
Anche se l’avrei incontrato, sia pur fugacemente, anche in altre occasioni, il ricordo più intenso che conservo di Giuseppe Parlato risale alla sera, anzi alla notte del 18 gennaio 2002, nell’albergo di Pordenone dove sia lui che io eravamo ospitati, in quanto relatori in un convegno sulla scuola. Vi partecipava anche Beniamino Brocca, già politico democristiano e sottosegretario alla Pubblica Istruzione dal 1987 al 1992, promotore di una riforma dei programmi della scuola secondaria superiore che piaceva alle sinistre per la prospettata introduzione del biennio unico, poi avvicinatosi al centrodestra, o almeno dialogante con esso, negli ultimi anni della sua vita.
Ma questa è un’altra storia. In realtà dei temi dibattuti nel convegno non ricordo molto; ricordo invece il colloquio che ebbi dopo cena con Parlato, nel quale fra una grappa bianca e l’altra ebbi il privilegio di conoscere con largo anticipo i contenuti di quello che è stato forse il suo libro più innovatore e significativo: Fascisti senza Mussolini, pubblicato col Mulino nel 2006. In quell’occasione mi confidò le scoperte che aveva fatto nel corso delle sue ricerche, e in particolare i meccanismi politici che consentirono la nascita e la sopravvivenza, a pochi anni da Piazzale Loreto, di un partito dichiaratamente neofascista. Meccanismi legati non solo alle logiche della guerra fredda, ma alla preoccupazione diffusa anche all’interno del mondo cattolico che molti esponenti della sinistra “repubblichina” trasmigrassero nel Pci, in una sorta di nemesi storica dell’appello ai “fratelli in camicia nera” che Togliatti nel 1936 aveva lanciato ai fascisti in nome delle idealità rivoluzionarie del programma di Sansepolcro.
Non era un caso, per altro, che un alto dirigente del Pci fosse stato soprannominato “Caronte” per la sua capacità di traghettare nelle file del partito ex brigatisti neri e che “Il Pensiero Nazionale”, la rivista dei “fasciocomunisti” diretta da Stanis Ruinas, nom de plume di Giovani Antonio De Rosas, sia stata a lungo foraggiata dal Pci. Nella nostra conversazione Parlato ipotizzò addirittura che alcune delle riunioni che avrebbero condotto alla nascita del Msi fossero state ospitate all’interno di strutture vaticane; ma di questo non avrei trovato in seguito riscontro. Certo è comunque che quello che Andrea Riccardi, in un pionieristico saggio degli anni Settanta, aveva definito “il partito romano”, non guardò con ostilità alla nascita di un movimento che condizionasse da destra la Dc e, costituendo una calamita per gli ex fascisti di sinistra, sottraesse la maggior parte di loro all’abbraccio di Togliatti.
Quando il saggio fu pubblicato, le tesi di Parlato non incontrarono molto apprezzamento presso certi ambienti della destra post-missina, anche perché “spoetizzavano” la narrazione eroizzante sulle origini del partito. Ne ebbi prova, anni dopo, nel corso di una presentazione un po’ burrascosa del volume a Ferrara; ma questi sono gli inconvenienti di quando si raccontano le cose quali sono realmente avvenute, non come si vorrebbe che lo fossero. Credo però che non abbiano mai trovato alcuna seria smentita, come non trovò smentite il suo saggio La destra dimezzata, su quella ejaculatio praecox del post-fascismo che fu la scissione di Democrazia nazionale.
Non sarebbe del resto potuto andare diversamente. Del suo maestro Renzo De Felice, oltre alla passione per i sigari toscani e al destino di una morte precoce, Parlato condivideva il rigore della ricerca, l’assidua frequentazione degli archivi, e anche una non comune capacità di cogliere la cifra più profonda di una personalità. Memorabile la sua definizione di Giorgio Almirante come “maestro di sentimenti in un partito ‘sentimentale’” che egli espresse in una bella intervista a Fabio Andriola per “Storia in Rete”, come la sua convinzione che lo stesso Almirante sia stato “il Msi” più di quanto De Gasperi sia stato “la Dc”.
A proposito di Almirante, Parlato mi raccontò un aneddoto sul suo conto che può far sorridere, ma che a mio parere aiuta a comprendere la complessa humanitas e l’amor paterno dello storico segretario missino. Dal suo racconto sono passati più di ventitré anni, per cui mi scuso preventivamente di qualche inesattezza, ma la sostanza è questa. Quando era agli esordi della sua carriera universitaria, Parlato si vide presentare una studentessa che stava preparando una tesi sulla storia del Msi. Accettò volentieri l’incarico e dopo qualche tempo si vide presentare le pagine iniziali della tesi, battute a macchina a spazio uno fronte retro e scritte in uno stile un po’ enfatico, tutt’altro che accademicamente “avalutativo”.
La studentessa si chiamava Giuliana De’ Medici ed era la figlia di Giorgio Almirante e di donna Assunta, anche se portava il cognome del primo marito di quest’ultima, che l’aveva nobilmente riconosciuta, pur sapendo che non era sua, per evitarle il marchio – almeno per l’epoca – di illegittima. Quando fece i debiti collegamenti, Parlato non ebbe difficoltà a comprendere chi fosse l’autore e il dattilografo di quella prima stesura. Non so come si sia sviluppata in seguito quella tesi di laurea, però non posso fare a meno di figurarmi con simpatia un Almirante che sottrae tempo alle beghe di partito, agli impegni parlamentari, alla militanza giornalistica e magari anche all’insegnamento nella scuola privata in cui lavorava per aiutare la figlia negli studi. E lo fa battendo le sue cartelle a macchina a spazio uno per quell’attitudine al risparmio di un bene sacro alla cultura come la carta, che contraddistingueva tanti uomini della sua generazione (penso agli articoli che Stano Scorza, fratello di Carlo, ultimo segretario del Pnf, inviava a spazio 1 alla redazione di “Industria Toscana”, il giornale della Confindustria fiorentina, e che toccava a me rivedere e a volte riscrivere integralmente perché non c’era spazio per le correzioni).
Questo è il ricordo più vivido che conservo di Giuseppe Parlato e di quella notte d’inverno a Pordenone Non è molto, eppure spero possa aggiungere qualcosa alla figura dello studioso che è stato per la storia del neofascismo quello che il suo maestro De Felice era stato per la storia del fascismo.
Enrico Nistri






