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Esteri. Sergio Romano: “Putin non sarà ricordato come Hitler. Ucraina ponte Ue-Russia”

Pubblicato il 12 febbraio 2015 da Gerardo Adami
Categorie : Esteri

putinSergio Romano fa il punto sulla crisi Russia-Ucraina nella rubrica delle lettere del Corsera.

Esplora il significato del termine: Su molti giornali, compreso il Corriere della Sera, sono stati pubblicati molti articoli che per spiegare l’attuale crisi ucraina fanno riferimento a fatti del passato, del patto di Monaco del 1938 all’accordo di Jalta del 1945 oppure alla Guerra fredda. Mi domando se sia davvero giusto: sono passati molti anni da quegli eventi, il quadro della politica internazionale è profondamente cambiato, oggi utilizziamo tecnologie (si pensi solo a Internet) che hanno rivoluzionato la società. Oppure anche lei è del parere che negli eventi mondiali ci siano delle costanti e che quindi il passato sia sempre utile per capire il presente?

Francesco Bencivenga, Milano

Caro Bencivenga, i confronti storici sono utili a una condizione: che non vengano usati per servire a una tesi o per mettere sul banco degli accusati il Paese a cui si vorrebbero attribuire le responsabilità di una crisi. L’incontro quadripartito di Monaco fu la storia di un grande inganno. Tre Paesi — Francia, Gran Bretagna e Italia — credettero che l’annessione del Sudetenland alla Germania avrebbe appagato le ambizioni di Hitler; e il premier inglese Neville Chamberlain credette di potere annunciare ai suoi connazionali, tornando in patria, che vi sarebbe stata «peace in our time», pace nei nostri tempi. Bastarono pochi mesi perché il capo del Terzo Reich dimostrasse di avere interpretato la concessione di Monaco come un segnale di debolezza e un implicito invito ad allargare smisuratamente l’orizzonte delle proprie aspirazioni. Non credo che gli storici di domani descriveranno Vladimir Putin come un nuovo Hitler, deciso a divorare, un boccone alla volta, l’Ucraina e le repubbliche del Baltico. A chi sostiene che la Russia, con l’annessione della Crimea e gli aiuti forniti alle milizie filorusse dell’Ucraina orientale, ha unilateralmente modificato i confini di uno Stato europeo, gli storici potrebbero ricordare che i membri della Nato, negli anni precedenti, avevano modificato le frontiere politiche e militari del continente.

Era lecito pensare che il probabile ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe stato accolto a Mosca con paziente rassegnazione? Il confronto con Yalta è fondato sulla convinzione che l’incontro tripartito del febbraio 1945 fra Churchill, Roosevelt e Stalin, sia servito a spartire l’Europa tra le democrazie anglo-sassoni e l’Unione Sovietica. Verrebbe invocato, presumibilmente, se l’iniziativa diplomatica francotedesca si concludesse con la spartizione dell’Ucraina. Ma questa rappresentazione di Yalta fu opera, in primo luogo, del generale De Gaulle, utile per squalificare un incontro a cui non era stato invitato; e in secondo luogo di quella parte della società politica americana che non ha mai smesso di considerare Roosevelt responsabile della sovietizzazione dell’Europa centro-orientale dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il ritorno alla Guerra fredda dipende dal modo in cui verrà risolta la questione ucraina.

Se l’Ucraina rinuncerà alla Nato e diverrà una sorta di utile ponte economico fra l’Unione Europea e la Russia, la crisi verrà ricordata dagli storici come il momento in cui fu evidente che gli interessi degli americani non erano necessariamente quelli degli europei. Ma questa, caro Bencivenga, è soltanto una scommessa, influenzata dai desideri e dalle speranze di chi le scrive.Su molti giornali, compreso il Corriere della Sera, sono stati pubblicati molti articoli che per spiegare l’attuale crisi ucraina fanno riferimento a fatti del passato, del patto di Monaco del 1938 all’accordo di Jalta del 1945 oppure alla Guerra fredda. Mi domando se sia davvero giusto: sono passati molti anni da quegli eventi, il quadro della politica internazionale è profondamente cambiato, oggi utilizziamo tecnologie (si pensi solo a Internet) che hanno rivoluzionato la società. Oppure anche lei è del parere che negli eventi mondiali ci siano delle costanti e che quindi il passato sia sempre utile per capire il presente?

Francesco Bencivenga, Milano

Caro Bencivenga, i confronti storici sono utili a una condizione: che non vengano usati per servire a una tesi o per mettere sul banco degli accusati il Paese a cui si vorrebbero attribuire le responsabilità di una crisi. L’incontro quadripartito di Monaco fu la storia di un grande inganno. Tre Paesi — Francia, Gran Bretagna e Italia — credettero che l’annessione del Sudetenland alla Germania avrebbe appagato le ambizioni di Hitler; e il premier inglese Neville Chamberlain credette di potere annunciare ai suoi connazionali, tornando in patria, che vi sarebbe stata «peace in our time», pace nei nostri tempi. Bastarono pochi mesi perché il capo del Terzo Reich dimostrasse di avere interpretato la concessione di Monaco come un segnale di debolezza e un implicito invito ad allargare smisuratamente l’orizzonte delle proprie aspirazioni. Non credo che gli storici di domani descriveranno Vladimir Putin come un nuovo Hitler, deciso a divorare, un boccone alla volta, l’Ucraina e le repubbliche del Baltico. A chi sostiene che la Russia, con l’annessione della Crimea e gli aiuti forniti alle milizie filorusse dell’Ucraina orientale, ha unilateralmente modificato i confini di uno Stato europeo, gli storici potrebbero ricordare che i membri della Nato, negli anni precedenti, avevano modificato le frontiere politiche e militari del continente. Era lecito pensare che il probabile ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe stato accolto a Mosca con paziente rassegnazione? Il confronto con Yalta è fondato sulla convinzione che l’incontro tripartito del febbraio 1945 fra Churchill, Roosevelt e Stalin, sia servito a spartire l’Europa tra le democrazie anglo-sassoni e l’Unione Sovietica. Verrebbe invocato, presumibilmente, se l’iniziativa diplomatica francotedesca si concludesse con la spartizione dell’Ucraina. Ma questa rappresentazione di Yalta fu opera, in primo luogo, del generale De Gaulle, utile per squalificare un incontro a cui non era stato invitato; e in secondo luogo di quella parte della società politica americana che non ha mai smesso di considerare Roosevelt responsabile della sovietizzazione dell’Europa centro-orientale dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il ritorno alla Guerra fredda dipende dal modo in cui verrà risolta la questione ucraina. Se l’Ucraina rinuncerà alla Nato e diverrà una sorta di utile ponte economico fra l’Unione Europea e la Russia, la crisi verrà ricordata dagli storici come il momento in cui fu evidente che gli interessi degli americani non erano necessariamente quelli degli europei. Ma questa, caro Bencivenga, è soltanto una scommessa, influenzata dai desideri e dalle speranze di chi le scrive.

Di Gerardo Adami

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