Scorre una lacrima. Non è dolore, non è solo dolore. Non è commozione, non è solo commozione. Nemmeno nostalgia, seppur è vero che i capelli ingrigiscono e com’eravamo felici, senza sapere di esserlo. È gratitudine. Perché Igor Protti, di quella felicità, è stato un campione. L’ultimo uomo, la palla scagliata in rete, imprendibile: sotto la traversa. Eppoi la bandierina del corner, l’esultanza coi compagni sui binari della gioia. Il trenino, già. La prima cosa che ci affiora alla mente. C’era il San Nicola, era pieno. C’era la Serie A, era un sogno. C’era un attaccante che segnava a nastro, che riuscì a farsi capocannoniere del campionato (davvero) più bello del mondo. Chissà oggi quanto varrebbe se per Palestra l’Inter dovrà pagare 50 milioni. Chissà se ci fosse stato lui oggi se la Nazionale si sarebbe qualificata ai Mondiali. Chissà. Allora però c’era una squadra, il Bari, che comunque retrocesse. E poi la Lazio, prima il Messina. E il Napoli. Ma poi Livorno. La discesa in C. Il progetto labronico con Spinelli, uno che a Matarrese poco e nulla c’aveva da invidiare per visione e incomunicabilità con le tifoserie. Gli amaranto trascinati in Serie A. Un’altra storia, un’altra sinfonia scandita da un’armonia di gol, titoli da capocannoniere in serie, e un contrappunto di grinta e passione.
Scorre una lacrima. La malattia, la consapevolezza che pure gli eroi sono umani. Troppo umani. L’Italia ha tifato per lui, s’è unita alla sua lotta. Il male ha avuto la meglio del corpo, non dell’anima. Quella è immortale. Come la gloria che attende chi ha il merito, immenso, di aver regalato felicità a migliaia e migliaia di persone. Senza chiedere nulla in cambio. Addio, Igor.







