Sono grato a Benedetto Croce perché devo alle sue opere, in particolare a Teoria e storia e della storiografia (1917) e a La Storia come pensiero e azione (1938), se sono rimasto immune alla virulenta predicazione marxista (erano gli anni ’70). Ho riletto a distanza di qualche lustro La Storia come pensiero e azione e ne ho riportato esattamente come allora un’impressione di straordinaria serenità nell’incessante battaglia della vita. Le sue parole vengono incontro al nostro bisogno di consolazione (per chi non ha più una fede nel Dio trascendente), ma ci mostrano anche l’importanza della storia per la nostra educazione: “alla storia si chiede la nobile visione delle lotte umane e nuovo alimento all’entusiasmo morale” (p. 272). Applicando il suo metodo, sceverando ciò che è vivo da ciò che è morto, provo ad indicare, a volo d’uccello, le parti che ritengo ancora vive ed attuali.
Quel che è da gettare alle ortiche, a mio avviso, è proprio la sua impostazione idealistica con il suo corollario della fede in un progresso continuo dello Spirito, che lo porta a negare che nella storia si possa parlare di decadenza, perché “non c’è mai decadenza che non sia insieme formazione o preparazione di nuova vita e pertanto progresso” (p.41). Rispetto all’idealismo crociano sentiamo più vicino e in definitiva più veritiero il vitalismo storicista di Ortega y Gasset, che nel marcare l’insufficienza dell’idealismo che sacrifica a torto la circostanza e il mondo, raccontava la storiella di quel tale che aveva deciso di farla finita, ma nel momento in cui si stava mettendo la corda al collo, sentì il profumo di una rosa e desistette dal suo proposito. E’ vero che è vano domandare se Dante esprima il Trecento e l’età medievale e Ariosto l’umanesimo, giacché siffatta interpretazione della poesia rende i poeti “poveri, angusti e affatto impoetici” (p. 276). Ma perché negare che il poeta interpreti nel suo canto anche il sentire della società del proprio tempo? Che sia un “noi” e non solo un “io”? Non mancano nel saggio talune distinzioni troppo sottili e puntigliose, ripetizioni, farraginosità.
L’opera è anche dominata dalla polemica con Giovanni Gentile, soprattutto a proposito della distinzione da questi negata e da Croce affermata tra pensiero ed azione, tra l’ora del fare (storia) e l’ora del conoscere (storiografia). Apprezzabili sono le pagine dedicate alla critica dell’utopismo, dell’irenismo (oggi, ipocritamente, così di moda) e alla storia che non è mai giustiziera, ma giustificatrice. Come critica alle filosofie della storia di Marx e di Marcuse, che preconizzano uno stadio finale del cammino storico, citiamo queste righe assai significative: “in una vita paradisiaca, senza lavoro e senza travaglio, in cui non si urti in ostacoli da superare, neppure si pensa, perché è venuto meno ogni motivo di pensare e neppure propriamente si contempla, perché la contemplazione poetica chiude in sé un mondo di pratiche lotte ed affetti” (p. 24). A chi giudica la storia una vicenda monotona “in cui alla libertà segui la tirannia e alla tirannia di nuovo la libertà” (p. 242) Croce consiglia di andare a scuola dagli innamorati “sempre persuasi che la persona amata e il loro proprio amore è cosa affatto nuova e unica al mondo” (p. 243).
La storia, d’altra parte, non può ridursi ad una tribunale davanti al quale debbano sfilare Cesare o Mussolini, perché come dice bene lo stesso Croce tutti i componenti del coro sono “colpevoli- incolpevoli, misti di bene e di male” (p. 51). All’ideale della libertà, che diventa una sorta di religione, il filosofo dedica, infine, pagine vibranti. Di fronte all’obiezione che “la libertà abbia ormai disertato il mondo” e che “la storia tutta mostra con brevi intervalli di inquieta, malsicura e disordinata libertà (…) un accavallarsi di oppressioni, d’invasioni barbariche, di depredazioni, di tirannie profane ed ecclesiastiche, di guerre tra i popoli e nei popoli, di persecuzioni, di esili e di patiboli” (p. 48) il filosofo risponde che “non v’è altro ideale che lo pareggi, nessun altro che faccia battere il cuore dell’uomo nella sua qualità di uomo” (p. 49) e che infine “la libertà non può vivere diversamente da come è vissuta e vivrà sempre nella storia, di vita pericolosa e combattente”, anche perché “un mondo di libertà senza contrasti, senza minacce e senza oppressione” finirebbe per darci l’immagine di una noia infinita.





