
Come ha detto qualcuno, il Novecento è un secolo sterminato. E non solo per gli echi, mai obliati, della violenza politica e di un terrore che volle farsi sistematico, ma perché uomini e idee di cent’anni fa sono ancora materia incandescente ai nostri giorni e, se scaviamo un po’, tutto torna alla luce, vero e vivo. Come Corneliu Zelea Codreanu, il fascinoso capo del fascismo rumeno. Un uomo “estremo” per tutti quelli che lo hanno conosciuto. Il Capitano e il suo movimento – la Guardia di Ferro o Legione dell’Arcangelo Michele – è aureolato di suggestioni mitologiche.
Quel Capitano, pubblicato da Volpe 55 anni fa e ora riproposto da Idrovolante col titolo L’Arcangelo trafitto, era più che altro una suggestione, una icona dove la leggenda aveva la meglio sul documento. Carlo Sburlati ha avuto l’onestà intellettuale di farne un personaggio storico, con uno scenario, dei nomi, delle idee, dei programmi, dei dati e delle date: quel fascismo “lontano” e quel Capitano andavano studiati. “Sine ira et studio”, di sicuro con una grande voglia di verità.
Nel 1967 lo studioso statunitense Eugen Weber, nel primo fascicolo del Journal of Contemporany History, si era già occupato del movimento legionario, creato nel giugno del 1927. Weber, contrapponendosi alle rigide schematizzazioni paleo-marxiste – che individuano nel fascismo una fase storicamente necessaria nel contraddittorio sviluppo del capitalismo, sostenuta da una struttura ideologica irrazionalistica e da un velleitarismo piccolo borghese – rivendicava alla predicazione di Codreanu un carattere popolare e rivoluzionario. Oltre che la volontà mistica di totale rinnovamento dell’uomo rumeno. E la Romania del Capitano avrebbe dovuto essere un esempio per l’Europa. Un fascismo “oltre” il Fascismo.
L’uomo è il suo paese
Ed è questo “carattere” insolito che Sburlati coglie e rappresenta. Certo, il lettore potrà cogliere non pochi contrassegni di “empatia”, ma L’Arcangelo trafitto è innanzitutto il profilo di un uomo. E un bel saggio storico. “Dentro” c’è la Romania degli anni tra le due guerre, ci sono le aspirazioni di una società che reclama la giustizia sociale – e non la trova – ci sono le contraddizioni di una classe politica ammalata di una retorica roboante, dove, a ogni piè sospinto, si sfodera il termine “patria” come parola “virtuosa” mentre quel che conta è il perpetuarsi di un potere corrotto. Perché “questa” è la Romania di re Carol contro cui insorgono Corneliu e i suoi legionari.
Sburlati presenta un mondo di combattenti tanto bello da sembrare impossibile: quasi tutti giovani, animati da una fede sincera, fatta di preghiera, lavoro, tensione spirituale, capacità di sacrificio: una rettitudine che quasi assomiglia a un candore fanciullesco e che non si ritrova in nessun altro movimento fascista. Gli uomini del Capitano sono devoti alla Causa e sempre pronti a combattere e a dare la vita in nome della Patria, della Tradizione, del Destino. Chi sbaglia paga, e paga duramente. Diventa peggio di un nemico e quindi va colpito senza pietà.
Sburlati evoca questa purezza che può diventare feroce. L’Arcangelo e gli Arcangeli “santificano” la loro vita con una quotidiana sfida alla persecuzione, alla galera, alla morte. Chi si sacrifica ha bisogno di vittime sacrificali: un’aura luminosamente inquietante. Ben ne coglievano l’antico mistero gli esponenti della più intrepida e insofferente intelligenza rumena come Mircea Eliade ed Emil Cioran, affascinati dal carisma di Corneliu. Lo stesso Eugene Ionesco, che pure era molto distante dalle idee del Capitano, non poteva non ammirarlo. Sentimenti strani e variegati, come l’amicizia tra i tre intellettuali nel dopoguerra. Con il nome di Codreanu radicato nella memoria. Una vita appassionata. La morte sempre in agguato. Corneliu muore a trentanove anni in una imboscata, che Sburlati ricostruisce in tutte le sue pieghe, note o irrisolte.
Ma prima l’Arcangelo visse e seppe, amato e ammirato, parlare al suo popolo. Ai contadini, ai poveri, bisognosi di pane, riscatto sociale, dignità. Un politico impolitico. La rivoluzione è questo ingenuo ardore. Codreanu non vuole un bagno di sangue, una guerra civile. Cerca, ingenuamente, una sorta di conciliazione nazionale. È proprio per questo che viene ammazzato. E la stessa sorte, in contesti diversi, toccherà ad altri.






Coreano un Cristo di destra morto ucciso per la forza delle sue idee.
Codreanu,per me , è il simbolo di una disciplina spirituale che deve precedere la lotta politica . Non a caso mi sono laureato con una tesi dove l’homo religiosus è l’elemento centrale nelle opere di Mircea Eliade .