L’intervento. Emma Bonino, le battaglie per i diritti e la faziosità di omettere il diritto alla vita
La formazione radicale della leader recentemente scomparsa, la sua impostazione liberale ed individualista, la sua insofferenza verso i vincoli imposti dall’esterno e la sua difesa dell’autodeterminazione compongono una visione nella quale l’individuo occupa inevitabilmente il centro della scena
Emma Bonino è una di quelle persone che, anche quando non condividiamo ciò che pensano, ci costringono a fare i conti con le nostre convinzioni. La sua storia politica, le sue battaglie, il modo netto con cui ha attraversato per decenni alcune delle questioni più controverse del nostro Paese meritano comunque rispetto, anche quando producono dissenso.
Eppure c’è un punto, nelle sue parole sull’aborto, sul quale ho sempre avvertito una sorta di vuoto.
Non un errore. Non necessariamente una contraddizione. Piuttosto, un’assenza.
Ho sempre voluto almeno comprendere -a livello storico più che propriamente intrinseco- la ragione della sua battaglia: sottrarre le donne alla clandestinità, alla paura, ai rischi e alle umiliazioni che per troppo tempo hanno accompagnato il dramma dell’aborto. Ma, ascoltandola negli anni, mi sono spesso chiesto dove fosse, dentro quel racconto, l’altra parte della storia. Dove fosse quella vita che non può parlare.
Quella presenza ancora invisibile, fragile, inerme, che non può rivendicare nulla e non può persino difendersi.
È questo il punto sul quale torno ogni volta. Non per negare la complessità della scelta della donna ma perché quella complessità dovrebbe impedire di considerare l’aborto una questione interamente risolta dalla sola parola “diritto”.
Il diritto appartiene a chi può esercitarlo, reclamarlo, difenderlo. Quella creatura non può fare nulla di tutto questo. Non può parlare, non può scegliere, non può raccontare la propria paura.
Forse è una mia impressione. Forse la memoria mi restituisce soltanto una parte delle sue parole. Non pretendo quindi di trasformare una percezione personale in una verità su Emma Bonino.
Ma quella sensazione è rimasta.
Nelle sue parole ho avvertito con grande chiarezza la presenza della donna, della sua libertà, della necessità di combattere la clandestinità e l’umiliazione. Molto meno chiaramente ho percepito la presenza di quell’altra realtà, una realtà che non ha ancora una voce e che, proprio per questo, avrebbe bisogno almeno di uno sguardo capace di riconoscerne l’esistenza.
La formazione radicale di Emma Bonino, la sua impostazione liberale ed individualista, la sua insofferenza verso i vincoli imposti dall’esterno e la sua difesa dell’autodeterminazione compongono una visione nella quale l’individuo occupa inevitabilmente il centro della scena. La libertà personale, nella tradizione liberale, nasce anche dalla necessità di difendere l’individuo dall’invadenza del potere e dalle imposizioni della società.
Ma proprio nell’aborto questa concezione incontra il suo punto più difficile.
Perché qui non c’è soltanto una persona che decide. C’è una relazione. C’è una seconda vita. C’è qualcuno che non può ancora esercitare alcuna autonomia e che, proprio per questo, mette in crisi una concezione della libertà costruita quasi interamente attorno alla capacità dell’individuo di autodeterminarsi.
Fino a che punto possiamo pensare l’individuo come completamente autonomo quando le sue scelte coinvolgono inevitabilmente qualcun altro?
La libertà è soltanto assenza di vincoli? Oppure è anche capacità di riconoscere il limite, la responsabilità e la vulnerabilità dell’altro?
È questa, forse, la domanda che un individualismo portato alle sue estreme conseguenze rischia di lasciare sullo sfondo.
Ed è qui che penso ad un’altra donna: Oriana Fallaci.
Nel suo libro famoso, dedicato “ad un bambino mai nato”, al di là delle sue posizioni, delle sue contraddizioni e delle distanze che si possono avere rispetto al suo pensiero, colpisce la percezione fortissima di qualcuno.
Non soltanto di qualcosa.
Qualcuno.
Una presenza che entra nella coscienza prima ancora di entrare nel mondo. Una vita che non può parlare e che proprio per questo sembra chiedere di essere ascoltata.
In quella prospettiva l’aborto smette di essere soltanto una questione politica o giuridica. Diventa una domanda sull’esistenza, sulla maternità, sulla responsabilità, sul dolore e sul mistero stesso della vita.
Forse è questa la differenza che ho sempre avvertito tra i due racconti. Bonino e Fallaci. Emma e Oriana. Da una parte la necessità di restituire alla donna la possibilità di scegliere senza clandestinità e senza umiliazione. Dall’altra la necessità di non perdere, proprio mentre si parla di scelta, la percezione di ciò che quella scelta porta con sé.
Il libro della Fallaci non negava il “diritto” all’aborto. Ma assieme al diritto non si smarriva la pietà.
Ed è forse qui che ritorna la mia domanda iniziale.
Non riguarda soltanto Emma Bonino. Riguarda il modo in cui tutti noi scegliamo le parole con cui raccontare una delle esperienze più drammatiche dell’esistenza umana.
Se diciamo soltanto “diritto”, rischiamo di non vedere più la vita.
Se diciamo soltanto “vita”, rischiamo forse di non vedere più la donna, la sua sofferenza, la sua solitudine.
Probabilmente la verità, se una verità è possibile, sta proprio nella fatica di non cancellare nessuna delle due.
Non avrei voluto sentire da Emma Bonino una risposta diversa.
Avrei voluto sentire, almeno qualche volta, la domanda.
La domanda su ciò che accade quando la libertà di una persona incontra una vita che non può ancora parlare.
E forse è proprio dalle domande, più che dalle certezze, che comincia ogni autentica riflessione sulla vita.