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Tennis. McEnroe, Lendl e Ivanisevic a Milano: un revival di leggende

Pubblicato il 23 ottobre 2014 da Michele Fronterrè
Categorie : Sport/identità/passioni

La-Grande-Sfida-MilanoForum di Assago. A Milano, sabato 18 Ottobre 2014, è tornato il grande tennis. Quello dei tempi che furono. Chang, McEnroe, Lendl e Ivanisevic si sono dati battaglia nelle finali della tappa meneghina del Championship Tour. Il campionato del mondo delle leggende del tennis.

Ed è stato un successo di pubblico perché, allora, il tennis, che era in chiaro su Rai 3 – ricordate le telecronache di Giampiero Galeazzi dagli Internazionali di Roma -, e su Telepiù – ricordate il trio delle meraviglie Tommasi-Clerici-Scannagatta – sapeva incontrare una maggiore attenzione degli appassionati. Tutti quei giocatori di club che ai dopolavoro ferroviari si davano battaglia in match tirati quanto quelli dei loro beniamini following the sun.

Tutti gli occhi erano puntati su John McEnroe perché lui, con la racchetta, ha fatto e continua a fare quello che Diego Maradona ha fatto con i piedi. Quello che ha sempre voluto. Perché, McEnroe ha incarnato, specie negli anni 70, anche un certo spirito del tempo. Quello che strizzava l’occhio alla contestazione. Un po’ radical, un po’ sessantottino.

I miei di occhi sono stati, invece, per Ivan Lendl. L’ex cecoslovacco, cinquantino come McEnroe, dopo anni lontano dai campi di tennis cui ha preferito quelli di golf e gli affari di famiglia, è tornato nel circuito come allenatore, vincendo nella nemesi delle nemesi il torneo che gli era sempre sfuggito quello di Wimbledon per tramite di Andy Murray. Uno che come lui aveva inanellato alcune sconfitte nei momenti chiave della sua carriera. Ora Ivan è tornato perfino in campo.

Certo è impossibile a quell’età, per uno che prima di tutti gli altri aveva intuito che il tennis professionistico voleva dire organizzazione e cura meticolosa di ogni aspetto fisico, medico e alimentare, ripetere quello stile maniacale di preparazione e, dunque, trovare quella perfezione che ne aveva caratterizzato gli anni di grande successo. Ma è del tutto evidente che la classe di un McEnroe o di un Ivanisevic, dotati di maggior talento rispetto al campione di Ostrava, non sarebbero nulla o non verrebbero esaltati allo stesso modo senza uno che prende e cerca di sorprenderti con passanti e lob ancora oggi spettacolari.

Dei quattro moschettieri, eccetto il croato Ivanisevic, gli altri tre sono da tempo cittadini americani. Chang e Lendl negli anni 90 hanno, infatti, ottenuto la green card. Oggi non accade più. A riprova di quanto il tennis, oltre il sole, segua soprattutto i quattrini e la geopolitica. A riprova di quanto il tennis perfino geograficamente.

Ancora una notazione. Mentre Mc Enroe ha sfoderato una consueta Dunlop, fedele alla casa che gli ha fornito le racchette con cui ha vinto tutto quello che c’era da vincere (eccetto il Roland Garros), Lendl sempre attento all’innovazione, che aveva giocato per quasi tutta la carriera con la GTX dell’Adidas – una vera e propria mazza -, e sul finire di carriera con un telaio identico marcato Mizuno, oggi gioca con una Bosworth. Un caso di successo. Un produttore fuori dalle major della racchetta che costruisce l’attrezzo calandolo sulle specifiche esigenze e sulle caratteristiche fisiche e di gioco degli atleti che gli si affidano.

Anche di questi dettagli si cibano gli appassionati. Provate a compilare il questionario disponibile su http://www.bosworthtennis.com e scoprite quale attrezzo fa per voi. E tornate in campo. Il movimento del tennis ha bisogno di ferrovieri, bidelli, colletti bianchi con un po’ di pancia che alla domenica se ne danno di santa ragione nei circoli di cui l’Italia è piena, facendo venire la voglia di giocare ai giovani che, attirati dalle loro urla e dai loro sfottò, finalmente lasceranno da parte gli occhi da quei minchia di iPhone. W il tennis.

@barbadilloit

Di Michele Fronterrè

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