
Allegri, è tornato Max. Più juventino che mai. Nel senso bonipertiano, sia chiaro: “Vincere è l’unica cosa che conta”. Altro che scemenze, altro che menate buone per gli ultimi pedagoghi guardiol-marxisti. Il socialismo giochista, che uccide la fantasia pretendendo di sostituirla coi passaggi in cui tutti toccano la palla da buoni compagni, è finito. Peccato, però, che abbia lasciato dietro di sé la solita devastazione: un buco nero, anzi azzurro, da cui la Nazionale italiana non si riprenderà per almeno altri dieci anni.
Allegri, è tornato Max. Più milanista che mai. Nel senso berlusconiano del termine. Le Coppe, gli scudetti. Il bel gioco, per carità. Ma costruito senza prescindere dalle basi, dalla difesa: là nacquero gli invincibili: Tassotti-Baresi-Costacurta-Maldini. Primum vivere. Silvio, socialista pure lui ma di rito craxiano, lo sapeva bene. Poi, da uomo di spettacolo, vendeva alla gente un prodotto spettacolare, rutilante e pieno di paillettes luminose. Che, però, prima di tutto, doveva funzionare: vincere.
Allegri, è tornato Max. Gli interisti se la passano male. Marotta incespica sulle parole e sui risultati: “C’è stato il cambio di allenatore, di conseguenza è fisiologico che ci sia qualche difficoltà che negli anni passati non c’era”. E perché ciò non vale al Milan? Perché Chivu è sottoposto alle leggi dell’attesa mentre quel demonio del Grande Max Uguale al Cielo non lo è? Ecco, perché è un grande allenatore che non gode di ottima stampa. Un po’ come Mike Tyson: lui sì che è stato il più grande della boxe ma la gente continuerà a credere che lo sia stato Mohammed Alì perché aveva, in termini comunicativi, un’altra marcia. Il problema, però, è che il calcio (e lo sport in genere) vivono di fatti. Non è politica. Se Alì avesse perso Rumble in the Jungle, non parleremmo di George Foreman come di un televenditore di grill e pentole. Alla fine, i nodi vengono sempre al pettine: Max è tornato e già fa la differenza.







