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Storie&Ritratti. Delio Cantimori, “l’intellettuale comodo”

Pubblicato il 18 Novembre 2019 da Roberto Bonuglia
Categorie : Cultura

Delio Cantimori

E’ innegabile – e lo è del tutto – che tra gli storici del “secolo breve”, per dirla con Hobsbawm, un posto di riguardo vada riservato a Delio Cantimori ed ai suoi «mirabili Studi di Storia, per la fine interpretazione di protagonisti della storiografia moderna, per la sua pioneristica scoperta della politica come religione propria del giacobinismo» (1). Un devoto di Clio insomma, «studioso degli eretici, dei riformatori e degli spiriti irregolari e inquieti» come ha ricordato un suo epigono, Adriano Prosperi (2). 

Nulla da eccepire, in tal senso. Troppa è la devozione che abbiamo per Clio e per chi ha guadagnato, con anni di studio, la cittadinanza del suo Regno. Ma nel caso specifico qualche osservazione sulla biografia cantimoriana pare dovuta per tirare qualche somma e meglio conoscere chi si mosse tra le sudate carte che oggi campeggiano – e in bella vista – su qualche nostro scaffale.

Originatasi a Russi, in provincia di Ravenna nel 1904, la vicenda umana di Cantimori è segnata da una «costante e contraddittoria evoluzione» che nulla toglie al valore dei suoi studi ma che giova scandagliare poiché unica nel genere oscillando «dal binomio mazziniano di rivoluzione-repubblica nell’adesione giovanile a talune analisi sul rapporto tra strutture sociali e Stato, proprie della pubblicistica fascista e nazionalsocialista, e infine nel contributo del Cantimori, dopo la liberazione, alle polemiche ideologiche della cultura di sinistra» (3).

Primogenito di tre figli frequentò il ginnasio e la prima classe del liceo a Ravenna e poi seguì il padre Carlo, docente e preside, nei suoi spostamenti. Una buona scelta, per quei tempi, se si preferisse l’insegnamento alla Milizia come fu per il Nostro: Delio nel 1924 prese la maturità e vinse subito il concorso a convittore interno – e soprattutto gratuito – alla Scuola Normale Superiore iscrivendosi contestualmente a Lettere e Filosofia a Pisa. Presso la Normale rimase per 5 anni (4 di corso ordinario ed 1 di perfezionamento) laureandosi nel giugno 1928 con una tesi su Ulrico di Hutten edita, due anni dopo, a spese della Scuola. Un inizio fulminante e in discesa, non c’è che dire, neanche interrotto dal servizio militare, abilmente evitato per motivi di studio.

Delio attese che Mussolini diventasse Duce e che il fascismo da movimento si facesse Regime per iscriversi nel 1926 al PNF dopo averlo concordato col padre. Tanto per essere sicuri di fare la scelta migliore, insomma. Dal 1927 collaborò alla rivista Vita Nova diretta da Giuseppe Saitta (già suo docente). A questo periodo risale la sua cercata frequentazione e l’amicizia stretta non col primo dei fuoriusciti ma col figlio di Giovanni Gentile. E guarda caso è proprio col Gentile senior che nel 1929 Cantimori discute la tesi di perfezionamento e vince, pochi mesi dopo, il concorso a cattedra di Storia e Filosofia per i licei: al liceo classico Dettòri di Cagliari farà le sue prime lezioni.

L’influenza di Gentile sulla carriera accademica di Cantimori – anche a seguito delle «continue pressioni» (4) dell’interessato – fu piuttosto determinante. Lo conferma la folgorante carriera che continua senza contrattempi: nell’autunno 1931 ottiene una borsa di studio che gli permette di soggiornare a Basilea. Tornato a Pavia, nel 1933, ottiene una nuova borsa conferitagli stavolta dall’Accademia d’Italia. Allo scadere di questa, nell’ottobre 1934, è sempre Gentile a offrirgli il posto di assistente all’Istituto Italiano di Studi Germanici a Roma, dove Cantimori si occupa della rivista e della biblioteca. L’invidiabile carriera accademica raggiunge l’apice nel 1939: vince il concorso alla cattedra di Storia Moderna (aiutato anche da Gioacchino Volpe e Federico Chabod conosciuto grazie a Carlo Morandi) e viene chiamato l’anno dopo come professore interno di Storia alla Normale per volontà di Gentile che – giova ricordarlo – aiutò in quegli anni anche molti altri intellettuali: l’ebreo Oskar Kristeller e antifascisti quali Luigi Russo e Guido Calogero (liberal-socialisti), Cesare Luporini  (marxista), Pietro Gobetti e Norberto Bobbio.

Quello che fin qui emerge è che – per caso o per merito – Cantimori azzeccò tutte le mosse per prendersi il posto che indubbiamente meritava tra gli storici della sua generazione. Altri di sicuro talento, Volpe e Gentile su tutti, ebbero miglior acume storiografico e talento filosofico ma furono doppiati dal raffinato fiuto per le scelte utili ed opportune – insomma, comode – che in Cantimori era innato e rivelava una sua «naturale prudenza e un’acquisita, estrema cautela, una straordinaria abilità nel rendere ambiguo il giudizio suo e aperta sempre una via di scampo» (5).

Il resto dell’epica biografia cantimoriana colpisce per «tormenti e lacerazioni» (6) nonché per la continua commistione di talento e trasformismo storiografici. Nel 1935 Benedetto Croce che con lui ebbe «un rapporto stretto e difficile, tragicomico a volte e comunque importante» (7) sottolineava «la confusione e contraddizione degli atteggiamenti mentali e morali» non capendo «quale fosse la fede politica del Cantimori» (8). Nel giudizio crociano emerge uno squilibrio piuttosto notevole tra la prudenza ufficiale di Delio e i suoi slanci privati che sarà confermato, anni dopo, anche da uno dei suoi allievi, Renzo De Felice: «Cantimori polemizzava spesso, specie in privato […] con quello che lui chiamava “moralismo sublime” o “qualunquismo sublime” […] deleterio per gli studi di storia contemporanea» (9). Per gli studi è certo, per la carriera, a quanto pare, molto meno.

Gli esordi storiografici di Cantimori si rinvengono in Vita Nova: nei suoi articoli raccontò la giovane Germania di quegli anni definendola realista, spregiudicata e antiborghese. In essi emergeva anche una riflessione più articolata sul corporativismo definito «sintesi dialettica» nel sistema sociale «delle esigenze rappresentate dall’estremo rivoluzionarismo come dall’estremo reazionarismo» (10). Ciò, è noto, lo porterà verso Carl Schmitt – di cui curerà la scelta dei testi e la traduzione italiana dei Principi politici del nazionalsocialismo – e l’adesione al programma culturale di Volpe e Gentile gettando solide basi, come visto, per vincere insieme a Walter Maturi il concorso. In quella tornata, su 18 candidati, Cantimori vantava i suddetti articoli e il volume Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche: bastò per risultare secondo solo alla trentennale attività di ricerca di Romolo Quazza. 

La collaborazione a Vita Nova e la scelta degli argomenti trattati fu determinante per mettersi in luce, almeno quanto l’arguzia dimostrata nel trattarli. E così, quando Giuseppe Bottai chiese a Ugo Spirito di segnalargli giovani risorse per un rilancio degli studi sul corporativismo, Spirito segnalò proprio Cantimori, definendolo «il nostro miglior conoscitore del nazionalsocialismo» (11). 

Era il 1940 e Cantimori aveva già recensito l’edizione italiana del Mein Kampf di Hitler e diversi discorsi di Mussolini (12) usando strategicamente l’elemento apologetico più nella scelta dei temi che nella loro trattazione. Fece così già nel 1934 con le Note sul nazionalsocialismo vergate a Zurigo e la voce Nazionalsocialismo sul Dizionario di Politica (13). Ma, in questo caso, oltre all’arguzia vi era anche la rivalsa poiché, sempre nel 1934, l’amico-nemico Carlo Antoni – il quale sì che aveva conosciuto il fronte! – redigendo la voce Nazionalsocialismo per l’Enciclopedia Italiana lo fece coraggiosamente misurandosi anche con gli eventi più prossimi che stavano accadendo in Germania a differenza di Cantimori che ovviamente se ne era ben guardato. La vicenda tra i due e il derby fortemente cercato dal Nostro sugli studi su Max Weber – e non solo – di Antoni meriterebbe un’analisi a parte. Una cosa è certa: Cantimori per vendicare l’onta non pensò un attimo a farsi sfuggire l’occasione di mettere il suo nome nel Dizionario pur se il progetto fosse nato inequivocabilmente in chiave antigentiliana. Ma il concorso era vinto e l’aiuto di Gentile non serviva più.

Non solo Antoni e Gentile conobbero la ponderata bipolarità di Cantimori. Anche Volpe e Chabod ne furono travolti: nel 1939 il primo diede proprio a Delio l’incarico – entusiasticamente accettato – di scrivere per la collana Documenti dell’Istituto di Studi per la Politica Internazionale una storia del partito nazionalsocialista (14) che, fu sì portata a termine (nel 1942) col titolo Il movimento nazionalsocialista dal 1919 al 1933, ma non fu mai pubblicata: perché Delio avvicinatosi al comunismo la reputò controproducente? Senz’altro, come ormai dimostrato (15). Ma anche perché Volpe lo aveva chiesto prima ad Antoni che rifiutò. E di sentirsi un ripiego Cantimori proprio non lo sopportò. Nel secondo dopoguerra si ricorderà del torto da iscritto al Pci contribuendo in modo determinante alla damnatio memoriae di Volpe che da “Maestro” fu sprezzantemente retrocesso a “storico fascista”. Onde poi tentare un grottesco riavvicinamento solo nel 1962 (16) quando l’agognata riconciliazione con lo storico di Paganica sarebbe servita a marcare le distanze dal Pci nel frattempo abbandonato ça va sans dire, dopo i fatti d’Ungheria.    

Non meglio andò a Chabod, già da altri e negli stessi anni assimilato «nella svalutazione […] al paradigma di Volpe»: a cadavere ancora caldo, Cantimori ne pubblicò un necrologio su Belfagor «volutamente oscuro e criptico, contradditorio» nel quale «si mescolavano ampie riserve e la messa in evidenza di zone oscure, di sentieri storiografici pericolosi e non più praticabili» (17).

Cosa spinse Cantimori, uno storico di tal guisa a continue pirouette storiografiche è questione ben lontana dall’essere risolta. Calcolo, insicurezza, invidia? Non è dato saperlo, almeno per adesso. Rimane indubbio che le «fantasmagorie politiche» cantimoriane – per dirla con Sestan (18) – se rapportate agli effetti che produssero nel suo percorso biobibliografico un po’ fanno pensare. E rimane «l’amarezza presente in tante pagine di Cantimori che non si riferisce tanto agli errori giovanili (…) quanto al prezzo pagato per riscoprire cose già scoperte, per conquistare dimensioni non nuove, per rompere le angustie di una situazione determinata da altri, negli studi come nella vita» (19). Una vita privatamente agra, forse, ma certo pubblicamente comoda, appunto, come fu quella di Cantimori. 

1) G. Aliberti, Premessa a E. Di Rienzo, Cantimori uno e bino, in «Elite&Storia», ns., a. I, n. 1-2 del settembre 2005, p. 58.

2) A. Prosperi, Delio Cantimori, maestro di tolleranza, in «Il Manifesto», del 30 marzo 2005. 

3) Cfr., P. Craveri, Delio Cantimori, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, Roma, Treccani, 1975, pp. 283-290.

4) P. Chiantera-Stutte, Delio Cantimori. Un intellettuale del Novecento, Roma, Carocci, 2011, p. 73.

5)C. Dionisotti, Ritratti critici di contemporanei. Delio Cantimori, in «Belfagor», n. 3 del 1998, p. 262.

6) S. Seidel Menchi, “Ein neues Leben”: contributo allo studio di Delio Cantimori, in «Studi Storici», n. 32 del 1991, p. 782.

7) C. Dionisotti, cit., p. 265.

8) P. Chiantera-Stutte, cit., p. 64.

9) R. De Felice, Intervista sul fascismo, Bari, Laterza, 1975, p. 3.

10) D. Cantimori, Fascismo,rivoluzione e non reazione europea, in «Vita Nova», n. VII del 1931, p. 763.

11) Lettera di Giuseppe Bottai a Ugo Spirito del 5 agosto 1940 in Archivio della Fondazione Ugo Spirito, Fondo Ugo Spirito, CUS 1500.

12) D. Cantimori, in Leonardo n. VI del 1935, pp. 224-227 e n. VII del 1936, pp. 256 e ss.

13) Le prime in «Archivio di Studi corporativi», a. V., f. III-IV, del 1934, pp. 323 e ss., la seconda in PNF, Dizionario di Politica, vol. III, Roma, Enciclopedia Italiana, 1940, p. 250 e ss.

14) Lettera di Gioacchino Volpe a Delio Cantimori, del 5 luglio 1939.

15) P. Simoncelli, Cantimori e il libro mai edito, Firenze, Le Lettere, 2008.

16) Lettera di Delio Cantimori a Gioacchino Volpe, 22 febbraio 1962.

17) E. Di Rienzo, Un dopoguerra storiografico. Storici italiani tra guerra civile e prima Repubblica. 1943-1960, Firenze, Le Lettere, 2004, p. 386 e 389.

18) Lettera di Ernesto Sestan a Gioacchino Volpe, 6 novembre 1944.

19) E. Garin, Intellettuali e fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp. 174-175.

@barbadilloit

Di Roberto Bonuglia

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