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Focus. “La Dittatura” di Carl Schmitt e le connessioni “repubblicane” con Machiavelli

Pubblicato il 17 Gennaio 2020 da Nicola Sgueo
Categorie : Cultura
Carl Schmitt

Carl Schmitt

Niccolò Machiavelli è uno degli autori italiani più studiati nel mondo. Quando diciamo di ripartire dalle nostre fonti più autentiche, possiamo senz’altro affermare che gli esempi non ci mancano. Guardare in prospettiva verso l’avvenire, senza mai dimenticare coloro che hanno reso grande la nostra nazione con il loro lascito immemoriale.

Esiliato da Firenze dopo la caduta della Repubblica di Pier Soderini e il ritorno dei Medici, il segretario fiorentino, grazie ai suoi incarichi, visse appieno la politica del suo tempo. È dalle sventure che, spesso, uomini elevati danno il meglio di sé. Infatti, nel 1513 esce Il Principe, opera senza tempo.

In queste brevi righe, ci concentreremo su alcuni passi de I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e, per farlo, useremo la mediazione di Carl Schmitt. Nel suo complesso saggio La Dittatura del 1921, il giurista tedesco, tratta il tema ripreso dal titolo e lo fa discutendo il ruolo che ha avuto tale magistratura straordinaria nelle epoche. Una vera e propria storia del pensiero politico!  Il fulcro del testo, è la differenza sostanziale che vi è tra dittatura commissaria e dittatura sovrana. La prima, sospende in concreto la costituzione, ne difende l’esistenza. Mentre nella seconda, c’è tutto da rifondare, si rimuove e si ricrea. Di quest’ultima, tra gli esempi di Schmitt vi è il caso francese della Convenzione Nazionale del 1793.

Per il resto, egli affronta il tema utilizzando diversi autori: da Hobbes a Bodin; ma anche Cromwell, Rousseau, Sieyès e molti, molti altri. Farà anche, seppur brevemente, un cenno alla rivoluzione russa. 

Partendo dalla Roma repubblicana, è proprio da Machiavelli che inizia il suo percorso. Nei Discorsi, infatti, si parla della funzione che ha avuto la dittatura in quel periodo. In quel tempo Lì – come prima abbiamo scritto -, quella magistratura straordinaria era prevista dalla costituzione. Il dittatore, nella sua carica, aveva una durata limitata ed entrava in vigore, ad esempio, in caso di disordini esterni o interni, ma anche per la convocazione di assemblee popolari o per l’affissione del chiodo per motivi religiosi. Schmitt, infatti,  commentando Machiavelli, dirà:

Il dittatore è un organo statuale della repubblica, straordinario sì ma pur sempre costituzionale, è un “capitano” al pari dei consoli e degli altri “capi” (Discorsi II, cap.33).

Ma per il segretario fiorentino, il dittatore era un tiranno? Il giurista tedesco ci dice che:

Il dittatore non è un tiranno, né la dittatura è una forma di potere assoluto, bensì un mezzo proprio della costituzione repubblicana finalizzato alla salvaguardia della libertà. Non a caso un istituto analogo esiste nella repubblica veneziana, che per Machiavelli è la migliore tra le moderne repubbliche (cap.34); tutto dipende dalle garanzie costituzionali con cui si circonda la dittatura. Il dittatore viene definito come un “huomo che senza alcuna consulta potesse deliberare et senza alcuna appellagione eseguire le sue deliberazioni” (cap.33). Per definire la dittatura, Machiavelli ricorre alla distinzione tra deliberazione ed esecuzione (deliberatio et executio): il dittatore può deliberare “per se stesso”, adottare qualsiasi misura senza essere vincolato all’intervento consultivo o deliberativo di un’altra istanza (“fare ogni cosa senza consulta”) e infliggere pene con immediato vigore legale (…). Il dittatore non può modificare le leggi vigenti, non può sospendere né la costituzione né l’organizzazione di un governo e neppure fare nuove leggi.(…) Perciò la dittatura è un istituto costituzionale della repubblica, mentre la magistratura dei Decemviri si era rivelata un istituto pericoloso per i suoi poteri legislativi illimitati (cap.35)

In questo senso, Schmitt, ci fa notare che anche per il segretario fiorentino, la dittatura in quell’epoca era misura costituzionale. Non aveva nulla di strano nella sua applicazione.

Proseguendo nella sua esposizione, il giurista tira in  ballo anche il Principe. Egli afferma che il Principe, negli scritti recenti del suo tempo, era erroneamente chiamato dittatore. Ma la contraddizione, per Schmitt, è palese. Mentre il dittatore è un “capitano” al pari di altri consoli (come già affermato in precedenza), il Principe è sovrano. E quell’opera ci mostra come il Principe in quanto tale, possa conservare il potere politico. Vi è anche una menzione che attinge al sentimento nei confronti del popolo. Lo stesso Benito Mussolini, nel suo Preludio al Principe del 1924, si concentrerà molto sulle storture della natura umana. In Schmitt, però, emerge una contraddizione:

Nei Discorsi di ispirazione repubblicana Machiavelli celebra i buoni istinti del popolo, mentre nel Principe ripete continuamente che l’uomo è per natura malvagio, bestia, popolaccio. Qualcuno ha parlato di pessimismo antropologico, ma il significato teoretico è ben altro. La malvagità naturale dell’uomo è un assioma per ogni concezione che voglia giustificare l’assolutismo politico o statuale e ha la precisa funzione di dare un fondamento all’autorità dello Stato.

 Restando ancorati al Principe, Marcello Veneziani scriverà:

Dietro il principe c’è il patriota, e dietro di lui si cela l’umanista, innamorato dei classici coi loro fulgidi esempi. Nelle sue pagine si respira più grandezza che cinismo.

Egli, infatti, era un autentico patriota, tant’è che affermerà: “Amo la Patria mia più che l’anima mia”. E Ricordiamo anche che Machiavelli, qualche secolo prima del giurista tedesco, sostanzialmente affermava che è la decisione del sovrano che crea l’autonomia politica.

Alcune curiosità, insomma. Per non perdere la bussola delle idee.

@barbadilloit

Di Nicola Sgueo

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