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L’intervista. De Benoist: “La superpotenza Usa la soppressione delle radici e l’Europa”

Pubblicato il 22 luglio 2014 da Nicholas Gauthier
Categorie : Corsivi Esteri Le interviste

statua-della-libertaDopo la caduta del muro di Berlino, gli Stati Uniti sono diventati una “superpotenza”. Dove è ora la potente America tra crisi finanziarie e guerre irregolari?

Il dibattito sul “declino americano” è stato lanciato negli Stati Uniti alla fine del 1980 da Paul Kennedy, il cui libro Ascesa e declino delle grandi potenze è ormai famoso in tutto il mondo. Molti di coloro che condividono il suo punto di vista ragionano a partire dall’adagio secondo il quale “ogni Impero morirà”. Gli Stati Uniti non hanno mai creato un vero impero, ma una zona di influenza, che non è la stessa cosa. Gli alleati sono considerati come vassalli, i nemici come figure del male (l’ultimo in ordine di tempo Vladimir Putin). In questi ultimi anni, la crescita in potenza dei paesi emergenti, a cominciare dalla Cina, il bilancio catastrofico delle guerre in Iraq e in Afghanistan, l’indebolimento del sistema del dollaro, oggi apertamente contestato dai cinesi e dai russi, l’accumulo di deficit, da Reagan in poi, di un’ampiezza mai vista prima, o l’evoluzione demografica (la popolazione di origine europea non rappresenta già più che una minoranza delle nascite), ha dato un certo credito a questa tesi. Detto ciò, gli Stati Uniti sono ancora la potenza principale del mondo, soprattutto perché la mondializzazione ha creato un ambiente favorevole allo sviluppo del loro “soft power”, teorizzato nel 1990 da Joseph Nye in Bound to lead (Costretti a comandare, ndt).

Il fatto che l’America del Nord sia la sola nazione al mondo ad essere nata a seguito di un genocidio può spiegare la sua psicologia così specifica e l’idea che certi Americani possano realizzarsi in questo “destino particolare”?

Io ho piuttosto l’impressione che, al contrario, sia questa psicologia che spiega lo sterminio metodico degli Indiani. La mentalità americana è segnata da una concezione economica e commerciale del mondo per l’onnipresenza dei valori biblici e per l’ottimismo tecnico. Gli Stati Uniti hanno una  storia breve, che si confonde con la modernità; la civiltà americana è una civiltà che si dispiega nello spazio più che svolgersi nel tempo. Durante la loro breve storia, gli Stati Uniti non hanno conosciuto che un solo grande modello politico, praticamente invariato dalle origini – da cui deriva il loro conformismo (Céline, nel 1925, parlò della “opprimente scipitezza dello spirito degli Stati Uniti d’America”). Il pensiero dei Padri Fondatori è nell’essenziale ispirato dalla filosofia dell’Illuminismo, che implica il contrattualismo, il linguaggio dei diritti e la fede nel progresso. Christopher Lasch ha  detto a giusto titolo che “negli Stati Uniti, la soppressione delle radici è sempre stata percepita come la condizione essenziale per l’aumento delle libertà.” Gli Stati Uniti sono nati dal desiderio di rottura con l’Europa. Tocqueville scrisse: “Le passioni che agitano gli Americani sono passioni commerciali, non passioni politiche. Trasportano nella politica le abitudini del commercio”. La “democrazia in America” non è che il regno di un’oligarchia finanziaria.

Ma i primi immigrati intendevano creare una nuova società che fosse in grado di rigenerare l’umanità intera. Volevano fondare una nuova Terra promessa che avrebbe potuto diventare il modello di una Repubblica universale. Questo tema biblico, che è al centro del pensiero puritano, ritorna come un leitmotiv in tutta la storia degli Stati Uniti. Costituisce il fondamento della “religione civile” e dell'”eccezionalismo” americano. Dal 1823, James Monroe pose sotto il segno della Provvidenza la prima dottrina americana in materia di politica estera. Interventisti o isolazionisti, in pratica tutti i suoi successori hanno adottato lo stesso approccio. Ed è anche la teologia puritana del “Patto” che ispira la dottrina del “destino manifesto” (Manifest destiny) annunciato da John O’Sullivan nel 1839: “La nazione fra le nazioni è destinata a manifestare all’umanità l’eccellenza dei principii divini […] E’ per questa missione divina accanto alle nazioni del mondo che l’America è stata scelta”. In altre parole, se Dio ha scelto di favorire gli Americani, loro hanno allo stesso tempo il diritto di convertire gli altri popoli al loro modo di essere, che è necessariamente il migliore.

Le “Relazioni internazionali” non significano niente altro che la diffusione su scala globale del sistema di vita americano. Rappresentando il modello alla perfezione, gli americani non hanno bisogno di conoscere gli altri. Sta agli altri adottare il loro modo di agire. Non ci si può stupire, in queste condizioni, che le delusioni degli Stati Uniti nella politica estera spesso derivano dalla loro incapacità di immaginare che altri popoli possano pensare in modo diverso da loro. In effetti, per molti Americani, il mondo esterno (il “resto del mondo”) semplicemente non esiste, o piuttosto non esiste nella misura in cui si americanizza, condizione necessaria perché divenga comprensibile.

Ciò che più sorprende degli Americani è la loro incontestabile capacità di rimbalzo…

Questa capacità di rimbalzo si spiega con il fatto che gli Americani non hanno stati d’animo sul valore del loro modello, per l’onnipresenza della violenza nella loro cultura, e anche per il fatto che non hanno subito nel XX secolo il salasso abominevole che hanno subito gli Europei. Gli Stati Uniti hanno avuto 117mila morti durante la Prima guerra mondiale (1 milione e 700mila la Francia), 418mila morti durante la Seconda guerra mondiale (almeno nove milioni di morti la Germania), circa 40mila in Vietnam, per un totale di perdite umane minore che durante la guerra di Secessione. Gli Stati Uniti non devono essere sottovalutati, non solo perché le loro risorse sono considerevoli, ma anche perché non hanno perso la loro energia. Nondimeno resta che, come gli Stati Uniti sono nati da un rifiuto dell’Europa, l’Europa non potrà farsi che contro gli Stati Uniti.

[Intervista di Nicholas Gauthier pubblicata su Boulevard Voltaire. Traduzione di Manlio Triggiani]

@barbadilloit

Di Nicholas Gauthier

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