
Il 19 novembre del 1926 nacque Pino Rauti. Le celebrazioni per il Centenario sono iniziate con alcuni convegni promossi dal Centro Studi “Pino Rauti” e 100 anni dalla nascita e 15 dalla morte rappresentano un lasso temporale sufficiente per tracciare un bilancio disincantato ed oggettivo sull’operato di questa indimenticata figura dell’universo politico e culturale della Destra italiana. Va riportato nella colonna positiva del suo bilancio il fatto che tanti dirigenti di partito, amministratori, parlamentari e, persino uomini di governo, intellettuali e giornalisti sono usciti in qualche modo dalla sua “scuola”. Nel senso che perlomeno sono rimasti fortemente suggestionati ed “ispirati” dal suo modo di intendere l’impegno politico che è prima di tutto studio, approfondimento, scevro da pregiudizi di sorta ed ancorato ai valori di sempre della Tradizione Italiana ed Europea.
Vogliamo ricordare alcuni nomi? Marcello Veneziani, Marco Tarchi, Stenio Solinas, Gennaro Malgieri, Mario Bozzi Sentieri, Giuseppe Del Ninno, Fausto Gianfranceschi, Gianni Alemanno, Pasquale Viespoli, Mario Landolfi, Silvano Moffa, Giulio Maceratini e tanti altri. La prima “sfornata” di sindaci del Msi, nel 1993, era composta per una buona parte da dirigenti e militanti, cosiddetti “rautiani”, che conquistarono piccole e medie città come Rieti, Viterbo, Benevento, Foggia, L’Aquila, Chieti, Colleferro. Tutto ciò non era frutto del caso perché alla sua “scuola” si apprendeva che accanto allo studio e all’approfondimento doveva esserci posto anche per la militanza tra la gente e a favore della gente su problemi reali e concreti. In effetti nasceva così la Destra nazionalpopolare, antesignana della Destra sociale.
Per chi non è a conoscenza delle cose della Destra missina si potrebbe pensare che Rauti appartenesse alla generazione degli Almirante e dei Romualdi. Invece si tratta della generazione successiva. Da giovane militante del M.S.I. egli fondò con Giano Accame ed Enzo Erra il gruppo giovanile de “I figli del Sole” che si proponeva di contrastare la linea “moderata” e filo borghese di Arturo Michelini a cui Almirante sembrava essersi “arreso”. Nel 1957, dopo il congresso di Milano, uscì dal M.S.I. per fare del Centro Studi “Ordine Nuovo” (che non era quello che divenne poi il Movimento Politico extraparlamentare “Ordine Nuovo”) un soggetto impegnato nella elaborazione e nelle attività di carattere “metapolitico”. Si trattava di quelle attività di ordine culturale, tese ad approfondire, consolidare e rinsaldare le ragioni ideali dell’impegno politico, per una militanza che risultasse “conservatrice” sui valori, ma “rivoluzionaria” nei metodi di lavoro come nelle scelte e negli orientamenti sociali.
Rientrò nel M.S.I. nel 1971, proprio allorquando Almirante andava fondando la Destra Nazionale, e si distinse per posizioni che erano tutt’altro che nostalgiche del ventennio e tutt’altro che assimilabili ad una destra perbenista, filo-capitalista, soltanto protesa a fare dell’anticomunismo la propria battaglia non sforzandosi di redigere e coniugare tesi di forte impatto e valenza sociale con tesi strettamente ancorate ad un positivo “conservatorismo” dei valori.
Fu anche maestro di giornalismo attraverso le varie riviste “culturali” che fondò e promosse: da “Civiltà” a “Presenza” a “Linea”. Sostenne tenacemente e con grande lungimiranza il concetto che l’azione diretta del partito-MSI dovesse essere supportata dalle così dette “iniziative parallele”, da promuovere e realizzare a mezzo di soggetti contigui ma distinti dal partito. Questa tesi fu più tardi definita “gramscismo di Destra”. In tal senso sul tema dell’ecologia promosse la fondazione dei Gruppi di Ricerca Ecologica, una delle associazioni verdi ed ecologiste (con un ecologismo di Destra) più anziane dell’intero ecologismo italiano. Abbiamo dovuto aspettare Roger Scruton, l’intellettuale conservatore britannico, per sentire che Destra ed Ecologia non sono termini antitetici.
Da parlamentare i suoi contributi nelle commissioni di cui faceva parte erano ascoltati e presi in grande considerazione dai suoi avversari politici. Alcuni suoi interventi precorrevano i tempi. Quando fu segretario del MSI, nel 1990, fu primo firmatario di una proposta di legge che riguardava la riduzione e la semplificazione delle aliquote fiscali a tre sole aliquote. Fu autore di una proposta di legge sulla famiglia che l’allora Ministro della Famiglia Rosa Russo Jervolino molto apprezzò mutuandone alcuni assunti. Queste proposte non furono però adeguatamente propagandate all’esterno per cui si diede l’idea di una linea politica troppo appiattita su questioni “ideologiche” e poco incline a tutelare nel concreto i ceti sociali di riferimento del M.S.I., idea del tutto opposta a quanto lui stesso aveva insegnato ai dirigenti e militanti che erano al suo seguito.
Il 10 settembre 1986 presentò un Rapporto (composto da una Relazione e da una Risoluzione) sul patrimonio linguistico dell’Europa dal titolo L’eredità culturale e linguistica dell’Europa. Il Rapporto fu approvato dalla Commissione per la cultura e l’educazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. In questo rapporto si sosteneva che la lingua inglese stava acquisendo una sproporzionata egemonia all’interno del panorama linguistico europeo e ciò comportava il declino degli altri idiomi nazionali e, alla lunga, dello stesso inglese. Proponeva l’obbligo dell’insegnamento di due lingue straniere europee nelle scuole dei paesi della Comunità Europea per contrastare questo “perverso” processo. La scuola italiana, fino alla riforma Gelmini, adottò questa risoluzione.
Sull’allora incipiente problema dell’immigrazione fece alla Camera un intervento che sembrava anticipare le tesi di Papa Wojtila, attirandosi l’attenzione di organi di stampa non proprio di Destra, come “L’Avvenire” e “Il Manifesto”; tutto ciò mentre Fini predicava tesi xenofobe. Ebbe ben chiaro il concetto che una Destra nostalgica, con lo sguardo all’indietro, non avrebbe avuto alcuna prospettiva di rilancio. Sono convinto che ad Alleanza Nazionale non aderì anche perché si fece di tutto per costringerlo a starne fuori. Faceva comodo avere a destra di AN un soggetto politico che si voleva far apparire come un “residuo” del vecchio MSI, capeggiato da uno dei dirigenti più anziani, quasi un fondatore, di quel soggetto politico.
In verità, già nel 1990, dopo l’insuccesso alle elezioni amministrative, egli aveva pensato a cambiare il nome ed il simbolo del partito. Per le comunali di Palermo aveva proposto ad una classe dirigente imbolsita e conservatrice – che avversò il progetto e che poi in gran parte per opportunismo aderì ad A.N. ‒ una Lista Civica a sostegno del candidato sindaco Elda Pucci, proveniente dalle file di una Democrazia Cristiana né compromessa con Ciancimino, né incline al radicalismo catto-comunista di Leo Luca Orlando.
Nel congresso di Sorrento del 1987, che perse di misura contro Gianfranco Fini, con la mozione congressuale “Andare Oltre” sostenne la tesi dello “sfondamento a sinistra” che la crisi oramai palese del Comunismo (dopo soli due anni crollerà il Muro di Berlino) avrebbe favorito. Quando, nel 1990, divenne segretario nazionale del MSI, la realizzazione di questa linea politica risultò alquanto problematica e difficoltosa, tanto da non essere affatto premiata alle elezioni amministrative del 1990 e a quelle siciliane del 1991. Forse il punto più critico della sua segreteria fu quando dovette dare il suo assenso alla Prima Guerra del Golfo, lui che da sempre aveva avversato l’occidentalismo filo-americano e filo-atlantista.
Nelle elezioni politiche del 2022, con uno dei paradossi della Storia, la figlia Isabella Rauti conquistò il collegio di Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia”, già amministrata dal Centrodestra come altre cittadine “rosse” dell’interland milanese.
Capace di guardare, come nessun altro a Destra, nitidamente e lucidamente, verso orizzonti lontani, talvolta risultò penalizzato da una sorta di “presbiopia” politica.








L’articolo è equilibrato e anch’io ho l’impressione che Rauti sia stato quasi costretto ad abbandonare un Msi prossimo a divenire Destra Nazionale: la sua uscita avrebbe costituito un alibi per dimostrare l’effettiva rottura con il passato e in più Fini aveva un conto aperto con lui. Quella scelta ebbe conseguenze rovinose: Rauti presentò proprie liste, con una Fiamma stilizzata, facendo perdere al centrodestra molti collegi marginali, un po’ come rischia di fare il movimento di Vannacci. Ho notato una piccola inesattezza: Rauti, con la segreteria Almirante, non rientrò nel 1971, ma nel novembre del 1969. Ma questo non cambia molto.
Non ho mai avuto molta simpatia per Rauti, come per lo strasserismo e tanti altri movimenti rosso-bruni, lib-lab, destra che insegue la sinistra (e ne eredita i peggiori difetti) ecc. Che la destra (liberal-conservatrice) faccia la dstra e la sinistra la sinistra. E chi non ne è capace, sparisca, almeno come movimento politico.
Ho sempre avuto più interesse per le posizioni di Rauti che per quelle di Almirante. A mio avviso, Rauti fu più un intellettuale impegnato in politica che un politico in senso stretto.