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Cinema. “Il capitale umano” di Virzì e l’ingenuità della condanna (e della redenzione)

Pubblicato il 15 gennaio 2014 da Claudia Raimondi
Categorie : Cinema
il-capitale-umanoUna panoramica su tavole da sparecchiare e coriandoli da spazzare: si apre così Il Capitale Umano di Paolo Virzì, su uno stuolo di camerieri italiani e stranieri indaffarati a trasportare stoviglie sporche e smontare luci e festoni. Uno di questi, uno tra i tanti, tornando a casa in bicicletta nella gelida notte brianzola, viene investito da uno sfrecciante Suv e lasciato in agonia a bordo strada, con la testa fracassata.
Una dissolvenza sposta quindi l’azione all’estate di sei mesi prima, dando il là al dipanarsi della vicenda, anzi, delle vicende umane che si chiuderanno inesorabilmente intorno al leitmotiv del film: chi è il responsabile del tragico incidente? Premiata nelle sale dalle buone impressioni e dall’ottima affluenza di pubblico, l’ultima fatica del siculo-toscano regista di Ovosodo e Tutta la vita davanti, ispirata all’omonimo romanzo di Stephen Amidon – che ambienta però i drammi dei suoi personaggi nel Connecticut – si è trascinata dietro uno strascico di critiche, cotte e crude: una su tutte, il furor di popolo leghista contro una Brianza e, più in generale, un nord provinciale e padano mostrati, senza mezzi termini, come una fredda e rarefatta bolgia di rampanti nuovi ricchi, auto blu, cafoni, arrampicatori sociali e mali di vivere borghesi.
Valeria Bruni Tedeschi e Fabrizio Gifuni

Valeria Bruni Tedeschi e Fabrizio Gifuni

Una realtà in cui conta l’accumulo ad ogni costo, sia ai piani alti, dove si muove il glaciale squalo dell’alta finanza Giovanni Bernaschi, interpretato da Fabrizio Gifuni – tutto completi sartoriali di chachemire, partite di tennis e riunioni aziendali a Londra e Milano – sia nel limbo dei piccoli arraffoni di provincia, dove si sbraccia l’immobiliarista Dino Ossola – un mai tanto cerimonioso e cencioso Fabrizio Bentivoglio, che riesce bene nella maschera viscida, avida e pavida del parvenu – che punta tutto quello che non ha pur di beccare le briciole di quell’Olimpo di ville con parco privato e fondi fiduciari con interessi al 40% che ha sempre guardato da lontano, e dal basso. Completano il quadro i rispettivi figli, un immaturo capellone e una ribelle dall’occhio bistrato, legati da un adolescenziale amorazzo ormai agli sgoccioli, e le rispettive consorti: Carla, una Valeria Bruni Tedeschi (la prova migliore del film) imbrigliata nella vacua e passiva moglie trofeo, ex attrice completamente intontita dal lusso, dall’anaffettività del marito e dalla totale mancanza di contatto con la realtà; e Roberta, una Valeria Golino goffa e materna nel rapporto col marito e con la figlia adottiva, nella dedizione missionaria con cui porta avanti la professione di psicologa dell’ASL e nell’effettiva e tardiva gravidanza di due gemelli. Un solidissimo cast di interpreti ben diretti, che danno corpo ai tipi umani di una società di consumi e intrallazzi in pieno deterioramento, divisi tra premiazioni scolastiche di rampolli con attacchi di panico, colloqui per prestiti in banca e appuntamenti dall’estetista. Una società fatta di opulenza e ipocrisie, di segretarie in tacco dodici e facoltose amiche di famiglia ossessionate dalle sculture indiane e dai tappeti siriani, dove a uscirne malconcio non è solo il mondo dell’imprenditoria lombarda ma anche quello del panorama umano e artistico italiano in genere, con teatri vuoti che cadono a pezzi e vegliardi registi imbalsamati, stagionate giornaliste finto-femministe e finto-nichiliste dalla penna rossa e dagli inconsistenti contenuti, fino all’eterno adolescente e barbuto professore di storia del teatro (un perfetto Luigi Lo Cascio) che escogita la proiezione del dvd di Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene come pretesto e sottofondo ad un amplesso – un tantino squallido e scalcagnato – con la formosa e altolocata signora Bernaschi. Il materiale c’era, e c’è, ma rimane la sensazione che Virzì non abbia saputo venirne del tutto a capo: il film critica, e su questo siamo d’accordo, ma cosa? La società, la cultura e la morale italiane in declino (il film è ambientato nei mesi immediatamente precedenti al tracollo dei mercati italiani, e si conclude con il brindisi, nel giardino della villa dei Bernaschi, al fallimento del Paese, sul quale il finanziere aveva speculato e rilanciato per non finire schiacciato da un errore di previsione) fanno da sfondo alla totale incapacità di costruire relazioni umane vere, tra coniugi, amici, genitori e figli. I personaggi si muovono talvolta come macchiette, come schiavi della propria maschera, salvo poi dare in escandescenze in improvvisi e morbosi, quasi schizofrenici, scatti d’ira. Questo elemento, forse il più interessante, è, però, in parte vanificato nell’ultimo capitolo (il film è scandito da quattro capitoli: Dino, Carla, Serena e, appunto, Il capitale umano) in cui il cerchio finalmente si chiude intorno al colpevole o, meglio, i colpevoli: sembra che si cerchino, allora, un po’ la lacrima e l’arbitrio facili. Il mondo dei figli, degli adolescenti che appaiono vittime predestinate di una generazione di genitori che ha masticato e ingoiato intera l’Italia, sembra quello costruito con meno ispirazione, quasi a voler a tutti costi creare uno spartiacque tra padri e figli, corruzione e innocenza, buoni e cattivi sentimenti e, anche, tra ricchi e poveri. Infastidisce come si sia calcata la mano sul personaggio del giovane e bristrattato amico/innamorato segreto della figlia di Dino, troppo buono, troppo sfigato, troppo vittima: spiantato, orfano, condannato ingiustamente per spaccio, sfruttato dal bieco e violento zio, sfottuto dai compagni di scuola, pure in cura dalla psicologa per autolesionismo, e con un animo romantico, fragile e artistico. Sembrano un po’ troppi i clichè nel trattare l’amore tra i teenagers, la favola della bella, ricca e inquieta e del povero e dannato in un paese di lupi. Peccato, perché, lotta generazionale e di classe a parte, il film funziona: la regia è sicura, il montaggio (qualche errore e forse troppe dissolvenze) valido e la fotografia fredda e azzeccata.

Abbandonati i tempi e i modi di una contemporanea e (autodichiarata) commedia all’italiana, Virzì si avventura nell’universo nuovo del dramma familiare e del thriller, ma senza riuscire a staccarsi completamente da personaggi e ambienti forse troppo confezionati su misura di tipi e situazioni tipiche. Il lieto fine a tutti i costi stanca: la speranza in un futuro migliore e più sano viene affidata ai figli, ragazzi forzatamente belli, maturi e nobili rispetto ai genitori, e illuminati in maniera frettolosa da un’aura di santità da fiori immacolati spuntati in un mondo di marcio e merda, e pronti a lavare, con spiccioli sacrifici cristologici, il peccato originale dei padri.
La battuta di Carla/Bruni Tedeschi sulla scommessa vinta e il fallimento dell’Italia, forse superflua, è il sigillo sulla pecca del film, ossia sull’atteggiamento, malamente in incognito, di condannare unicamente una classe e una generazione attraverso un mirino purtroppo appesantito da un atteggiamento un po’ manicheo, e forse ingenuo.
Ma l’ingenuità è probabilmente la chiave di volta: l’ingenuità della condanna, l’ingenuità
della redenzione. Magari del film stesso.
@barbadilloit
Di Claudia Raimondi

2 risposte a Cinema. “Il capitale umano” di Virzì e l’ingenuità della condanna (e della redenzione)

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