due film stranamente facilmente rintracciabili su YouTube: Camicia Nera di G. Forzano (1933) e Vecchia Guardia di Blasetti (1935). Troverà personaggi portatori di interessanti analogie con Peppone e Don Camillo

  2. Sandro says:
    1 settimana ago

    Grazie Enrico, ripercorrendo la storia del tuo rapporto con Guareschi, ci hai restituito il clima di quegli anni

  3. Guidobono says:
    5 giorni ago

    Bell’articolo… Quando De Gasperi morì ero un bambinetto, ma anni più tardi, documentandomi un po’ sul defunto, scoprii che mi risultava assai antipatico, umanamente e politicamente, per molteplici ragioni. Non ho cambiato giudizio…

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