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Tra i cieli del ferrarese quando Italo Balbo incontrò Ludovico Ariosto precursore del mito dell’aviatore

costruisce così un Ariosto compatibile con la pedagogia fascista della giovinezza e dell’azione. Astolfo, mobile, vulnerabile e comico, diventa l’antenato del pilota moderno

di Angelo Cupini
19 Agosto 2026
in Cultura, Libri
1
Il volo di Astolfo, a cura di Marco Spada
Il volo di Astolfo, a cura di Marco Spada

Il 6 maggio 1928, a Palazzo dei Diamanti, Italo Balbo inaugurava con Il volo d’Astolfo le letture dell’«Ottava d’Oro», destinate a preparare il quarto centenario della morte di Ariosto. Oggi, Edizioni Imprimere ripropone quel discorso in un volume curato da Marco Spada, autore del saggio introduttivo, e chiuso da un contributo di Emanuele Ennio Quattrini. Ne risulta un libro composito, nel quale un documento di cultura politica viene osservato da due prospettive: storico-critica la prima, simbolica ed esoterica la seconda. Balbo esordisce negando di esercitare la «professione del letterato», ma trasforma questa debolezza in una diversa legittimità. Egli evita in qualsiasi istante di parlare come un filologo, poiché preferisce il vocabolario del ferrarese e uomo d’azione, rivendicando il diritto di riportare Ariosto dentro la vita pubblica. Al poeta chiede «gaiezza, fantasia, gusto della vita, giovinezza, cavalleria, valore, armonia dello spirito, ottimismo». Del Furioso privilegia luce, movimento e misura; restano sullo sfondo l’ironia corrosiva, la follia e l’instabilità del desiderio.

Balbo costruisce così un Ariosto compatibile con la pedagogia fascista della giovinezza e dell’azione. Astolfo, mobile, vulnerabile e comico, diventa l’antenato dell’aviatore moderno. I suoi viaggi sono «raids», le imprese battono «records», l’ippogrifo non resta senza benzina; persino la Coppa Schneider entra nel poema. L’anacronismo è il congegno centrale del discorso, poiché la macchina realizza ciò che la fantasia rinascimentale aveva immaginato e l’idrovolante eredita il prestigio sacro dell’ippogrifo. Ferrara è il terzo protagonista. Balbo sovrappone la città del 1928 a quella estense, distribuisce alle autorità i ruoli dei paladini e trasforma la platea in corte ariostesca. Il passato è adoperato come promessa di grandezza futura, già come si era da poco fatto per Roma antica con il governo di Mussolini. Qui il discorso acquista valore di fonte, difatti mostra come il Fascismo potesse costruire il consenso anche mediante il gioco, l’orgoglio cittadino e la familiarità con un classico.                                                                                                   

Spada ricostruisce questo laboratorio collocando l’«Ottava d’Oro» nella rete ferrarese di Renzo Ravenna, Nello Quilici, Enrico Vanni e Antonio Baldini. Analizza poi Balbo lettore di Ariosto, la «morfologia della verticalità» e il rapporto fra volo, futurismo, aeropittura e aviazione fascista. Utile è la distinzione fra l’iconoclastia futurista e la strategia balbiana: Marinetti traeva energia dalla rottura con il passato; Balbo vi cercava una genealogia capace di nobilitare tecnica e politica moderne. La curatela evita di ridurre il discorso a un reperto propagandistico, infatti ne mostra le forzature senza negarne l’intelligenza. Il punto più convincente riguarda la resistenza del poema all’appropriazione. Sulla Luna ariostesca si accumulano le vanità perdute sulla Terra; la visione dall’alto non celebra il dominio, ma relativizza ogni pretesa umana. Dinanzi alle ottave sul senno, Balbo sospende quasi il commento. Astolfo può essere arruolato nell’aviazione, ma Ariosto non si lascia trasformare integralmente in poeta del regime.

L’edizione conserva il testo del 1928, comprese le forme linguistiche del tempo, affiancandogli note esplicative. La scelta è utile al lettore e allo studioso, benché alcune ripetizioni avrebbero potuto essere eliminate. Non una reliquia, dunque, ma un documento leggibile e contestualizzato per garantire un altro strumento fondamentale per lo studio del Fascismo. 

Di segno diverso è il saggio di Quattrini, Ariosto esoterico. Attraverso Guénon, De Giorgio, Evola e la tradizione ermetica, Astolfo diventa figura di purificazione. Albione rinvierebbe all’albedo alchemica, la Luna alla restaurazione del senno, l’ippogrifo alla composizione di forze ctonie e celesti. Il passaggio dalla storia culturale all’analogia simbolica è netto. Chi condivide questo orizzonte troverà una costruzione ambiziosa e coerente e chi richiede la dimostrazione filologica delle intenzioni ariostesche giudicherà molte connessioni suggestive, ma congetturali. Il contributo esplicita soprattutto una ricezione tradizionalista del poema, senza proseguire sul terreno documentario dell’introduzione. Tale disomogeneità rende il volume interessante e discutibile. Il lettore passa dalla storia politica all’ermeneutica esoterica, con un evidente mutamento dei criteri di prova. Il libro funziona quando la distanza resta visibile, difatti non intende offrire una lettura definitiva, ma mette in scena tre Ariosto – quello di Balbo, quello dello storico e quello dell’interprete simbolico. Il volo d’Astolfo restituisce così un Balbo meno consueto che non è soltanto il gerarca e l’organizzatore delle trasvolate, ma anche un produttore di immagini e mediatore fra la memoria locale e la modernità tecnica. Senza assolvere né processare il suo autore, il volume consente di osservare il tentativo fascista di abitare un classico e ricavarne una mitologia del presente. Ricorda però che i testi possono essere piegati dalla politica, ma conservano una quota di ironia e libertà. Sulla Luna di Ariosto, anche la retorica dell’onnipotenza finisce fra le cose smarrite dagli uomini.            

(Marco Spada, Emanuele Quattrini (a cura di), Italo Balbo, Il volo d’Astolfo, Riccione, Edizioni Imprimere, 2026, pp. 143, 16 €)                                                      

Angelo Cupini

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Tags: Angelo CupiniIl volo d’Astolfomarco spada

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Comments 1

  1. Sandro says:
    2 mesi ago

    Bella recensione, complimenti.

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