
L’Italia vince contro l’Irlanda del Nord ma non convince a pieno. Anzi, se non fosse per la matematica, non avrebbe convinto affatto. Intendiamoci, gli azzurri hanno passato il turno. Evviva. Ma non è che l’Irlanda del Nord sia il Brasile. Certe cose è meglio dirsele anziché darcele per scontato. Perché, vedrete, da qui a martedì ci sarà qualcuno che tenterà di contrabbandare una partita tra impari in uno scontro tra titani. Se la Nazionale di Gattuso si presenterà in finale playoff con lo stesso approccio dei primi sessanta minuti, forse, sarà un grave problema.
Italia archivia la pratica Irlanda del Nord
Un gol di Tonali e poi quello di Moise Kean. Che ne deve sbagliare almeno tre prima di centrare, con una carambola deliziosa, il raddoppio azzurro che restituisce a Ringhio Gattuso un paio d’anni di vita. E fa specie, impressione, pensare che c’è stato chi abbia tremato quando il cittì nordirlandese ha fatto entrare un tizio, Josh Magennis, che faceva prima il portiere e mo’ fa il centravanti nella Serie C inglese. Sì, avete letto bene. Quelli della Rai dicevano che sarebbe entrata “l’artiglieria pesante”. Se, rispetto a questa nazionale, un attaccante della terza serie inglese, che gioca in una squadra che forse si salva tranquilla (l’Exeter City) vuol dire che siamo messi male noi. E che il racconto di questa Nazionale è pure messo peggio. Nel primo tempo è venuto fuori il nervosismo paralizzante. Nel secondo l’ha sciolta Tonali con una botta a colpo sicuro. Non è stato né dominio, né altro. Una brutta partita, giocata male che s’è raddrizzata verso la fine. Il resto è contrabbando intellettuale.
Per favore basta retorica
L’Italia, di riffa o di raffa, supera l’Irlanda del Nord. Bene. Adesso ci aspetta la finale. Saremo costretti a sorbirci un fine settimana di alte speranze, di vasti programmi (scusa, monsieur de Gaulle), di squillanti proclami e facili profezie. Lodi sperticate e parole usate col bilancino perché sennò i calciatori nostri, poverini, si smontano. E pensare che, tanti anni fa, la Nazionale veniva accolta a pomodori quando, come contro la Corea nel ’66, si azzeccavano figurelle barbine. Oggi no. Bisogna andarci cauti. Ora: nessuno, per carità, vuole rinverdire i fasti di un tempo che fu. Nessuno vuol sprecare ortaggi né traumatizzare giovani che, nonostante tutto, praticano uno sport in cui si vince o si perde. Ci vuole stile, il turpiloquio è roba da social. Per favore, però, evitateci la retorica del cuore, dei “nostri ragazzi”, della Nazionale che c’entra l’impresa. Il Galles non è l’Argentina, né la Bosnia è la Germania. Ammesso e non concesso che ce la fa. Perché repetita iuvat: in queste condizioni, che ci andiamo a fare, se ci andiamo, ai Mondiali?







