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Effemeridi. Il marchese Lapo Viviani della Robbia (ucciso dai partigiani) e il fascismo interclassista

Pubblicato il 9 settembre 2014 da Amerino Griffini
Categorie : Cultura

Assemblea_nazionale_del_Partito_Fascista_RepubblicanoIl 9 settembre 1946, a San Polo in Chianti, nei pressi di Firenze, fu assassinato il marchese Lapo Viviani della Robbia, discendente degli scultori fiorentini del ‘400.
La guerra era finita da più di un anno e il fronte in queste zone era addirittura passato nell’estate del 1944, quindi due anni prima.
Ciò nonostante la scia di sangue continuava ad insanguinare anche Firenze come il resto del Centro-Nord.
Ad aprile dello stesso 1946 a Firenze era stato ucciso Walter Semeraro, reduce dalla Russia e poi milite delle Brigate Nere.
Anche la macchina della delazione e dei processi non accennava a rallentare: a ottobre lettere anonime indirizzate alla Questura avevano consentito di arrestare il futuro filosofo cattolico Attilio Mordini, latitante dalla fine della guerra, mentre il futuro attore Giorgio Albertazzi, Sottotenente della Legione “Tagliamento” della RSI era stato intercettato mentre si stava iscrivendo all’Università e come Mordini, chiuso nel carcere delle Murate.
I neofascisti, nella clandestinità, d’altra parte davano segni di essere ancora vivi e di non voler lasciare la scena; lo testimoniano il ferimento con due proiettili del comunista Domenico Porfiri davanti alla sezione “Spartaco Lavagnini” e una raffica di mitra davanti alla sezione del PCI di piazza Piave.
Di lì a qualche mese sarà aperta anche la prima sede del MSI a Firenze, in Borgo Ognissanti con relativi tafferugli e tentativo di assalto e di invasione da parte degli antifascisti; pochi giorni dopo il primo segretario missino locale, Mario Fani finirà quasi linciato e nel quartiere di Rifredi, in via delle Panche si assisterà al tentativo di impiccare due neofascisti. Il clima fiorentino dei tempi emerge chiaramente da un rapporto inviato all’Ambasciata USA a Roma da Leonard R. Mills, vice console statunitense a Firenze, nel quale si segnala che da fonti attendibili si sa che i comunisti fiorentini hanno un arsenale di centinaia di mitragliette, mitraglitrici pesanti e bombe a mano, precisando che i dirigenti del PCI manifestano preoccupazione perché convinti di non avere il controllo di questi ex partigiani che sarebbero circa un migliaio.
Il marchese Lapo Viviani della Robbia era stato uno dei tanti aristocratici fiorentini che avevano creduto nel fascismo, che avevano fatto parte delle squadre d’azione assieme ai popolani – il fascismo fu interclassista e a Firenze il primo segretario del Direttorio fu il droghiere Penni – che avevano partecipato alla Marcia su Roma e che poi si erano divisi nelle varie accanite anime del fascismo fiorentino (Mussolini veniva poco volentieri a Firenze forse timoroso di “buscarle” dagli irrequieti fascisti locali).
Per citarne solo qualcuno, il principe Piero Ginori Conti, squadrista e scienziato membro dell’Accademia dei Lincei per la classe delle Scienze fisiche e matematiche; il conte Giuseppe della Gherardesca, il marchese Dino Perrone Compagni che delle squadre prima della conquista del potere fu uno dei comandanti fiorentini; il conte Paolo Venerosi Pesciolini che fu Podestà della città fino al 25 luglio 1943; il marchese Peruzzi de’ Medici che era stato tra i promotori del Fascio fiorentino; il marchese Luigi Ridolfi Vaj da Verrazzano, discendente del famoso navigatore, ardito durante la Prima guerra mondiale, arrivato al fascismo attraverso il futurismo di “Lacerba” e tanti, tantissimi altri, in pratica i più bei nomi dell’aristocrazia fiorentina. .
Tra tutti questi il della Robbia era stato sicuramente il meno in vista, in fondo era stato solo Segretario del Fascio di San Polo e quel giorno di settembre del 1946 stava rientrando in auto nella sua fattoria quando fu bloccato e ucciso con due colpi di pistola alla nuca.
Non fu difficile ai Carabinieri risalire all’assassino, un ex partigiano del luogo, e ai complici, tutti membri del Partito Comunista Internazionalista di San Polo, un gruppo di dissidenti dal PCI su posizioni anti-staliniane.
L’esecutore materiale dell’omicidio, Ilario Filippi, confessò e si vantò del fatto finendo condannato a 27 anni di carcere.
Quattro suoi complici furono condannati in primo grado a 18 anni; due di essi riuscirono a fuggire all’estero e nel 1948 rientrarono in Italia perché assolti in Appello.

@barbadilloit

Di Amerino Griffini

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