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Esteri. Marine Le Pen sul New York Times: “Contro il terrorismo fondamentalista”

Pubblicato il 25 gennaio 2015 da *Marine Le Pen
Categorie : Esteri

MARINE LE PENPARIGI- “Non chiamare le cose con il loro nome aumenta l’infelicità del mondo”. Che Albert Camus avesse ragione o no, queste parole descrivono incredibilmente la situazione in cui si trova il governo francese. Infatti, il Ministro degli Esteri della Francia, Laurent Fabius, non osa più pronunciare il vero nome delle cose.

Fabius non descrive come “Islamici” i terroristi che Mercoledì 7 gennaio sono andati negli uffici del giornale Charlie Hebdo, nel cuore di Parigi. Né userà mai il termine “Islamic State” per descrivere il gruppo radicale Sunnita che controlla il territorio in Siria e Iraq. Nessun riferimento può essere fatto al “fondamentalismo Islamico”, per paura che l’Islam e i mussulmani possano essere confusi. Sono da preferire invece i termini “Daesh” e i “Tagliagole del Dahes”, anche se in Arabo “Daesh” vuol dire ciò che si vuole nascondere “Stato Islamico”

Fateci chiamare le cose con il loro nome, anche se il governo Francese sembra riluttante a farlo. La Francia, terra dei diritti umani e della libertà, è stata attaccata sul suo territorio da un’ideologia totalitaria. Il Fondamentalismo islamico. Le cose possono evitare di essere confuse solo rifiutandosi di negarle e guardando il nemico negli occhi. I Mussulmani stessi hanno bisogno di sentire questo messaggio. Hanno bisogno di distinguere fra terrorismo islamico e la loro fede, per fare chiarezza.
Però questa distinzione può essere fatta solo se si vuole identificare il pericolo. C’è bisogno che i nostri compatrioti non alimentino sospetti e non lascino le cose “non dette”. Il terrorismo islamico è un cancro dell’Islam e i mussulmani stessi devono combatterlo al nostro fianco.
Solo quando le cose sono chiamate per ciò che sono, il lavoro vero può iniziate. Niente è stato fatto al momento. Le amministrazioni francesi, una dopo l’altra, sia di destra che di sinistra, hanno fallito nell’affrontare il problema o nel compiere il loro lavoro. Tutto va rivisto, dal servizio di intelligence alla forza di polizia, dal sistema carcerario alla sorveglianza della rete degli jihadisti.

Non è che i servizi di sicurezza francese ci abbia abbandonato. Hanno provato il loro coraggio e la loro determinazione anche durante la crisi degli ostaggi del 9 gennaio nella macelleria Kosher vicino a Porte de Vincennes a Pairigi. Ma le loro azioni sono state azzoppare da una serie di errori del governo.
Anche questi errori vanno chiamati con il loro nome. Ne menzionerò solo tre, ma sono di vitale importanza.

Primo. Il dogma del movimento libero di beni e persone è così radicato fra i leader dell’Unione Europea che ogni idea di controllo dei confini e bollata come eretica. Però ogni anno tonnellate di armi entrano in Francia dai Balcani senza ostacoli e centinaia di jihadisti si muovono liberamente in Europa. Ben poco sorprendente che l’arma di Amedy Coulibaly venisse dal Belgio, come hanno riportato i media Valloni, o che il suo compare, Hayat Boumeddiene, sia andato in Siria sotto il naso delle forze dell’ordine.

Secondo. L’ondata di immigrazione di massa, sia legale che clandestina, di cui il nostro paese ha fatto esperienza per decenni, ha fatto fallire l’attuazione di una giusta politica di assimilazione. Come ha detto Hugues Lagrange, un sociologo del CNRS, la cultura ha una maggiore influenza sul modo in cui gli immigrati si relazionano alla società francese e ai suoi valori, su argomento come la condizione della donna e la separazione fra stato e autorità religiosa.

Senza una politica di restrizione dell’immigrazione, diventa difficile, se non impossibile lottare contro la creazione di comunità autonome, a la crescita di stili di vita in contrasto con la laicità, la forma di secolarismo tipica francese e le altre leggi e valori della Repubblica francese. Un carico ulteriore deriva dalla disoccupazione di massa, che è aggravata dall’immigrazione.

Terzo. La politica estera francese ha oscillato negli ultimi anni fra Scilla e Cariddi.

L’intervento in Libia dell’ex presidente Sarkozy, il sopporto del presidente Hollande per alcuni fondamentalisti siriani,  l’alleanza con alcuni stati che finanzia gli jihadisti, come Qatar e Arabia Saudita, sono tutti errori che hanno messo la Francia in una situazione geopolitica molto incoerente da cui è difficile disctricarsi. Fra l’altro Gerd Mulle, il ministro tedesco per l’economia e lo sviluppo, merita un elogio per avere l’acutezza, come il Front Nationa, di accusare il Qatar di supportare gli iihadisti in Iraq. Questi errori non sono irrimediabili ma per rimediare dobbiamo agire velocemente. L’UMP e il PS hanno creato una commissione per investigare sui recenti attacchi, che difficilmente risolverà il problema. “Se vuoi seppellire un problema, crea una commission”, disse una volta lo statista francese Georges Clemencay. Per ora una misura di emergenza può essere messa velocemente in atto: togliere la cittadinanza francese agli jihadisti è assolutamente necessario. Nel lungo periodo, più importante, è il ristabilimento dei confini nazionali e di dovrebbe essere tolleranza zero per ogni comportamento che metta a repentaglia la laicità e la legge francese. Senza queste misure, una seria politica per combattere il fondamentalismo è impossibile.

La Francia ha già superato 12 giorni, non va mai dimentica. Dopo la pausa per piangere i suoi morti, si è levata per difendere i suoi diritti. Ora la Francia come un solo uomo deve mettere i suoi leader sotto pressione, per fare si che quei giorni di gennaio non siano stati vani. Dalla tragedia francese deve nascere una speranza per un reale cambiamento. Non si può permettere alla logica meschina dei partiti politici di mettere a repentaglio la legittima aspirazione di sicurezza e libertà del popolo francese.

Noi, la Francia, siamo visceralmente attaccati alla nostra laicità, alla nostra sovranità, alla nostra indipendenza e ai nostri valori. Il mondo sa che attaccando la Francia viene assestato un colpo alla libertà.

Io ho iniziato dicendo che dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. Io finisco dicendo che alcuni nomi parlano da soli. Il nome del nostro paese, la Francia, risuona ancora come un richiamo di libertà.

*Editoriale apparso sul New York Times

@barbadilloit

Di *Marine Le Pen

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