
Giorgia Meloni ha un problema insolito: dura. Con 1.413 giorni, il suo governo diventa il più longevo della storia repubblicana. Per un presidente del Consiglio italiano, è quasi un’anomalia costituzionale. Niente panico: non siamo ancora ai livelli di Angela Merkel – sedici anni sono un’altra disciplina sportiva – ma abbastanza perché quattro anni scarsi di governo, altrove ordinaria amministrazione, in Italia valgano un record.
Ora, durare non significa governare bene. Però il tempo, in politica, conta. Aristotele avrebbe parecchie cose da dirci su come si conservano i regimi e Hume, molto prima dei nostri costituzionalisti televisivi, già nel Settecento aveva capito che il tempo crea abitudine e l’abitudine stabilità. Una comunità, insomma, non può ricominciare ogni mattina da capo.
L’Italia, invece, per decenni ha praticato con talento la crisi di governo. Si cambiava presidente del Consiglio, si spostava qualche ministro, si inventava una formula nuova e spesso erano gli stessi partiti a tornare a sedersi allo stesso tavolo. Molto movimento, non sempre altrettanto cambiamento: una specie di moto perpetuo con le stesse facce. La crisi di governo era il modo gattopardesco di cambiare tutto perché nulla cambiasse. Alla faccia della responsabilità!
Qui sta il dato più interessante del primato di Meloni. La stabilità consente di programmare e misurare gli effetti della propria azione. E toglie gli alibi. Dopo quasi quattro anni diventa difficile presentarsi come l’inquilino appena arrivato che ha trovato i rubinetti rotti dal predecessore. Ciò che funziona porta la propria firma. Ciò che non funziona pure.
Tutto questo, dunque, vale più di una curiosità da almanacco e meno di una canonizzazione. Soprattutto, produce un effetto più serio: ci permette finalmente di giudicarla. Che, nella politica italiana, è quasi un altro record.







