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Cinema. Takeshi Kitano: l’etica dei samurai postmoderni tra gangster, pulp e Bud Spencer

Pubblicato il 19 gennaio 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Ritratti non conformi

L’occhio del samurai dietro la macchina da presa. La straordinaria capacità di reinterpretare lo spirito millenario del Giappone innestandolo con la modernità. Il talento di chi riesce a far ridere, piangere, inorridire e al tempo stesso riflettere. Tutto questo è Takeshi Kitano, nato a Tokyo il 18 gennaio del 1947 (ha appena compiuto 66 anni), regista affermato a livello mondiale da almeno vent’anni: nel ’97 ha vinto il Leone d’oro al Festival di Cannes perHana-bi (Fiori di fuoco); due anni dopo è stato finalista a Cannes con L’estate di Kikujiro e nel 2003 ha ottenuto il Leone d’argento a Venezia per Zatoichi.

Eppure confinare l’attività artistica di Kitano alla sola direzione di pellicole di successo è davvero limitante. L’autore giapponese, infatti, è anche attore (non solo nei suoi film), sceneggiatore, comico e presentatore televisivo. Ma persino pittore e scrittore: due suoi romanzi, Asakusa Kid e Nascita di un guru sono stati pubblicati in Italia da Mondadori.

Come spesso accade, l’esordio di Kitano nel mondo dello spettacolo avviene in modo quasi casuale: nei primi anni Settanta il giovane, che all’epoca si fa chiamare Beat Takeshi, bazzica i cabaret del quartiere dei divertimenti di Asakusa, a Tokyo. Una sera sale sul palco per sostituire la “spalla” di un comico e da lì comincia la sua carriera artistica. Impara la danza, la recitazione e il teatro satirico classico giapponese sotto l’ala protettrice del famoso comico Senzaburo Fukami, un’esperienza che sarà fondamentale per la sua preparazione, descritta poi nel romanzoAsakusa Kid e nell’omonimo film. In quegli anni comincia a frequentare la televisione, affermandosi come comico; ma muove anche i suoi primi passi nel cinema, come attore. Nell’83, ad esempio,  con David Bowie e Ryuichi Sakamoto partecipa al film Furyo, di Nagisa Oshima, un altro dei grandi registi nipponici, scomparso nei giorni scorsi a 80 anni.

Nel 1989 arriva la svolta: Kitano è scritturato come attore protagonista del film Violent Cop, gangster story sulla Yakuza, la famosa mafia giapponese. All’ultimo momento il regista rinuncia e i produttori affidano la direzione della pellicola a Kitano, che – con l’audacia e la follia del debuttante allo sbaraglio – trasforma quello che avrebbe dovuto essere un banale remake nipponico di un film d’azione americano in qualcosa di completamente diverso. Il neo-regista gira una storia personalissima e intensa, intrisa di violenza e di passione, in cui oltre alle tematiche tipiche del film di genere si intravede già l’innesto di temi che saranno preponderanti nella sua produzione successiva, come l’astrazione, il dolore e la preparazione alla morte.

«L’aspetto più straordinario dei suoi film – ha scritto il critico cinematografico Stefano Della Casa – è la grande capacita’ di mescolare il grottesco, la malinconia e l’azione: c’è sempre qualcosa di ironico, a volte di molto divertente ma l’assunto è sempre serio, a volte quasi crudele. (…) Inoltre, il cinema di Kitano sembra fatto apposta per negare l’odiosa contrapposizione tra cinema “d’autore” e cinema divertente. Il cinema di Kitano è divertente ed è d’autore».

Violent Cop viene accolto con freddezza dal pubblico giapponese, abituato a vedere Takeshi Kitano come un attore esclusivamente comico. Ma già l’anno successivo, con I nuovi gangster, Kitano comincia ad affermare il suo stile fatto di violenza e leggerezza, sottile umorismo alternato a momenti di grande tragicità. Seguono Il silenzio sul mare (1991) e Sonatine (1993), in cui sono già evidenti i temi che diventeranno classici nell’intera sua produzione: l’amore per la natura, l’ambiente della malavita, la solitudine, il contrasto fra la vita e la morte, il suicidio.

«È facile ignorare la presenza della morte nella nostra vita, e cercare di vivere facendo finta che non esista – spiegherà in un’intervista – La morte è qualcosa che ti segue in ogni momento. Per me sarebbe innaturale pensare alla vita e alla morte come a due elementi differenti. Io penso di essere sempre costantemente pronto al suo arrivo, senza naturalmente essere attratto o, ancor peggio, ossessionato dalla faccenda. Piuttosto credo che chi è ossessionato dalla morte abbia di conseguenza lo stesso atteggiamento anche per la vita».

E nel 1994 Takeshi Kitano vede la morte proprio da vicino: è vittima di un terribile incidente motociclistico, che lo obbligherà a rimanere a lungo in ospedale a sottoporsi a dolorosi interventi di chirurgia plastica facciale. Per un attore normale avrebbe potuto essere la fine, perché ne esce con un’espressività ridotta, ma Kitano riesce a rendere vincente anche il suo nuovo volto, reso quasi fisso dall’incidente.

Nel 1996 ritorna dietro alla macchina da presa con Kids Return e l’anno successivo gira forse il suo film più intenso, Hana-bi (Fiori di fuoco), la storia di un ex poliziotto indebitato con gli strozzini della Yakuza che commette una rapina e fugge con la moglie malata terminale di leucemia, inseguito dai gangster e dai suo ex colleghi. Una fuga che non casualmente terminerà, dopo un commovente pellegrinaggio al monte Fuji innevato, con un doppio suicidio su una spiaggia meravigliosa e deserta.

Il film successivo è il poetico L’estate di Kikujiro, presentato a Cannes; al quale seguono una nuova opera sulla Yakuza, sia pure ambientata negli Stati Uniti, Brother (del 2000); Dolls (del 2002) e il suo primo film in costume, Zatoichi, che nel 2003 vince il Leone d’argento a Venezia. «Fra le rare ragioni di esistere dell’ultima Mostra di Venezia – ha scritto Maurizio Cabona su Il Giornale – c’è stato Zatoichi di Takeshi Kitano, parodia dei film di samurai di Akira Kurosawa realizzata nello stile dei film con Bud Spencer».

Mischiare Kurosawa e Bud Spencer? Un’eresia, per certa critica con la puzza sotto il naso… Ma non per Kitano, che pur apprezzando chi lo paragona a Fellini e Godard non perde l’occasione per mostrarsi davvero controcorrente: «Sono i miei preferiti. Il paragone è un onore», ha detto in un’intervista. «Però – ha aggiunto malizioso – i loro film non li ho mai capiti bene. Mi piacciono sì, ma non li capisco. Forse il mio cervello non è in grado. I miei sono di tutt’altra pasta. Non serve nessun sforzo, non c’è niente da capire, niente da spiegare. Quello che voglio è solo che la gente si diverta. O che si annoi o che si senta frastornata. Annusateli, lasciatevi andare: è solo un film».

Una deliziosa bugia, perché chiunque abbia visto almeno una delle sue opere sa benissimo che non è solo un film. Non un film normale, quanto meno. L’obiettivo di Kitano è come un frullatore nel quale finiscono il pulp alla Tarantino, il nichilismo di Nietzsche, la tradizione del teatro nipponico, l’umorismo tragico di Sergio Leone, lo spirito di Yukio Mishima e la poesia di un haiku giapponese. E il risultato è l’inconfondibile stile di Takeshi Kitano.

Di Giorgio Ballario

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