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Il caso. Fiume eredità scomoda: Pescara sfratta il Vate, Terni dimentica “La Disperata”

Pubblicato il 7 agosto 2014 da Marco Petrelli
Categorie : Estat&racconti
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Terni. Il labaro de “La Disperata” conservato nella casa museo di via Carrara del comandante della guardia di Gabriele D’Annunzio Elia Rossi Passavanti.

Si racconta che i viennesi abbiano per anni conservato, gelosamente, i volantini lanciati dal Vate nel corso del Volo su Vienna (9 Agosto 1918), incursione aerea non violenta e scanzonata ma dall’alto valore simbolico per il suo messaggio di pace.

I viennesi conservano, gli abruzzesi invece cancellano. La nuova giunta comunale di Pescara ha deciso infatti di rimuovere il logo “Pescara città Dannunziana” dalla carta intestata del Comune.

Si tratta di una richiesta che non cela alcun furore iconoclasta nei confronti del logo della precedente amministrazione, né un’avversione nei confronti di D’Annunzio. È innegabile l’importanza del Vate per la città: è sicuramente stato un gigante, come lo è stato anche Flaiano” ha spiegato il sindaco del capoluogo abruzzese a Il Fatto Quotidiano, parrebbe quasi a voler giustificare una scelta che lascia in effetti perplessi e malcelando nelle sue parole  un apparente imbarazzo, confermato dallo stesso assessore alla cultura.

Galeotta fu la carta

Nel medesimo articolo de Il Fatto l’assessore alla cultura “rassicura” che “l’idea non avrà costi e riguarderà soltanto la futura produzione cartacea del Comune. Fino a esaurimento scorte, continueremo a utilizzare la vecchia carta intestata consacrata all’autore de Il Piacere” Ma se il Vate è un gigante perché vergognarsi di averlo sui documenti protocollari? E, soprattutto, perché quel “Pescara città Dannunziana” sulla carta intestata disturebbe tanto? Ma vuoi vedere che la questione…

… è sempre la solita del nazionalista/fascista?

“Era un pazzo e un fascista” la sinistra, ammettiamolo, non ha mai amato il Vate, forse per la paura di vedersi scippare quell’idea di progresso e di rivoluzione ‘urlata’ in ogni corteo gauche che si rispetti. E l’esperienza della Reggenza di Fiume, così poco nota agli Italiani, rivoluzionaria lo è stata davvero, perché ha affrontato tematiche sociali economiche e politiche proponendo soluzioni d’avanguardia che hanno anticipato di mezzo secolo le “conquiste” del 1968:

(Art. 5 della Carta del Quarnaro) “La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’ habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere“.

Quanto al fascismo, Fiume è precedente alla fondazione dei Fasci e alla Marcia su Roma, senza considerare che, anche dopo la presa del potere di Benito Mussolini, le relazioni tra Vate e Duce non furono mai buone.

Un genio incompreso o forse è meglio dire poco studiato e poco noto. Ridurre D’Annunzio a poeta dagli strani gusti sessuali o a fascista, appunto, sarebbe come definire Leopardi un “marchigiano gobbo e sfigato”, privandosi così del piacere dell’analisi e dell’intepretazione delle opere di grandi letterati nostrani.

Altri casi: la “Disperata”

Pescara non vuole il Vate, ma Gabriele D’Annunzio non deve per questo spiacersi o sentirsi solo. Il comandante della sua guardia personale “La Disperata”, il conte Elia Rossi Passavanti è da decenni snobbato dalla sua Terni, città natìa della quale fu podestà e cittadino illustre. Soldato più decorato d’Italia ( due medaglie d’oro in due guerre mondiali) un seggio in Parlamento, fondatore della TOE (Ternana Opera Educatrice, nda) e Presidente Nazionale dell’Associazione Arma di Cavalleria  Passavanti ricoprì a Fiume l’importante incarico di guidare i “pretoriani” del Vate. Nella sua casa museo di via Carrara è ancora conservato lo stendardo del reparto. Ma i ternani lo sanno? Certo che no, al di fuori di qualche addetto ai lavori e al di fuori di chi, da quella casa museo, si è portato dannvia qualche souvenir, come purtroppo è accaduto.

 

 

Di Marco Petrelli

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