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Taranto. Una città che uccide insieme il futuro e l’industria

Pubblicato il 17 novembre 2013 da Angelo Mellone
Categorie : Cronache

ilva 1Taranto a novembre si regala una tramontana che spazza il cielo da ogni nuvola e fa apparire i monti calabri a un tiro di schioppo. Il lungomare della città sfodera un tramonto dove è possibile contare almeno dieci sfumature di colori.
Questa è la bellezza incredibile dei tramonti tarantini, accucciati tra il castello Aragonese e le due isole che proteggono la città dalla forza delle maree.

Solo che nel quadro di colori surreale e surrealista, il lungomare è vuoto, e siamo in due, solo in due assieme un vecchietto con la canna da pesca, a farci compagnia sotto la statua del Marinaio. Alle spalle di questo vuoto di anime c’è il palazzo dell’Ammiragliato, storica e secolare istituzione tarantina: è notizia fresca che sarà trasferito a Napoli. Una collega, sconsolata: «Non siamo su Scherzi a parte ma poco ci manca»: la flotta e l’arsenale tarantini ridotti a succursale dell’isoletta di Nisida, sotto Posillipo. Incredibile. La partenza dell’Ammiragliato, in fondo, è come amputare uno dei due polmoni identitari di quella che è ancora la capitale industriale e militare del Mezzogiorno: seppur ferita, spaventata e violentata da una micidiale saldatura tra i danni dell’industrializzazione e una campagna autodistruttiva di immagine che l’ha ridotta mediaticamente a un inferno di diossine e malattie. Comincia qui questo reportage involontariamente stralunato, perché basta fare pochi passi lungo il canale navigabile e osservare, ancorato nel porto militare di Mar Piccolo, l’incrociatore Vittorio Veneto, un pezzo storico, in disarmo, della nostra flotta. Fa strano sapere – un misto di dolore e rassegnazione – che la sua trasformazione in museo storico, progetto da 15 milioni di euro, sarà realizzato, ma a Trieste o a Genova: a Taranto no. Non ci sono i soldi.
Gli enti locali tacciono. Sono presi da altri problemi, ultima dei quali la raffica di avvisi di garanzia che la magistratura ha distribuito con generosità ai vertici della classe politica locale, accusata di aver chiuso più di un occhio di fronte alla violazione ripetuta delle norme ambientali da parte dell’Ilva. Ci mancava solo la diffusione di una telefonata tra il presidente della Regione Nichi Vendola e l’ex capataz delle relazioni istituzionali Ilva, Girolamo Archinà, per accelerare ulteriormente il ventilatore che sparge letame sui ruderi di una classe dirigente.

Taranto resta la più grande città operaia italiana ma una frazione di cittadinanza ha ormai deciso che l’industria va espulsa da Taranto. Il governo, e la maggioranza silenziosa della città la pensano diversamente, nessuno degli ambientalisti è mai riuscito a spiegare oltre gli slogan in cosa consisterebbe la «riconversione» della città, ma intanto la deindustrializzazione procede per inerzia, persino nelle frontiere della green economy. Mesi fa gli emissari di Rotterdam, arrivati a Taranto per studiare la possibilità di una joint venture a trazione industriale con il porto tarantino, che ha le potenzialità retroportuali più profittevoli del Mediterraneo, sono scappati a gambe levate. Poche settimane fa ha chiuso i battenti la Vestas, multinazionale del fotovoltaico che produceva le turbine per le pale eoliche, e 120 operai sono stati lasciati a casa. Il gruppo Marcegaglia dal 31 dicembre lascerà a casa 140 lavoratori che qui fabbricavano pannelli coibentati e fotovoltaico. Mentre la pluripremiata proprietaria dell’hotel Arcangelo mi prega di scrivere che a Taranto si può fare buon turismo, comprendo che ormai la polvere rossa sputata dallo stabilimento non ha intossicato solo i corpi. «La città va risanata anche nelle coscienze», mi confida un assessore comunale. E ha ragione. Si respira una cattiva aria di contrapposizione e di risentimenti, a Taranto. Odio, paura, un linguaggio di sospetto e di violenza. Qualche giorno fa i ministri dell’Ambiente e della Salute, Orlando e Lorenzin, sono stati accolti dal grido «assassini», accusati da una minoranza livorosa in cui coabitano l’operaismo desindacalizzato e il populismo ambientalista. I contestatori pretendono un «risarcimento» che in altre parole significa fiumi di denaro pubblico distribuiti per coprire l’agonia in punto di morte delle acciaierie e il collasso dei livelli occupazionali. Nessuno che si chieda, nel frattempo, come mai non c’è una sola azienda tarantina che produca manufatti con l’acciaio dell’Ilva. Un paradosso che racconta molto di più delle statistiche terribili sui tumori.

La sfiducia verso un’Ilva ecocompatibile è in alcuni casi gridata, in altri conchiusa nel solito scetticismo silenzioso dei meridionali. Eppure è l’unica reale speranza per evitare che la città, che dieci anni fa ha fatto bancarotta tra gli scandali, diventi una Detroit italiana, violentata nella memoria collettiva e sequestrata da un futuro di nuova emigrazione massiccia. La cittàconvinta di essere «il Nord del Sud», è un lontano ricordo. I tempi d’oro sostituiti dai compro-oro. Poli di buona occupazione come i call center di Teleperformance resistono, in un deserto sofferente. Chiudono negozi storici nella centrale via d’Aquino, la squadra di calcio infognata nei campionati di provincia. I bar vicini a Maricentro che non sono stati ingoiati dai cinesi offrono cappuccino e cornetto a 1 euro. I quartieri operai di cui con grazia e dolore racconta Mimmo Argentina nel Vicolo dell’acciaio (Fandango) sono silenziosi, in smobilitazione identitaria. Il turismo, balneare e culturale, è ancora chimera come le parole eccitate di chi assicura di sapere su quali fondali sta la mitica statua di Zeus, alta 18 metri, più grande e antica del colosso di Rodi. «Sarebbe un simbolo incredibile di lancio della candidatura», esclama. Magari non si dovesse ancora discutere dello sfratto dell’istituto musicale Paisiello, o della sorte del museo archeologico la cui ristrutturazione doveva essere conclusa sette anni fa. L’ipotesi di candidare Taranto a capitale della Cultura 2019 poteva essere, finalmente, un volano di buona mobilitazione di energie, idee e denari. Ma anche quest’idea, perseguita da una minoranza virtuosa di intellettuali, si è arenata nella bocciatura dei Beni culturali. Ci sono Lecce e Matera, invece, ancora in pista: alcuni erano convinti che la solidarietà meridionale avrebbe spinto queste città a convergere a sostegno di Taranto che, per tanti anni, aveva accolto manodopera da questi angoli del Sud. Evidentemente, avevano torto. (da Il Giornale)

@barbadilloit

Di Angelo Mellone

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