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L’intervista. Danilo Fabbroni: “Il Sessantotto Spa tra magie veleni e incantesimi”

Pubblicato il 24 Marzo 2020 da Stefano Sacchetti
Categorie : Cultura Le interviste Libri

Gianni Collu, intellettuale troppo facilmente dimenticato, lo definiva una miniera a cielo aperto. Da qualche tempo indaga e de-costruisce i vari aspetti del senso comune legati al sessantotto, fin che mai celebrato acriticamente. Danilo Fabbroni indaga le differenti facce di ciò che viene scartato, rigettato, ideologicamente considerato indegno o, peggio ancora, eretico e non conforme. Si è occupato anche di musica e qui ci racconta un po’ di cose.

Hai scritto del sessantotto, decostruendone il mito. Ne hai subìto a tua volta gli influssi? Quanto è durata, a tuo parere, la sua “onda lunga”?

“Certamente essendo della classe 1956 non vissi il ’68 in pieno ribellismo mio ma vissi di certo la sua epifania, gli Anni di Piombo, nel ribellismo imperante di quel tempo: fu proprio nel 1973 che incrociai, rimanendone folgorato, il visionario studio Apocalisse e rivoluzione a firma di Giorgio Cesarano e Gianni Collu. Negli anni Settanta partecipavo alle assemblee studentesche alla stessa stregua nel seguire concerti pop come quello degli Area a Foligno, dove studiavo al superiore. Crebbi studiando con ‘Per Voi Giovani’, alla radio, alle ore 15.30, ammirando la crescente musica pop rock; leggendo da ‘abbonato’ la rivista underground FREAK di Riccardo Bertoncelli, ciclostilata! Colla copertina giallastra, tipo carta da macellaio e graffettata immagino personalmente dall’autore; comperavo cassette di musica registrata per corrispondenza non essendo disponibili in provincia dove vivevo negozi con a disposizione quella ‘strana musica’. In terza media, circa 1969, ebbi un professore di granitica fede maoista che mi influenzò in maniera marcata. L’influsso ci fu, per concludere, anche sul sottoscritto, senza ombra di dubbio. L’onda lunga sessantottina perdura ancor oggi essendo essa salita al Potere a tutti gli effetti. Non mi riferisco tanto all’ovvia presenza nei gangli del Potere di alcuni esponenti che ne furono gli animatori, [ovviamente, non a caso, percepitori di laude prebende e posti dorati] ma quanto al fatto che i (dis)valori di quell’onda sono divenuti oggi le categorie valoriali imperanti; la droga è diventata modo comportamentale corrente; la pornologia uguale; nonché la ritualità musicale (vedi le fabbriche dello shivaismo industriale chiamate discoteche). Il ’68 è stato un anticipatore de facto della Dissoluzione Contemporanea”.

La musica rock, con il suo potenziale eversivo, ha in realtà spesso convogliato messaggi favorevoli ad un determinato tipo di sistema. Può il mezzo musicale svincolarsi dalle maglie di questo meccanismo?

“La musica una volta in essere può essere talvolta migliore in sé e per sé del suo autore: vivere in altre parole una vita propria. Se un autore di musica classica fu un massone, faccio un esempio, non per questo non fu capace di comporre musica sublime. Un altro esempio: Bill Evans fu una persona estremamente provata dal destino con un forte accento nichilista eppure le sue composizioni sono celestiali. Detto questo è vero pure il contrario: la musica può essere anche peggiore del proprio autore e può esser messa ai servigi dello Sconvolgimento inispecie se scientemente legata ad altri fattori dissolutivi come le sostanze drogastiche od una certa pratica pornologica. Del resto, già gli sciamani di un tempo erano a conoscenza di ciò: non c’è nulla di nuovo, basta saper vedere, per così dire. La musica dei Doors resta pur sempre eccelsa a dispetto degli intenti nichilisti del loro leader. Certamente i canti gregoriani, per citar un solo esempio tra tanti, non si prestano in alcun modo a ‘magnetismi’ del genere, messi in essere dalla musica generata a partire dal ’68, con buona pace dei cultori del ‘progressismo’ a tutti i costi”.

Gianni Collu è stato un fine intellettuale, autore di un saggio profetico, insieme a Giorgio Cesarano, dal titolo “Apocalisse e Rivoluzione”. Chi è stato per te?

“Per me è stato allo stesso tempo un padre putativo ed un mentore, di grandissima generosità. Il suo carattere di Eresiarca, di Maestro, mi permise di svincolarmi dalle pastoie venefiche della (sub)cultura sessantottina ed in special modo di quella francofortese quanto mai nefasta ed ‘incantatoria’”.

Quali sono i tuoi ulteriori punti di riferimento culturali?

“Chi si è ‘allenato’, per così dire, al confronto sotto l’egida di Gianni Collu ha visto aprirsi dinanzi a sé una congerie di ricercatori, di figure curiose di non accontentarsi della doxa corrente vigente in un dato momento, che annovera personaggi quali Gianni Vannoni, Henri Coston, Richard Deacon, Naem Giladi, Giuseppe Rocca, Yann Moncomble, Gary Webb, Lyndon LaRouche, David McGowan, Richard Spence, Antonio Trizzino, Giacomo Guido Preparata, Piero Vassallo, Maurizio Blondet, Don Curzio Nitoglia, Giovanni Fasanella, Carlo Palermo, Valentino Cecchetti ed altri (scusandomi con chi ho dimenticato non intenzionalmente) che tiene viva e vegeta la propria voglia di apprendere e di correggere sé stessi, cosa fondamentale ovviamente”.

Cosa ne pensi delle così dette Teorie del Complotto?

“Affibbiare etichette è sempre sbagliato in qualsiasi ambito culturale: lo era tanto più nella musica colla ridicola mania di definire un gruppo od un solista con questa o l’altra etichettatura. Lo è parimenti e forse a maggior ragione in ambiti più vastamente culturali a 360°. Per deridere sonoramente tutta quella canea latrante che crede a sua volta di deridere ogni tesi che non appartenga, non si allinei, al Pensiero Unico Dominante basterebbe dire, citare ed affermare che un sommo pensatore come è indubitabilmente Roberto Calasso, uno che ha davvero capito ‘tutto’, ha riempito i suoi scritti, ammesso che si abbia la capacità di leggerli, di autorevolezze granitiche della teorie del complotto, sic et simpliciter e nessuno si è azzardato, sinora, a smentirlo.

Detto questo è ovvio che coloro i quali pensano la solita storiella che il tale statista fu rapito od ucciso il giorno, mettiamo…, 13, alle ore 17.00 di quando la luna era calante…, mentre Giove era in … sono semplicemente degli utili idioti che giovano solo a chi vuol azzerare ogni spiegazione alternativa. Nessuno è in grado di rendicontare millimetricamente cosa succede davvero in ambiti a lui estranei e talvolta pur quelli che sono inseriti in tali ambiti non si possono render conto davvero quale sia la posta ultima in gioco: lo dimostrano le fallaci testimonianze dei nostrani brigatisti. Come afferma Calasso, anzi, un suo testo da lui edito: ai molti stolti che scorgono dietro ogni mistificazione un mistero non si avvedono che il mistero ultimo è la mistificazione stessa. Storia vera è che Jesus James Angleton, boss supremo della CIA d’antan, andò fuori di testa, letteralmente, cercando di svelare la talpa nei servizi anglo-americani mentre ci cenava regolarmente ad ogni pié sospinto!”.

Sei anche un critico musicale. Come è cambiato il tuo rapporto con la musica, soprattutto quella rock, alla luce della tua esperienza personale?

“Lo sono stato, nel mio piccolo, in un passato molto lontano, inizi anni Settanta. Ero l’unico a collaborare a MusicBox, la parte di critica musicale della rivista storica dell’hifi italiana: “Suono Stereo”; furono anche i primi soldini guadagnati in vita mia. Non ho TV: per me la TV è il mio stereo. Ascolto tutt’ora musica in quantità massicce ed in questa quantità il pop rock ha ancora la sua magna pars. Un conto è il giudizio sull’uso fatto malevolmente di questa branca musicale, un altro è l’apprezzamento musicale della stessa che rimane sostanzialmente invariato. Si potrebbe dir la stessa cosa di un’arma: essa non è orrenda in sé e per sé. Dipende molto dall’uso che se ne fa”.

Domanda di rito, per concludere: prossimi progetti in cantiere?

“Dopo il testo su Huxley come dopo ogni testo dato alle stampe non mi pongo obiettivi prossimi se non quelli di continuare a leggere, sperando di trovare materiale all’uopo degno di questo nome, cose che siano uno spunto per alimentare la curiosità che non va mai sopita. Questa in sintesi estrema è la grande lezione che mi impartì Gianni Collu”.

@barbadilloit

Di Stefano Sacchetti

11 Responses to L’intervista. Danilo Fabbroni: “Il Sessantotto Spa tra magie veleni e incantesimi”

  1. “In terza media, circa 1969, ebbi un professore di granitica fede maoista che mi influenzò in maniera marcata. L’influsso ci fu, per concludere, anche sul sottoscritto, senza ombra di dubbio. L’onda lunga sessantottina perdura ancor oggi essendo essa salita al Potere a tutti gli effetti. Non mi riferisco tanto all’ovvia presenza nei gangli del Potere di alcuni esponenti che ne furono gli animatori, [ovviamente, non a caso, percepitori di laude prebende e posti dorati] ma quanto al fatto che i (dis)valori di quell’onda sono divenuti oggi le categorie valoriali imperanti; la droga è diventata modo comportamentale corrente; la pornologia uguale; nonché la ritualità musicale (vedi le fabbriche dello shivaismo industriale chiamate discoteche). Il ’68 è stato un anticipatore de facto della Dissoluzione Contemporanea””: scuola, università, televisione e cinema sono stati i principali veicoli con cui la nostra società è stata infettata dai disvalori propugnati dal Sessantotto. E’ stato possibile perché evidentemente la classe dirigente dell’epoca, in prevalenza democristiana e filo-USA, diede il proprio placet affinché andasse in quella maniera. Se così non fosse stato, ci sarebbe stata una repressione militare stile Tien An Men, ma purtroppo non andò così e i sovversivi vinsero la loro battaglia.

  2. Werner ti consiglio la lettura di questo libro che è rivelatore di molti aspetti sotterranei della cultura sessantottina, io spesso l’ho citato anche qui perchè lo ritengo un testo unico nel suo genere pur non concordando con talune conclusioni del buon Fabbroni…

  3. Sì Stefano, sono sicuro che è molto interessante. Vedrò come procurarmelo, emergenza Coronavirus permettendo.

  4. Il placet dell’epoca fu il frutto della debolezza e dello sbigottimento, non di un lucido disegno, te lo assicuro. 10 anni (fino al rapimento Moro) di calamento di brache…

  5. Una piazza Tien-an-Men in Italia non ci poteva essere data la dinamica politica e la pressione mediatica. Nessuno voleva passare per repressore. E c’era molta paura a tutti i livelli.Ti ricordi del Commissario Calabresi e di altri?

  6. Ciò che accadde, caro Werner, fu il frutto e la conseguenza di molte cose diverse che è arbitrario attribuire a precise volontà di qualcuno. Il ’68 fu un fiume in piena, non una canale artificiale il cui corso e portata puoi controillare da una sala-comando…

  7. Roberto Calasso? Il suo merito è l’Adelphi e lì chiudiamo…

  8. E nel ’68 già lo Stato latitava…

  9. @Guidobono
    Resto sempre dell’idea che il Sessantotto non fu un fenomeno nato spontaneamente, ma pilotato dal capitalismo internazionale, quello stesso che col potere del denaro manovra a suo piacimento la politica. Burattini e utili idioti furono i contestatori, spesso inconsapevoli. Chi lo creò, sfruttò abilmente le cose che non andavano, che indubbiamente c’erano, e invece di correggerle si è voluto demolire tutta la struttura nella sua interezza, a partire dai sani valori tradizionali, cosa assolutamente non necessaria.

  10. Werner. Al solito non sono per nulla d’accordo. Semmai il “capitale” cercò poi di volgere a suo vantaggio alcune mode e costumi nuovi, come logico; il capitale non è il nemico dell’umanità, ma un motore di progresso per tutti(tranne alcuni casi, ora coincidenticon la prevalenza assoluta del capitalismo finanziario). Essere economicamente, spiritualmente ‘cavernicoli’, guardare all’indietro non serve a nulla, puro masochismo.

  11. Una società autenticamente liberale, aperta, di mercato, capitalistica (con le ovvie regolazioni dello Stato) offre il massimo di libertà spirituale. Tutti i culti e credenze sono ammessi. Chi vuol ‘coltivare’ lo spirito non ha che l’imbarazzo della scelta, come mai in passato. Con Internert può anche risolvere molti dubbi…

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