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Il punto. L’arte non è di destra né di sinistra. Per andare oltre il conformismo culturale

Pubblicato il 17 Ottobre 2019 da Renato de Robertis
Categorie : Cultura
La vittoria alata di Mario Sironi

La vittoria alata di Mario Sironi

Aprire prospettive sull’arte novecentesca. Farlo con rinnovata sensibilità considerata la caduta delle barriere ideologiche. Eventi ed esperienze recenti aprono il dibattito per mettere alle spalle gli isterismi di chi vede ancora la catastrofe della democrazia  in un quadro del Ventennio.  Allora scriviamo che un’opera di Mario Sironi è classicismo primitivo. Che la mostra genovese, “Anni Venti in Italia. L’età dell’incertezza”, rimette al centro gli artisti della prima parte del Novecento: intellettuali che dipingevano come pittori rinascimentali e creavano per “isolare l’anarchico, domare il ribelle, scoraggiare il dissenziente”, per dirla con Alberto Arbasino: il grande Alberto che annusava il secolo breve, senza timori di apologie, lui sapiente, ironico, anticonformista.

Poi, per altre considerazioni utili ad attualizzare le prospettive critiche, tornano i nomi Stefano Zecchi, Giuseppe Conte, Mimmo Palladino che ci hanno insegnato ad osservare il mondo. E questi maestri ci hanno detto di diffidare delle sperimentazioni artistiche che, a volte, possono essere  intelligenti variazioni alla norma; ma, nello stesso momento, le sperimentazioni sono responsabili dell’aver generato il vuoto artistico contemporaneo che brama solo di diventare avvenimento.

Pure chi tentò di distruggere il paesaggio e la rappresentazione figurativa della comunità non poté che cominciare dallo studio  della classicità. Per tutto ciò e in questi giorni, la nostra riflessione comincia dai pittori degli anni Venti: artisti che difesero il destino dell’arte, mettendo alle spalle le furiose e ripetitive sperimentazioni. Se tornassimo al 1926, come discepoli di Carlo Carrà, andremmo in pellegrinaggio creativo nella Cappella degli Scrovegni: saremmo lì a pregare, laicamente, sul paesaggio italico giottesco.

La ricerca ha l’occasione per elaborare nuovi capitoli sull’arte del Ventennio o sull’arte del Risorgimento di Girolamo Induno, Federico Faruffini, Michele Cammarano. E ci sono le condizioni per valorizzare i giganti della grafica moderna Gino Boccasile e Fortunato Depero. Ecco vorremmo una retrospettiva nazionale sull’opera di Gino Boccasile,  sull’ intensità della sua comunicazione grafica.

Il lavoro sulla memoria è complesso, con scarsissime risorse; un lavoro spartito tra chi ha interessi politico-culturali di parte. Ma la memoria artistica non può che riprodurre valori  trasversali che devono essere accolti, prima di tutto, nelle scuole. L’arte non ha colori, non è di destra, non è di sinistra. Il rosso Emilio Vedova emoziona con la sua pittura gestuale. La monumentalità di Arturo Martini avvicina la mente alle nuvole in cui soggiornano gli eroi.

In più. Ci piace pensare che Funi, Oppi e Sironi, con altri pittori degli anni Venti, siano dei  restauratori  della figura; e, sotto diversi lineamenti storici, li vogliamo paragonare ai figurativi della Transavanguardia, un gruppo di creatori che decisero di dire basta al conformismo artistico e tornare al pennello, al colore, alla figura.

I problemi dell’arte contemporanea sono due: il primo, il conformismo culturale del mercato internazionale speculativo che inventa performance artistiche; il secondo, l’assenza di una legge che agevoli l’esperienza dei giovani artisti italiani e la possibilità di finanziare le loro iniziative.

In generale questi sono  punti di partenza per allontanarsi dal cosiddetto pensiero culturalmente corretto. Questa è la libertà che, peraltro, ci porta a chiedere di censire il patrimonio architettonico novecentesco, come i borghi foggiani (case coloniche, piazze, chiese,..) costruiti tra gli anni Venti e Trenta. I borghi sono testimonianze razionaliste da salvare dall’abbandono e da chi non li considera perché opere edificate durate il periodo fascista.

Maurice Vlaminck, nel suo testo “Tavolezza nera”, scriveva un pensiero che ci accompagnò per anni, questo “La pittura non ha niente a che fare con la politica. Non c’è pittura di sinistra  o di destra. Un artista detto di destra può fare una pittura rivoluzionaria come un artista classificato di sinistra può fare una pittura degna del Prix de Rome.”

Di Renato de Robertis

One Response to Il punto. L’arte non è di destra né di sinistra. Per andare oltre il conformismo culturale

  1. Non c’è un’arte di destra o un’arte di sinistra, ma da sempre il mecenate ha avuto un colore, anche quando lo Stato è il mecenate, ovviamente. Se io penso a Jacques-Louis David penso al gran pittore neoclassico celebratore della rivoluzione e di Napoleone, certo non il contrario. Poi i cambi nell’ambito delle arti plastiche hanno una logica che non è la stessa del pensiero politico… Tuttavia mi pare un falso dilemma. Chi è grande è grande per quello che fece, non per l’adesione ad un partito…Però nessuna sovvenzione pubblica, il contrario, giacchè i nostri spazi pubblici son da tempo, da alcune decenni, scenario di obbrobriosi esempi di ‘arte’ contemporanea, cioè di connubi sciagurati tra potere pubblico e clientele cosiddette artistiche…

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