La felicità ha un prezzo. Nei Paesi che più hanno fatto del mercato, del reddito e del consumo i parametri di successo, quel prezzo sale. L’elaborazione di Visual Capitalist – basata su dati Remitly, su ricerche della Purdue University e salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro – calcola per 50 Paesi il reddito oltre il quale l’aumento delle entrate non produce più un miglioramento significativo della valutazione soggettiva della vita. Non pretende di misurare dove le persone siano più felici; confronta il salario medio con questa soglia.
Negli Usa il salario medio indicato è circa 75.300 $, vale a dire il 55,8% della soglia stimata della “felicità”: è 134.800 $. In Australia il rapporto precipita al 36,6%: 59.000 dollari australiani (0.62 euro) contro 161.300. Nell’Uk siamo al 35,9%. In Canada al 44,4%. In Nuova Zelanda al 34%. Solo la Slovenia, nel campione, supera la soglia stimata; diversi Paesi dell’Europa centro-orientale vi si avvicinano ben più delle grandi economie liberali occidentali.
Il parametro è tutt’altro che anticapitalista. Misura il benessere attraverso il reddito e assume che il denaro sia uno degli strumenti fondamentali per realizzare aspettative, consumi e sicurezza materiale. La ricerca originaria della Purdue University, su oltre 1,7 milioni di persone, individuava infatti un “punto di sazietà” del reddito: la soglia oltre la quale la crescita delle entrate non si traduce automaticamente in una migliore valutazione della vita.
Qui emerge la contraddizione. Anche accettando il metro della società dei consumi, alcuni dei sistemi che più identificano il successo con reddito, carriera e capacità di acquisto mostrano una distanza molto ampia fra quanto il cittadino medio guadagna e quanto dovrebbe guadagnare per raggiungere quella stessa idea di benessere.
È un paradosso interno al modello. Non occorre contrapporgli una concezione spirituale della felicità. Basta prenderlo sul serio nei suoi stessi presupposti.
Se la felicità si misura economicamente, il sistema dovrebbe almeno consentire alla parte centrale della popolazione di avvicinarsi alla soglia che esso stesso associa al benessere. Nei “paradisi” del capitalismo anglosassone ciò accade sorprendentemente poco.
Lo studio non dice che australiani o inglesi siano necessariamente infelici rispetto agli sloveni. Dice che in diversi Paesi ad alto reddito perfino la “felicità capitalista” resta relativamente lontana dal lavoratore medio.
Qui si fa interessante la lettura di Michael Lind (La nuova lotta di classe, élite dominanti, popolo dominato e il futuro della democrazia, edizioni Luiss) sulla trasformazione della lotta di classe in Occidente: una classe professionale e tecnocratica, integrata nei circuiti della globalizzazione; dall’altra parte, una popolazione che vive in società formalmente prospere, ma percepisce una perdita di sicurezza, status e capacità di incidere.
La questione non è se il capitalismo produca ricchezza: la produce. È capire quanto quella ricchezza resti accessibile e quanto si allarghi la distanza fra la promessa di benessere e la sua possibilità concreta.
Più una società trasforma il reddito nel metro della realizzazione personale, più si scopre che proprio lì il reddito necessario per sentirsi “arrivati” cresce più rapidamente della possibilità ordinaria di raggiungerlo. È una contraddizione che il capitalismo liberista occidentale dovrebbe spiegare.







