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Libri. “Ma in seguito a rudi scontri” di Culicchia tra fascisti amicizia e pallone

Pubblicato il 4 ottobre 2014 da Giorgio Ballario
Categorie : Cultura Libri

culicchia giuseppe«Il derby è una partita che la squadra più forte e più potente, cioè la Juve, può perdere sempre». Si apre con questa citazione di Paolo Pulici, totem granata degli anni Settanta e Ottanta, l’ultimo libro di Giuseppe Culicchia, Ma in seguito a rudi scontri (Rizzoli, 14 euro). Non è una citazione casuale, visto che Culicchia è tifosissimo del Torino, orgogliosamente fazioso e antibianconero.

Ma il romanzo uscito nei giorni scorsi non è soltanto un’opera dedicata alla storica rivalità cittadina né, tanto meno, una specie di storia delle sfide che hanno animato più di un secolo di football sotto la Mole. In tempi di sterilizzazione delle parole e dei pensieri, Culicchia tenta una doppia operazione “scorretta”: scrive un libro da tifoso vero, lontanissimo dal fair-play di plastica imposto dalle tivù commerciali; e sceglie come sfondo alla sua storia il più tragico dei derby torinesi, quello che si disputò il 1° aprile del 1945 allo Stadio Mussolini (poi Comunale e ora Olimpico) in una città spettrale, semi distrutta, bersaglio di rappresaglie e bombardamenti, attraversata da soldati tedeschi, militi fascisti e partigiani pronti a dare l’ultimo assalto.

E per rendere ancor più evidente la sua volontà di rottura, affida il ruolo di protagonisti a due “soldati perduti” che di lì a pochi giorni si vedranno appiccicare addosso il marchio dell’infamia. Un sottotenente della Folgore spaccone e attaccabrighe, fascista convinto al punto da voler seguire il Duce nel fantomatico ridotto della Valtellina; e un ufficiale delle Waffen SS, reduce dal fronte russo, mutilato e disincantato, rimasto solo dopo la morte della sua famiglia nel bombardamento di Dresda, votato alla ricerca della “bella morte”.

Detto così, sembra l’anticipazione di un romanzo cupo e tragico, stile “caduta degli dei”. Ma Culicchia preferisce virare subito verso toni leggeri e picareschi, privilegiando una forma scorrevole e moderna anche a costo di rinunciare ai contenuti. Del resto la brevità del testo – 130 pagine – non avrebbe consentito gli approfondimenti psicologici e narrativi che ne avrebbero fatto un’opera di maggior impegno e respiro. Un’occasione perduta, forse.

Come detto, Culicchia sceglie i toni a lui congeniali della commedia surreale, dove esagerazione e paradosso non stonano perché sono inseriti in un quadro che vuole essere leggero. Anche se spesso si ha l’impressione che l’autore giochi a interpretare il ruolo del giullare di corte, che scherzando racconta la verità. «Sai, gli angloamericani hanno sviluppato una tecnica speciale per i bombardamenti terroristici», spiega l’Obersturmfürer Franz Hrubesch a una prostituta che gli ricorda la moglie scomparsa. «Li fanno a ondate successive, dosando scientificamente bombe esplosive e incendiarie e sfruttando le correnti d’aria, in mode da provocare quello che loro chiamano una Tempesta di fuoco. E Dresda l’hanno scelta proprio perché sapevano che non c’erano grandi industrie o basi militari, dunque era una città praticamente indifesa, piena zeppa di civili e prigionieri di guerra e profughi dell’Est».

«Questa guerra non la vinciamo più», pensa invece il parà Ermanno Zazzi dopo l’estasi erotica con un’altra prostituta, di cui si è innamorato. «Ma chissenefrega. Io me la voglio giocare fino alla fine. Come il camerata Franz qui a fianco. Col cazzo che ci arrendiamo, noi. Potranno dire che abbiamo fatto le peggio cose. Anche perché la Storia la scriveranno loro, come al cinematografo, e a noi toccherà la parte dei lupi nelle favole».

Parlando del sottotenente della Folgore, occorre fare un passo indietro nel tempo reale e avanti nel tempo fittizio della narrazione. Ermanno Zazzi altri non è che il padre di Francesco “Franz” Zazzi, il ragazzino anarchico, menefreghista, spaccone e neonazista che compariva in uno dei romanzi di maggior successo scritti da Giuseppe Culicchia, Il paese delle meraviglie, uscito dieci anni fa. E adesso, alla luce di Ma in seguito a rudi scontri, si comprende anche il motivo del soprannome tedesco del ragazzo. Fra l’altro, a vantaggio dei più giovani e dei lettori a digiuno di calcio, il nome dato all’Obersturmfürer è un palese omaggio al centravanti dell’Amburgo che nel 1983 affrontò – e sconfisse – la Juventus nella finale della Coppa dei Campioni. L’ennesima, velenosa, citazione che Culicchia riserva «all’altra squadra», quella di cui il parà Zazzi – una specie di ultras ante litteram – non riesce neppure a pronunciare il nome. Così come la perfidia di chiamare Moggi, Giraudo e Bettega (sia pure con i nomi di battesimo mischiati) i tre tifosi bianconeri sbertucciati, armi alla mano, dai due camerati prima della stracittadina.

Per i nostri eroi il derby finisce male, in tutti i sensi. Si conclude con una sconfitta sul campo (3-1 per la Juve, sia pure con il gol del pareggio viziato da evidente fuorigioco, come scrisse La Stampa il giorno successivo) e con l’arbitro che fischia la fine con largo anticipo a causa dei «rudi scontri» cui si riferisce il titolo del romanzo. In realtà non fu una semplice scazzottata fra tifosi, volarono pistolettate e raffiche di mitra tra differenti fazioni politiche, poiché in tempi di guerra civile non pochi spettatori entrarono armati allo Stadio Mussolini. E solo per miracolo non ci scappò il morto. Nel malinconico ma un po’ troppo didascalico finale, Zazzi e Hrubesch si riscattano salvando un giovane partigiano e si avviano così verso il loro destino di sconfitti dalla Storia.

culicchia giuseppeMa in seguito a rudi scontri è un romanzo piacevole e godibile, non privo di spunti interessanti, originali e persino scomodi. Lascia solo il retrogusto amarognolo di un’opera che graffia in superficie, senza voler (o poter) affondare il colpo come sarebbe stato auspicabile.

@barbadilloit

Di Giorgio Ballario

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