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Calcio/libri. “Quando saremo tutti nella nord”: il romanzo del capo ultras del Catania

Pubblicato il 9 ottobre 2014 da Fernando Massimo Adonia
Categorie : Libri Sport/identità/passioni

quando saremo tutti nella nordSospesa tra le grandi e le piccole, tra le metropoli e la dimensione del campanile, c’è Catania, il Catania e i catanesi. Il rosso e l’azzurro tinteggiano la sostanza di una città stracarica di ambiguità. Infernale e paradisiaca assieme. Troppo grande per essere marginale, priva dei palazzi che contano per poter avanzare legittime pretese di supremazia economica e territoriale. Un limite – e non proprio una “specificità” – che pesa sia sul versante politico della città etnea che su quello della storia calcistica. Diciamolo apertamente: quella del Calcio Catania 1946 non è una vicenda colma di trionfi. Anzi, sono tantissimi gli anni passati nelle serie inferiori. In purgatorio e pure nella dannazione dei tornei per dilettanti, dove la speranza di una risalita è assai poco dotata di disponibilità finanziarie. Insomma, un storia fatta più di bassi – e bassezze – che di gioie.

Ecco, da qui comincia il romanzo che avete tra le mani, dalla clamorosa radiazione del Catania di Angelo Massimino. Un dramma. È l’estate del 1993. Dalla C1 girone B – già asfissiante di per sé – si passa alla cancellazione definitiva. È il buio. In tanti non se ne accorgono. Forse perché sul fronte amministrativo, la città vive la stagione della cosiddetta “Primavera”, con Enzo Bianco sindaco e Nello Musumeci alla presidenza della Provincia. Dopo il grigiore degli anni ’80 e la guerra di mafia dei primi ’90, ma con le camionette dell’esercito per le strade un po’ come a Belfast, Catania trova una proiezione nazionale. O così sembra. Nel 1994, addirittura, verrà anche Giovanni Paolo II in visita. Almeno nel secondo millennio, è la prima volta di un papa sotto il vulcano. Insomma, tutto va nella giusta direzione. Ma per una strana beffa, i rossoazzurri sprofondano. Clamorosamente. Pensate, cosa sarebbe Torino senza i successi amarcord dei granata o i trionfi della Vecchia Signora; Milano senza l’Inter e il diavolo rossonero o Napoli senza gli scudetti e l’Uefa targati Diego Armando Maradona. Nel mondo contemporaneo, una città che conta – o vuole contare – deve necessariamente avere un club sportivo ai massimi livelli. Utile a gonfiarsi di orgoglio ma anche a stemperare le tensioni sociali. Ecco: in quell’incrocio storico, il Calcio Catania non c’era; mentre il suo posto veniva usurpato dalla meteora calcistica dell’Atletico (Leonzio prima, Catania poi) di Franco Proto.

Michele-Spampinato-cataniaQuesto è il contesto che fa da sfondo alle vicende che vedono protagonista Michele Spampinato, il volto della Nord catanese. Anzi, la voce. Per Paolo Berizzi e Fabio Tonacci di Repubblica si tratta di «uno dei dieci padroni delle curve italiane». Una semplificazione forse sbrigativa. La storia che qui viene raccontata, ci dice dell’altro. Luigi Pulvirenti, giornalista con l’aggravante di essere un romanziere, ha scovato una vicenda ottima da raccontare. Né bella, né santa, ma – senza dubbio – da ragionare. Una pietanza ottima per chi ha a che fare con la notiziabilità dei fatti. In questo, Luigi ci riesce senza farsi coinvolgere troppo, nonostante anche il suo cuore batta di una passione tutta calcistica. Non c’è nulla infatti di ovattato tra le pagine a seguire. Bisogna riconoscerlo sin da subito. Il risultato è una storia cruda. Per alcuni sicuramente entusiasmante. Quella cioè di una gruppo di tifosi, di ragazzi di quartiere, che si danno un nome, un progetto e alla fine la spuntano: sostenere non una squadra di calcio, ma una maglia e una città. Sempre e comunque. Con lealtà, passione, onore. Su tutti i campi messi a disposizione dai calendari federali. Compresa la tappa umiliante con il Reggio Gallina. Il resto ha il nome dell’Eccellenza sicula girone A. Si riparte dal basso. Si canta lo stesso per novanta minuti filati, senza concedere civetterie alla società, ai giocatori. Il tifo è un credo. La goliardia, la spavalderia, un obbligo. Ma bisogna essere Decisi nel perseguire l’obiettivo: lo stile è tutto compresso in quella denominazione semplice e perentoria.

curva nord cataniaIl gruppo cresce assieme al Catania. Arrivano le promozioni. In un contesto sfasciato, anche la conquista dell’allora C2 e poi della C1, sembrano epocali. Arrivano quindi sfide sempre più importanti. I Decisi vogliono dimostrare che i catanesi ci sono e che l’umiliazione della radiazione sarà riscattata a tutti i costi. Quel tipo di militanza sui gradoni affascina, contagia. Si crea un vero e proprio movimento mai visto sotto il vulcano. Sono centinaia, migliaia le persone coinvolte. Quello striscione con dietro quattro amici, metterà la Nord al traino. Mentre la curva con alle spalle l’orologio della chiesa di piazza Bonadies diverrà quella portante dell’intero ex Cibali. Una vera e propria conquista. In tutti i sensi.

Ma ancora non basta. Con la promozione in B, ottenuta proprio in casa dei tanto “odiati” tarantini, quella Curva che ormai si riconosce totalmente in Michele ha l’occasione di dimostrare all’Italia qualcosa di grande. È una sfida alla storia del tifo nazionale. La frenesia è palpabile. Messina, Palermo, Livorno, Verona, Bari, Bergamo, Vicenza: tutte piazze da domare. Le pagine che seguono testimoniano perfettamente questa tensione rabbiosa, questo spirito di rivalsa. Una volontà di potenza. Nei fatti, la tifoseria catanese riesce a scalare le classifiche. Quella Istat e quella del ministero degli Interni, in primo luogo. Nel 2003, i catanesi sono protagonisti di ben 5 episodi contro altre tifoserie e altri 20 ai danni delle forze dell’ordine, dietro napoletani, laziali, juventini e al pari dei romanisti. Il 23 gennaio 2007, l’Istat stima quella etnea come una piazza ad «alto rischio». I rossoazzurri sono già in Serie A. Appena dieci giorni dopo, sarà disputato il derby con i “rosella” al Massimino. È il maledettissimo 2 febbraio, giorno della morte dell’ispettore capo di Polizia Filippo Raciti.

Il giornalista Luigi Pulvirenti

Il giornalista Luigi Pulvirenti

Ecco, il romanzo di Luigi e Michele non arriva fino a quel punto. Si ferma parecchi mesi prima, alla gioia della promozione, ventitré anni dopo i 40.000 mila dell’Olimpico, del Catania nel massimo campionato. E viene pubblicato – coincidenza assai beffarda – con i rossoazzurri costretti a ripartire dalla B. Stavolta però è stato il campo a decidere il verdetto e non un tribunale. Ma non ci troviamo dinnanzi alla storia del Calcio Catania. A quello ci hanno già pensato con estrema competenza gli autori di Tutto il Catania minuto per minuto. Questo libro semmai ne fa il paio. Qui si tratta della vicenda, invece, di un segmento del tifo italiano. La voce narrante – stavolta non megafonata – è quella di Michele, sono i suoi ricordi. Ognuno, in fondo, ha i propri. Quando si parla di intere masse di tifosi, sono innumerevoli i racconti che s’intrecciano. Non può bastare un’intera enciclopedia per raccoglierli tutti. Qualcosa resterà sempre fuori. Tuttavia, ciò che qui viene raccontato è sicuramente autentico. Non poteva non essere che lui a raccontare questa storia. Non c’entra soltanto il ruolo che ha ricoperto negli anni, ma anche il come lo ha interpretato. Con carisma, certo, ma anche con simpatia e orgoglio. Se la Curva Nord, in quegli anni, ha avuto una vasto seguito e consenso, è perché anche lui ha voluto che fosse una nuova mentalità del tutto inclusiva a prevalere dentro e fuori il Massimino. Michele ha saputo andare oltre le appartenenze di classe, quartiere e – in parte – politiche. Questo è il lievito di una vicenda che, nonostante le troppe storture di naso, è accaduta davvero. Ed era sotto gli occhi di una città esterrefatta ma incuriosita.

catanesi_a_casteldisangroQuella qui esposta è dunque una testimonianza per molti aspetti già storica. Al di là del bene e del male. Questo libro non è un pretesto per benedire lo stile di vita ultras. Non è neanche un trattato di chissà che cosa o un libretto delle istruzioni. È semmai uno strumento, utile all’ego non solo di chi ha vissuto quei giorni carichi di adrenalina e passione. Ma anche ai sociologi e persino ai giornalisti. Secondo le statistiche ufficiali, sono più di settantacinquemila i “cittadini italiani” che frequentano regolarmente le curve. Non possono essere tutti dei “delinquenti”. Non vi può essere la violenza a far da collante di questo popolo. C’è dell’altro, molto altro. Lo dice la ragione. Siamo, semmai, davanti ad un movimento di vasta portata. Sicuramente il più ampio dagli anni ’70 in poi. Alcune pieghe di questo ventaglio sono di certo drammatiche. Sì. Qualche mela, all’interno, è già putrefatta. Nessuno se la sente di nasconderlo. Ma il ’68 e la Contestazione non furono meno opachi. Nell’analisi dei fenomeni sociali, l’ipocrisia aiuta ben poco. Alla stessa stregua, le finalità ideologiche non possono valere come un motivo di vanto esclusivo o un trampolino per laute carriere. L’attivismo da stadio è totalizzante tanto quanto altri tipi di militanza, altrettanto serio. Non c’è una violenza santa e una dannata. C’è l’atto e le sue responsabilità. Sicuramente, nei gruppi ultras non si persegue alcun mondo migliore. È evidente. Si tengono invece alti colori, vessilli, bandiere e un nome. Si apprende un codice antico, s’instaurano legami di solidarietà e rispetto. Anche nello scontro, deve essere la lealtà a prevalere. Ecco: più che post, quella ultras è una prospettiva pienamente preideologica, originaria. Forse è questo dettaglio che risulta difficile da decifrare e digerire, soprattutto fra certi intellettuali in cerca di ampi distinguo e nuove morali. È sicuramente più facile calpestare il fenomeno, reprimerlo, per poi – così facendo – incrementarlo. Dentro, però, c’è tanta umanità e tante, tantissime, potenzialità che sarebbe un grave peccato formattare solo per un vezzo. In fondo, sotto la lana della sciarpa da tifoso ci può essere tranquillamente un figlio, un amico oppure un collega.

*dalla prefazione di Fernando M. Adonia a  “Quando saremo tutti nella nord” di Luigi Pulvirenti e Michele Spampinato, Eclettica Edizioni, Massa-Carrara, Euro 16 

@barbadillo

@fernandomadonia

Di Fernando Massimo Adonia

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