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Storia. Arpino e i morti italiani di Malga Bala: “Le bocche cucite dai titini col fil di ferro”

Pubblicato il 30 gennaio 2015 da Marco Petrelli
Categorie : Cronache

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Il generale dell’Aeronautica Militare Mario Arpino ricorda con una certa precisione quel giorno del 1944 quando, insieme al padre, assistette allo scarico da un camion delle salme dei dodici carabinieri assassinati dalle bande titine. Sono passati oltre settant’anni da quella strage della quale i più, oggi, sanno poco e nulla, eppure nelle mente e nelle parole dell’ufficiale (nato a Tarvisio nel ’37, nda) la memoria di quei momenti è ancora nitida.

Friuli 1944 In seguito dell’8 settembre 1943, i tedeschi avevano assorbito il Friuli nei territori del Reich, con la denominazione di “Zona d’operazione Alpenvoreland”, sotto diretto controllo germanico.

Cosacchi e sloveni In FVG ci sono italiani, soldati della Wehrmacht e delle SS, ma anche cosacchi, questi ultimi inquadrati nei ranghi germanici e specializzati nella lotta ai partigiani italiani e sloveni. Gli uomini di Tito compiono diverse sortite nella regione, poiché spesso godono del favore delle popolazioni locali e dei gruppi comunisti che orbitano attorno al IX Corpus sloveno. Vittime delle azioni slave non solo i soldati di Salò, ma anche civili, perseguitati in un’ottica di epurazione dell’italianità delle Terre orientali. Le Foibe il più elevato e violento esempio.

Né con il Duce, né con Tito Nei territori occupati la vita dei soldati del disciolto Regio Esercito non è facile. Dopo le deportazioni in Germania e Polonia, arrivano i bandi di arruolamento della RSI, coscrizione obbligatoria per le forze armate di Salò. I Reali Carabinieri non hanno infranto il giuramento al Re Vittorio Emanuele. Sono sono monarchici e destano antipatie e diffidenza sia tra le autorità d’occupazione, sia tra le unità partigiane. Fedeltà che pagano cara: nell’agosto 1944 l’organico è ridotto a poco più di mille unità; molti gli inquadrati nella nella Gurdia Nazionale Repubblicana o spediti in Germania. Con i ribelli la situazione non è migliore, lo sanno bene i dodici gendarmi uccisi a Malga Bala dai comunisti sloveni.

Il ricordo di Arpino Tra il 23 e il 25 marzo 1944, dodici carabinieri in servizio alla centrale idroelettrica di Bretto (UD), al comando del vice birgadiere Perpignano, sono disarmati e catturati da elementi del IX Corpus sloveno del Maresciallo Tito. Tradotti in località Malga Bala, vengono giustiziati.   Poco dopo il ritrovamento delle salme, il giovane Arpino assiste al loro scarico da un autoveicolo: “(Le salme)Erano livide e per lo più denudate. Su alcune dovevano aver infierito a calci, perché si vedevano i segni dei chiodi degli scarponi. Altri, credo, avevano la bocca cucita con filo di ferro e forse non avevano più gli occhi. Uno aveva un piccone con il manico spezzato ancora piantato nel petto”.

Una verità a lungo taciuta, una delle tante storie del Confine orientale italiano che si perdono nei meandri della memoria. Come con le Foibe, come con Porzus, dietro le morti l’ombra del nazionalismo comunista jugoslavo, sovente coadiuvato da elementi del Partito comunista italiano. Nel 2002 la Procura di Padova riapre il fascicolo e individua anche alcuni dei responsabili, professionisti d’oltre confine un tempo commissari politici e ufficiali dell’esercito titino.

Nel marzo 2009 finalmente il riconoscimento istituzionale. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferisce ai caduti 12 Medaglie d’Oro al Valor Civile, con la seguente motivazione:

“Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, in servizio presso il posto fisso di Bretto Inferiore, unitamente ad altri commilitoni, veniva catturato da truppe irregolari di partigiani slavi, che, a tappe forzate, lo conducevano sull’altopiano di Malga Bala. Imprigionato all’interno di un casolare, subiva disumane torture che sopportava con stoica dignità di soldato, fino a quando, dopo aver patito atroci sofferenze, veniva barbaramente trucidato.
Preclaro esempio di amor patrio, di senso dell’onore e del dovere, spinto fino all’estremo sacrificio”

Un primo, importante gesto di pacificazione e costruzione della memoria collettiva, in un Paese che a 70 anni dalla fine della guerra non riesce a fare ancora i conti con il proprio passato.

@Barbadilloit

@marco_petrelli

Di Marco Petrelli

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