
Si avverte da tempo l’esigenza di un nuovo “racconto”politico che parli di Italia con la forza di un sapere che possediamo da tempi remoti. Un racconto che riesca nuovamente a interpretare una identità modernissima ma dalle radici antiche.
La chiave di tutto sta nel “ri-guardare” l’Italia nel duplice senso di averne riguardo e tornare a guardarla con occhi nuovi, accettando finalmente le nostre specificità come eccezionali e non più come “anomale” rispetto agli stanchi cliches d’oltreoceano o ai noiosi parametri di questa Europa di mercanti.
La scommessa è quella di tornare a coltivare un Modello Italiano moderno ma allo stesso tempo antichissimo, innovativo ma attento alla qualità della vita ben oltre i grigi parametri del pil e del profitto.
La condizione essenziale è quella di assumere un’altra concezione dello spazio e del tempo, attraverso il richiamo a un sapere antico che sappia amare la velocità e la trasgressione ma sappia anche camminare con lentezza, pensare a piedi, rispettare il paesaggio, scoprire quando spesso l’ammucchiarsi delle case possa diventare volgare, facendoci desiderare di tornare a scorgere il mare o la campagna dietro esse.
Oltre i modelli “produttivistici, riscoprire il senso dell’indugio e della riflessione che prepara quello dell’azione, tornando a rilanciare il primato della politica intesa come cittadinanza attiva e partecipazione.
Se vogliamo realmente essere all’altezza della più grande stratificazione storica, culturale, paesaggistica, ambientale e monumentale del pianeta che l’Italia rappresenta dobbiamo tornare alla consapevolezza che non esiste ne è mai esistita una Italia “etnica” e chiusa alle differenze poiché la nostra unicità è da sempre rappresentata dalla pluralità di segni, storie e simboli che compongono come preziosi tasselli il mosaico della identità nazionale .
È proprio sulle “differenze” e sulla qualità che l’Italia ha saputo costruire il suo ruolo storico: da sempre crocevia di genti e storie, lingue e costumi l’humus della civiltà italiana è fin dalle origini “plurale”.
L’Italia possiamo affermare sia sempre stata il luogo delle differenze e della rielaborazione politica e originale delle contaminazioni storiche di civiltà e culture.

L’Italia e Roma rappresentano fin dalle origini un “paesaggio culturale”variegato e smagliante. Roma lo snodo cruciale di questa storia antica e nobilissima. Roma che raccoglie e interpreta in modo rivoluzionario, a partire da Augusto, il Progetto cosmocratico di Alessandro il Grande senza ridursi a uno dei tanti regni ellenistici orientali. Roma che successivamente con San Paolo declina in chiave universale la parola evangelica contrastando il pericolo di una deriva settaria e determinando così, in un tempo storico decisivo, la cristianizzazione dell’Impero. Roma in cui la tradizione classica come immagine plurale del Mondo si traduce in quella declinazione cattolica della teologia e dell’arte che rappresenterà una visione estetica in grado di dare una portentosa impronta al patrimonio artistico culturale del Medioevo e che conduce al Rinascimento Italiano.
Contro l’iconoclastia e il ripudio delle immagini e della loro pluralità che tutti i testi sacri delle religioni monoteiste professano, la Chiesa Romana rivendica a se’ fin dai primi secoli la capacità di “assorbire”le figure plurali delle divinità antiche garantendo così quella libertà creativa che è all’origine della nostra Bellezza.
Italia plurale
In questo senso l’Italia è culturalmente plurale e per questo i grandi Papi rinascimentali vengono attaccati dal moralismo iconoclasta della Riforma. Culla del Cristianesimo e quindi del Cattolicesimo, sotto questo profilo l’Italia resta intimamente politeista. Le radici della Grande Bellezza italiana sono legate all’eccezionalità del Modello Italiano rispetto all’Occidente globalizzato e omologato.
Fin dall’età dei Comuni si manifesta questo carattere dell’Italia plurale e si iniziano a delineare dinamiche di “modernità”attraverso un inedito spirito di impresa commerciale che anima la vita delle prime Città Stato rinascimentali: Firenze, Venezia, Siena. Al di là del potente richiamo alla tradizione classica e a ciò che Roma rappresentò nel mondo antico, l’Italia è stata la culla della innovazione. Prima che nel mondo anglosassone è in Italia che si ricercano, per la prima volta, gli strumenti necessari a fornire la leva per una inedita mobilità sociale. Dietro quella che per gli osservatori stranieri è “l’anomalia Italia” si cela quindi tutta la forza antica e dirompente della complessità irriducibile delle sue radici: dalla storia Cosmopolita di Roma alle Signorie Rinascimentali.
Dinamicità, relazioni, scambi. Non la Città unica con intorno il contado -come Parigi nell’antichità -ma tante “capitali”e tanti snodi della rete non solo civile e politica ma anche letteraria, artistica, commerciale. Quello che oggi definiamo”Made in Italy” in fondo non è che una idea nata nel Rinascimento e dalle sue radici culturali. Moda, gusto, stile, segni, qualità: dal design alle configurazioni della piazza urbana, dalle strutture architettoniche alla pittura con i nuovi colori e le forme “recuperate”dall’Antico.
Non solo Arte ma anche Tecnologia
Non è un caso che le grandi innovazioni tecnologiche dalla stampa di Manuzio alle macchine di Leonardo fino al telefono di Meucci e alle grandi “invenzioni”che innescano tempi nuovi, portino il marchio del Genio italiano.
Ma al di là della orgogliosa rivendicazione delle imprese italiane realizzate nei secoli passati le radici della eccellenza italiana possono essere coltivate per un nuovo grande disegno di “rinascita”.
Se si vuole “andare oltre”l’attuale decadenza non si possono ancora seguire richiami spenti e incapacitanti a ideologie nate dal e per il 900 ma occorre fare una duplice operazione culturale e politica, sempre ben consapevoli delle “radici” ma in grado di declinare un nuovo linguaggio che determini avvenire.
Consapevolezza e memoria delle origini
Dal Mito del nostro “Modello” occorre trarre non una rappresentazione retorica ma una traccia di senso. Un “racconto” che dall’antichità, come un fiume carsico, può riemergere dando così impulso a una nuova pagina della nostra lunghissima storia. Una rielaborazione culturale da declinare in un progetto politico. Bisogna tornare a parlare politicamente cioè ricominciare a parlare in maniera appropriata rivendicando, contro l’impotenza indotta da un linguaggio povero e legato a schemi mal interpretati del 900, un linguaggio che segua il filo rosso della attribuzione di senso e della conoscenza e distingua il nome proprio di ogni cosa e di ogni Idea.
Oggi tutte le parole che caratterizzano il dibattito politico appaiono confuse e omologate e sembrano finalizzate a lanciare un potente “interdetto”contro qualsiasi speranza politicamente organizzata per il cambiamento stroncando sul nascere la semplice possibilità di immaginare che il “nuovo”possa accadere, destituendo così di ogni importanza il senso della partecipazione politica e favorendo la stabilità di un sistema oligarchico nella struttura, anti politico nelle finalità, sottratto ad ogni controllo popolare e tollerante solo verso uno schema speculare nelle sue versioni “di destra” o “di sinistra”.
Sistema totalmente asservito al modello liberal capitalista e coloniale americano. Se la politica è lo spazio pubblico dove è possibile la rappresentazione delle passioni, la crisi della politica non è altro che crisi della capacità di produrre nuovi simboli. In fondo dobbiamo “semplicemente” tornare a trovare le parole perché qualcosa avvenga: è questo da sempre l’impegno della grande cultura italiana nel segno inconfondibile di identificazione di teoria e prassi.
Una visione, e una missione, Universale della nostra cultura
Già nel 1932 Alberto Luchini su una rivista non a caso intitolata L’Universale ricordava “Non c’è nulla di meno italiano del ripudio a priori d’ogni esperienza, sapienza, eccellenza straniera […] non c’e’ invece nulla di più anticamente, tradizionalmente, permanentemente italiano dell’accogliere, assimilare, ripensare, riplasmare ogni esperienza, sapienza, eccellenza straniera”.
Forti di questo ritrovato lignaggio, uscire quindi dall’afasia tornando a chiamare all’attivismo appassionato le giovani generazioni e il popolo nel nome di questa bella idea dell’Italia progettata e attraverso la difficilissima costruzione di una nuova prospettiva.
Forse, se saremo molto italiani e quindi molto bravi, di una vita nuova…







