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L’ultima resa: il 30 giugno 1951 un gruppo di soldati giapponesi depone le armi sull’isola di  Anatahan

Un ritratto dei Zanryū nipponhei, Japanese holdouts, stragglers, "ritardatari", "Soldati fantasma" o semplicemente "Resistenti"

di Mirko Tassone
2 Aprile 2021
in Cultura
0
Soldati giapponesi nella Seconda guerra mondiale

Li hanno chiamati Zanryū nipponhei, Japanese holdouts, Stragglers, Ritardatari, Soldati fantasma o semplicemente Resistenti. Tanti nomi per indicare un unico fenomeno: quello dei militari nipponici che rifiutarono di deporre le armi alla fine del Secondo conflitto mondiale. L’esponente più noto di una schiatta tutt’altro che sparuta, è stato indubbiamente Hiro Onoda, il tenente arresosi il 5 marzo  1974 nell’isola filippina di Lubang. Quella dell’ufficiale rimasto “in servizio”, a dispetto della fine della guerra, non è una storia isolata. I precedenti sono molteplici, ma uno, in particolare, merita di essere raccontato per almeno tre ragioni. La prima, perché non ha per protagonista un singolo soldato, ma un gruppo; la seconda, poiché si tratta dell’unica circostanza in cui tra gli Zanryū nipponhei figura anche una donna; la terza, perché rappresenta l’ultima resa della Seconda guerra mondiale. Teatro della storia che ci accingiamo e narrare è Anatahan, un’isola dell’arcipelago delle Marianne passata sotto controllo giapponese al termine della Prima guerra mondiale.

E’in questo lembo di terra sperduto nella vastità dell’oceano, che nel giugno del 1944 trova scampo un gruppo di soldati del Sol Levante sopravvissuti all’affondamento di tre navi dirette a Truk, in Micronesia, dove aveva sede la principale base navale dell’impero del Tenno nel sud Pacifico. Toccata terra, con i vestiti laceri e l’animo in subbuglio, il manipolo di sopravvissuti si rende conto di essere approdato in un luogo piuttosto inospitale. Posizionata a 75 miglia nautiche a nord di Saipan, a causa dell’elevata attività vulcanica, Anatahan era ed è tuttora disabitata. Poco più piccola di Ischia, caratterizzata da spiagge scoscese e ripidi pendii solcati da profonde gole coperte da vegetazione, l’isola presenta una piccola spiaggia solo nella parte meridionale. Al loro arrivo, i naufraghi trovano una donna, Hika Kazuko, originaria di Okinawa ed un connazionale al servizio di un’azienda attiva nella raccolta della copra destinata alla produzione del burro di cocco. La donna, da pochi giorni, era prigioniera dell’isola insieme al collega del marito, il quale, con l’avanzare delle truppe americane, non era riuscito a ritornare da Saipan, dove era andato nella speranza di mettere in salvo la sorella. Una volta approdati su quel fazzoletto di terra, i naufraghi fanno una ricognizione e si radunano non lontani dall’unica spiaggia, fiduciosi di poter essere recuperati nel volgere di qualche giorno. Un desiderio destinato a rimanere deluso in seguito alla sconfitta subita dai loro connazionali nella battaglia delle Marianne. Tuttavia, la piccola comunità non si perde d’animo e non vedendo arrivare alcun soccorso, inizia ad organizzarsi come può: tira su capanne con fronde di palma e si nutre di noci di cocco, taro, canna da zucchero selvatica, pesci e lucertole. Acquisita la consapevolezza che la permanenza sull’isola non sarà breve, i militari giapponesi decidono di regalarsi qualche genere di conforto. Iniziano, così, a produrre il tuba, un distillato di cocco tipico delle Marianne, simile al Lambanóg filippino. Tutto è necessariamente autarchico, almeno fino al 3 gennaio 1945, quando sull’isola precipita un B29 americano di ritorno da una bombardamento su Nagoya, in Giappone. Lo schianto, non lascia scampo agli 11 membri dell’equipaggio, ma si rivela una vera fortuna per i giapponesi. Il relitto diventa, infatti, un’insperata miniera: le lamiere vengono modellate per ricavare utensili o coperture per le capanne, i paracadute sono trasformati in indumenti, i fili dell’impianto elettrico diventano lenze per la pesca. Recuperate le armi in dotazione all’equipaggio e smontate dall’aereo le mitragliatrici ed il cannone, i giapponesi, guidati dal loro ufficiale, costruiscono rudimentali postazioni difensive. L’esistenza di quei novelli Robinson Crusoe sarebbe rimasta ignota se, nel febbraio del 1945, sull’isola non fosse arrivata una spedizione di chamorros (indigeni delle Marianne) inviata dal comando americano di stanza a Saipan per recuperare i corpi degli avieri precipitati con il B-29. Rientrati alla base, i chamorros fanno un dettagliato rapporto e comunicano di aver avvistato un gruppo di soldati nemici. I comandi statunitensi che, con la tattica del “salto della rana”, sono impegnati, isola dopo isola, ad avvicinarsi al territorio metropolitano dell’antica Yamato, non danno molta importanza a quel manipolo di uomini rimasti, come tanti altri, intrappolati su un’isola sperduta. Nel frattempo, la vita della comunità procede tra non poche vicissitudini. Ai comprensibili disagi determinati da una situazione limite, si aggiunge un elemento eccezionale: la presenza di Hika. Quell’unica donna, su un’isola abitata da soli uomini, peraltro spesso preda dell’euforia provocata dal tuba, genera inevitabili attriti; tanto che cinque degli undici morti registrati durante i sette anni di permanenza dei naufraghi ad Anatahan, erano mariti di Hika, quattro dei quali ufficialmente deceduti in seguito ad incidenti di pesca. La circostanza, ovviamente, non sfuggirà ai giornali che al ritorno della donna in patria non si limiteranno a tratteggiare la “Robinson” femminile intenta a modellare abiti con i paracadute, mentre gli uomini procurano il cibo. La gran parte della stampa, si concentrerà, infatti, su quelle morti avvenute in “circostanze misteriose”. Per alcuni rotocalchi, poi, l’isola sarebbe stata addirittura un “focolaio di passione ed assassinio”. Tuttavia, la versione dei fatti fornita dalla protagonista è piuttosto differente. Hika, infatti, nel sostenere di essere stata costretta a sposarsi dall’ufficiale superiore del gruppo, preoccupato sia per lei che per la disciplina degli uomini, ha sempre affermato con forza che i suoi mariti non sono stati assassinati, ma morti per malattie o incidenti. In ogni caso, mentre nell’isola si riproducono dinamiche che per la stampa scandalistica coniugano eroismo ed erotismo, il tempo passa e con una certa regolarità, le autorità americane inviano navi per cercare di convincere i giapponesi a lasciare l’isola. Fedeli al precetto del Bushidō che considera la resa un disonore, i soldati nipponici rifiutano di deporre le armi, nella convinzione che la guerra non sia ancora finita. La situazione si trascina fino al luglio 1950, quando ad aprire una breccia nell’ostinato muro eretto dai suoi connazionali è proprio Hika la quale, avvistata una nave americana – la Miss Susie – chiede di essere portata via dall’isola. All’arrivo a Saipan, la donna fa sapere ai comandanti statunitensi che ad Anatahan tutti credono che Giappone e Stati Uniti stiano ancora combattendo. Gli americani segnalano, quindi, la vicenda alle autorità di Tokyo che rintracciano i familiari degli Zanryū nipponhei, invitandoli a scrivere ai loro congiunti per convincerli ad arrendersi. Le lettere vengono lanciate sull’isola, ma i naufraghi credono sia un inganno orchestrato dalla propaganda dello zio Sam. Così, nel gennaio del 1951, a rivolgersi ai sopravvissuti è il governatore della prefettura di Kanagawa il quale, con un ennesimo messaggio, li informa della sconfitta del Giappone e dei buoni rapporti nel frattempo instaurati con gli Stati Uniti. Il governatore scrive, inoltre, che tutti i soldati sono stati rimpatriati e conclude: “Ora non ci sono altri militari giapponesi nel Pacifico, tranne voi”. Ovviamente, non tutte le lettere arrivano ai destinatari, pertanto il recapito viene ripetuto più volte, fino al 26 giugno 1951, quando i naufraghi di Anatahan decidono di arrendersi. Pochi giorni dopo, il 30 giugno prende il via l’operazione “Rimozione”. Da Saipan salpa il rimorchiatore oceanico Uss Cocopa. Una volta a destinazione, dalla nave viene calato in mare un gommone che porta sull’isola l’interprete Ken Akatani ed il tenente comandante James B. Johnson, al cospetto del quale i 19 soldati superstiti depongono le armi. Saliti a bordo della nave, con i loro pochi averi sistemati in un pandano intrecciato, vengono condotti a Guam da dove, nel giro di una settimana, un aereo della Marina degli Stati Uniti li condurrà a Tokyo. E’singolare che l’ultima guarnigione giapponese lasci le Marianne lo stesso giorno in cui la gestione dell’Amministrazione americana del Territorio delle isole del Pacifico passa dai militari ai civili. Segno che la Seconda guerra mondiale è definitivamente finita, anche se Zanryū nipponhei isolati, continueranno la pugna fino alle soglie degli anni Ottanta.

Mirko Tassone

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Tags: 30 giugno 1951Barbadillogiapponemirko tassonesecond aguerra mondialeZanryū nipponhei

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