La Garfagnana, ampia area della provincia di Lucca, è attraversata dal fiume Serchio e varia in altezza dai circa 150 mt. di Bagni di Lucca agli oltre 2000 del Monte Prado. A nord confina con la Lunigiana (provincia di Massa Carrara), a ovest con le Alpi Apuane e a est con la catena principale dell’Appennino tosco-emiliano.
Come tante altre zone collinari e montane del nostro Paese, ha pagato nei decenni il prezzo delle trasformazioni socio-economiche, soprattutto in termini di spopolamento, conservando tuttavia un vero e proprio giacimento di tesori culturali che ne rimarcano la spiccata peculiarità.
8 km da Lucchio, dove restano in 33
Barbadillo.it ha scritto di Lucchio (frazione di Bagni di Lucca), villaggio di appena 33 abitanti, appollaiato sulla roccia alle pendici del monte Penna di Lucchio (appunto). Un salto in macchina e via: a 8 Km e sempre oltre i 600 mt. di altezza, c’è un altro borgo, altrettanto affascinante per storia, oltreché per panorami spettacolari, ma ancor più singolare del primo per tradizioni ed usi ancora vivi. Anche questo è una frazione di Bagni di Lucca: si chiama – nome intrigante e misterioso – Vico Pancellorum. I residenti, da quasi 600 del tempo che fu, sono oggi 108.
I fratelli esuli da Roma
Una leggenda vuole il villaggio fondato dai due fratelli Pancelli (da cui il nome Pancellorum), esuli da Roma, ed è comunque certo che esso fu in origine dei Romani, poi dei Longobardi, poi possedimento del Comune di Lucca e infine di quello di Pistoia.
A risvegliare subito il senso di mistero nel visitatore, almeno il nostro, in fondo alla strada principale troviamo raffigurate, sul portale d’ingresso della bellissima Pieve di San Paolo di stile romanico, immagini simboliche: un Crocifisso, un Albero della Vita, una Scacchiera, un Cavaliere con in mano una spada, però quasi totalmente cancellato ed una Madonna in Trono. Esse potrebbero essere addirittura legate ai Templari proprio per la rappresentazione della scacchiera, una delle prime in Italia.
Pentole e paioli
Ma l’aspetto più curioso e a suo modo enigmatico del borgo e dei suoi abitanti è il linguaggio, anzi sono i linguaggi. Nei secoli scorsi, gli abitanti di Vico ebbero assidue frequentazioni per lavoro con quelli dell’Agro Romano, per cui il dialetto locale, unico nella zona, ha assorbito nel tempo forti influssi laziali. Ma la cosa ancor più sorprendente e unica nel suo genere è che a Vico si è parlata e in qualche caso si parla ancora una lingua, che non è un dialetto e non è italiano. E’ l’ “arivaresco”, perché così si esprimevano gli stagnini del luogo, cioè gli artigiani del metallo, in particolare del rame e della latta, detti anche “arivari”. Essi andavano in tutta l’Italia Centrale, chiamati a stendere lo stagno all’interno di pentole, paioli e caldaie di rame e a riparare le toppe.
Astuzie dell’ambiguità
di Taluni però, per poca esperienza o risparmio, anziché lo stagno stendevano la cera. Quando l’inganno veniva scoperto, erano già di ritorno o a riparare in altre terre. Perciò si inventarono una lingua giocata su ambiguità espressive, onde non farsi capire dagli altri e intendersi solo tra loro: bello si dice “calio”, brutto “storno”, “tastacanali” è il medico, “stampariella” la mano e “bori” il contadino. “La gallina ips calia, la cipolla ips storna” – ci dice sorridendo un vecchio discendente di un’antica famiglia di “arivari” dopo avercene regalata una già pronta per la sua degustazione al ritorno (confermiamo: era veramente “calia”, senza ombra di dubbio).
L’“arivaresco” non si è inabissato, travolto dal progresso e dall’omologazione. Oltre ad essere stata recentemente oggetto di tesi di laurea, grazie all’Associazione “Risveglio” questa lingua è stata salvata e continua a tramandarsi in alcune famiglie di Vico, dove viene tramandata di padre in figlio. Potenza delle tradizioni, anzi della Tradizione…