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Il ritratto. Carmine Spadafora, il Cyrano della “nera” (a Napoli)

Pubblicato il 21 Novembre 2019 da Marco Ciriello
Categorie : Cultura

Carmine Spadafora

Per capire chi è stato Carmine Spadafora bisogna aver letto Attilio Veraldi e Raymond Chandler e ancora non basta, tocca aggiungere il mondo dei fumetti e delle vite laterali di Giuseppe Ferrandino, le atmosfere di Fred Bongusto, i maglioni con le losanghe, il freddo delle questure, le notti lunghissime e fredde, il sangue dei morti sui marciapiedi e poi sotto le scarpe, i vetri sfondati, le penne che non scrivono, i bossoli da contare, le traiettorie da capire e prima i moventi e le appartenenze, le famiglie e i cani sciolti, le distinzioni tra morti di camorra e morti semplici e il fumo delle sigarette che avvolgeva tutto; quando Napoli era veramente violenta e piena di sfumature.

Per le strade di quella città, c’era Carmine, che era unico, non avendo sfumature, quindi non si incastrava, rimaneva fuori dal quadro, e rimanendo fuori vedeva le cose diversamente e le raccontava con una meticolosità che ad alcuni sembrava stupida ossessione. Carmine con gli amori sempre troppo grandi, d’età, e le passioni sempre troppo piccole, d’età, sembrava danzare bellamente tra le pagine del Giornale di Napoli – la faccia sporca del giornalismo della città – e la sua stanzetta, personaggio da noir: senza nessuna voglia d’esserlo. La sua era naturalezza schiodata dalla città e inchiodata sulle pagine. Chi non sa cosa vuol dire cominciare facendo il giro delle pompe funebri col taccuino e quindi saltando da un Caravaggio a un Goya da un Totò a un Eduardo fino a un De Crescenzo, non può capire che scuola era quella, dove bisognava cogliere l’ammicco, il silenzio, la parola che era doppia e anche portare pazienza, scavalcare le vaghezze per arrivare al nome e poi alla modalità d’estinzione. Poi si veniva promossi, si andava in questura e dopo anche al cospetto dei morti.

Le pagine si guadagnavano perché avevano una dimensione fisica che apparteneva – veramente – al verbo costruire. E intorno c’era un ringhio da tirare via, c’erano equilibrismi mostruosi, che Carmine, cavallo zoppo, senza sella, e molta rabbia, non rispettava. Era ragazzo e ragazzo è rimasto fino alla sua morte, su una barella, aspettando una sistemazione, senza privilegi, non li ha mai guadagnati, puntava alla fiducia e quindi alla credibilità che è la vera grande forza per uno che scrive storie – nere – per un giornale. Ora che la Notizia non è più una priorità ma una pizzeria, quelli come Carmine sono un lontano ricordo, una scintilla in un mondo costruito senza di loro, né reduci né eroi, solo passato. Nessuno l’ha visto distendersi in situazioni sinuose né accondiscendenti, e nessuno l’ha sentito vantarsene, l’hanno sentito, invece, raccontare e stupire, spiegare e connettere, e poi aver ragione, di minacce e ricatti, di offese e paure. Carmine non era uno stratega del patteggio né in redazione né sulla pagina né tantomeno per strada, piuttosto una crosta che cresce e ricresce e dà fastidio. Aveva un modo di fare gelido per chi non lo conosceva, e una fondina, dalla quale, poi, elargire bontà.

Carmine Spadafora al Campo Hobbit di Montesarchio

Nella ripetizione infinita dei morti e delle camorre, delle faide e delle lotte per un pezzo di città, riusciva a scrivere e riscrivere e rigenerarsi, senza rimanere invischiato negli odi e nei vischiosi furori che attraversava, e ci riusciva tornando nel mondo bambino del pallone – con l’Inter – e del collezionismo – con le sue macchinine –, una strategia di difesa rispetto alla quotidiana pratica della morte: solo i bambini pensano che tutto avrà un seguito, e per crederci ancora tocca essere e/o tornare bambini. Carmine era un uomo di destra, ma di una destra americana del passato, o di un MSI differente, che solo a Napoli aveva istanze sociali condivisibili e slanci da Cyrano de Bergerac. Dopo il Giornale di Napoli ha avuto il Roma e Il Giornale, continuando ad essere il ragazzo selvaggio di sempre, non ha mai assunto la compostezza del ruolo, la rivendicazione delle storie scritte, delle inchieste fatte, non c’era bisogno, perché era evidente a tutti dopo aver letto quello che scriveva. Non ha mai avuto il guinzaglio né si è fatto eco, anzi, la sua prima vera grande inchiesta – fatta, come molte altre, con Francesco Palmieri – riguardava l’uccisione di Giancarlo Siani e arrivava a una verità differente, che fece scalpore, ebbe premi, problemi, e poi l’oblio. Ma, negli anni, come poi accadde anche per la difesa dell’ex capo della Squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, Carmine ha quasi sempre avuto ragione.

Una ragione con discrete speranze.

Di Marco Ciriello

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