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Esteri. Sergio Romano: “Le vittime civili renderanno effimera la vittoria di Israele”

Pubblicato il 29 luglio 2014 da Eric Cantona
Categorie : Esteri

gazaSul conflitto israelo-palestinese in corso le analisi sono spesso polarizzate e faziose, come tradizione dei media italiani. L’eccezione è costituita dagli scritti dell’ambasciatore Sergio Romano, che dalla rubrica delle lettere del Corriere della Sera offre una lettura approfondita del nodo fondamentale di queste giornate nel medioriente, l’uso militare delle vittime civili nelle guerre asimmetriche. 

Romano risponde ad una lettrice, Elisa Merlo, che si chiede: “Se la mia difesa comporta anche involontariamente la morte d’innocenti, non è giusta. Israele non può fare una strage di bambini per difendersi da Hamas. Detto questo, bisognerebbe appurare se anche quella di Hamas non sia legittima difesa. Non c’è forse un popolo potentissimo che opprime un popolo debolissimo? Non c’è un popolo oppressore e un popolo oppresso?“.

La destrutturazione della propaganda delle fazioni in campo

“Cara Signora, Il portavoce del governo israeliano – scrive l’ambasciatore – le risponderebbe che Hamas si fa scudo della popolazione e si serve di luoghi civili (un ospedale, una scuola, una moschea) per nascondervi i propri razzi o farne rampe di lancio; e aggiungerebbe che le vittime civili sono la inevitabile ricaduta di questa strategia. È probabilmente vero”. Poi cita un precedente storico: “Ma non è meno vero che l’uso militare della popolazione civile appartiene alla storia dei rapporti arabo-israeliani sin dal 1948, se non addirittura dai tempi della Palestina mandataria. Quando reagirono all’aggressione degli eserciti arabi, dopo la fondazione dello Stato, e passarono al contrattacco, le forze israeliane completarono la vittoria, in parecchi casi, costringendo gli abitanti ad abbandonare i loro villaggi. Era il modo più efficace per rendere la conquista permanente”.

 Il ruolo dei paesi arabi nell’impasse palestinese

Da fine analista di politica internazionale Romano poi evidenzia che “quando la massa degli esuli palestinesi fu raccolta nei campi, grazie all’intervento dell’Onu e di alcune organizzazioni umanitarie, gli Stati arabi si astennero deliberatamente da interventi che avrebbero facilitato la loro integrazione nella società dei Paesi in cui avevano trovato rifugio”. Non tentarono alcun tentativo di integrazione, facendo sì che i campi profughi diventasse l’incubatore di una identità nazionale sofferente e piena di recriminazioni.

Una fotografia realista del conflitto

“Quando Israele scatena una offensiva militare, come nelle scorse settimane, i militanti di Hamas – conclude Romano – si nascondono fra la popolazione per meglio colpire le forze israeliane e non hanno alcun interesse a limitare le proprie perdite. Come in tutte le guerre asimmetriche, anche in quella di Gaza la parte meno armata e organizzata ha un’arma — la propria vita — di cui il nemico, meglio armato e organizzato, cerca di fare, per i propri combattenti, il minore uso possibile. Il tragico paradosso di Gaza, cara Signora, è questo: quanto più numerose sono le vittime nel campo palestinese, tanto più la vittoria degli israeliani è destinata a essere effimera”.

@barbadilloit

Di Eric Cantona

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