I numeri sono importanti, parafrasiamo le parole di Nanni Moretti in Palombella rossa, e allora partiamo da quelli. Se vi diciamo cinque segnature, miglior marcatore della squadra, e quattro assist cosa vi viene in mente. Certo l’indovinello può risultare ostico, ma per risolverlo bisogna scendere a sud del sud santi. Laddove Carmelo Bene è apparso alla Madonna. Parliamo di Lameck Banda, per tutti i tifosi del Lecce (compreso chi scrive) Giuseppe. Il primo zambiano della storia della serie A non poteva che finire, in un modo o nell’altro, sulle colonne di Barbadillo perché il calcio cambia, ma le ali esotiche – seppure sul binario mancino e non su quello destro – restano sempre.
Banda (di matti)
Gerónimo ha vestito le casacche dell’Avellino e dell’Udinese, tra il 1982 e il 1987, per dire addio al pallone tricolore nella stagione 1987/1988 con la maglia della Sanvitese, nella promozione friulana. Ora Banda lo abbiamo scoperto in una serata afosa del 13 agosto del 2022. Il Lecce, neopromosso dopo due campionati di Serie B – e con la seconda vittoria, nella storia giallorossa, della cadetteria ottenuta nella stagione 2021/2022 – si presenta ai nastri di partenza contro l’Inter. I salentini dopo 2 minuti vanno in svantaggio, poi il gambiano Ceesay a inizio ripresa la pareggia. A quel punto Marco Baroni guarda la panchina. È il 74’. Esce Federico Di Francesco entra Banda ci mette due giri di orologio per presentarsi all’Italia. Lancio di Morten Hjulmand e botta di fuori con Handanovic che deve mettere in angolo. Alto meno di 170 centimetri, col baricentro basso, bassissimo fin dalle prime partite del campionato è capace di frullare le gambe come un ciclista.
Che occhio, Pantaleo Corvino
Certo il classe ’01 risultava acerbo, acerbissimo (non Acerbi), arrivava dal Maccabi Petah Tikva Fc ovvero dalla B israeliana, ma Pantaleo Corvino – che in queste ore ha salutato il Lecce, scrivendo pagine di storia a queste latitudini – vide qualcosa fin da quel calciomercato. E vuoi non fidarti del direttore sportivo di Vernole? Lo abbiamo visto correre più forte del pallone, centrare un palo da dentro la porta a San Siro con Maignan battuto. Ma in queste quattro salvezze di fila del Lecce lo abbiamo osservato e passo dopo passo, giunto all’alba dei 25 anni, ha deciso di mettere da parte le leggerezze per incidere. Le marcature vi dicevano all’inizio, come non partire da quella col Genoa. Solo lo scorso anno, dopo la parata di Leali su tiro di Cheddira, avrebbe tirato di prima. Magari sparandola oltre la curva nord. Magari cercando di colpire il cielo per abbattere il chiaro di Luna. E invece ora ha stoppato, ha condotto la sfera dentro l’area piccola per consegnare tre punti al Lecce. Che equivalgono a quota 38 punti e alla permanenza nella massima serie italiana.
Come Chevanton
Il goal più bello? Senza pensarci la punizione che ha condotto alla sconfitta l’Udinese, l’8 febbraio scorso, sul campo del Via del Mare al 90esimo. Con la 19 sulle spalle come un certo Javier Ernesto Espinosa Chevanton. Punizione sulla sinistra dai 25 metri, la riconcorsa, il destro a giro a mezza altezza e il popolo giallorosso in festa. Proprio come Chevanton a inizio millennio contro il Milan. Volente o nolente è il volto, assieme ai Gallo, ai Ramadani e ai Falcone (quest’ultimo anche le mani) del Lecce. Di quello che può essere, ma soprattutto di quello che è questa terra, il tacco d’Italia, che in un campionato con 18 squadre da Roma in su è l’invitato a una festa che sembra essere congegnata per altri ritmi. Eppure, la forza di Saverio Sticchi Damiani, il presidente giallorosso, e del suo entourage è qui nel baricentro di Banda. Perché bisogna correre, buttarsi, sbilanciarsi e quasi perdere l’equilibrio per poi ritrovarsi eretti e lanciati verso nuovi obiettivi.
Un role player applicato alla A
Qualche tempo fa, parlando dell’Inter, Ciccio Graziani raccontava di come ai nerazzurri di Chivu manchi qualcuno capace di sparigliare le carte, di buttare all’aria i piani avversari quando le difese sono incatenate al catenaccio. L’elenco dei nomi è corposo, da portafogli ingombranti, ma l’ultimo è lui Giuseppe “Pippi” Banda. Negli States, precisamente nella NBA, qualora approdasse in una grande squadra lo chiamerebbero role player. Qualcuno che si concentra su un aspetto del gioco e specializza ogni passaggio, ogni tiro, ogni giocata in un’unica direzione. Ecco come uno Zalayeta degli anni ’00 del calcio italiano, ma con caratteristiche tutte sue. Banda esulta, intanto, spesso lo ha fatto con un dito tra i denti quasi fosse un pugnale, sicuramente un ardito della pelota. Preso di mira dagli avversari, falcidiato dai falli ha tutto, ma “a modo nostro”. Proprio come recita la maglia celebrativa per la quarta salvezza di fila del Lecce in A. Non sappiamo se le sue scorribande saranno ancora una peculiarità leccese, al pari dei pezzetti, ma quello che sappiamo è che il barbadillismo del calcio italiano è vivo più che mai e ha trovato il suo profeta.







