
Andare Oltre, regola di vita Pensare è andare oltre.
- Il tema del nostro tempo: riannodare il filo spezzato tra uomo e Natura.
- Se è vero, come sostiene Nietzsche, che i filosofi sono la cattiva coscienza del proprio tempo, allora gli ecologisti sono i filosofi del nostro tempo.
- Bisogna fare verde dentro di sé per poter fare verde fuori di sé.
- L’ecologismo, nella sua essenza, è un appassionato e incalzante processo alla modernità e ai suoi miti: da quello del Progresso a quello della crescita, che è l’equivalente in termini economici del progresso.
- Scrive Nicolàs Gòmez Dàvila: «La filosofia è l’ermeneutica della grazia». Grazia deriva dal latino “gratia” che implica e vuol dire riconoscenza, dono, gratuità, generosità. Ed allora grazia non può che fare riferimento alla realtà radicale, nel senso che è alla radice di tutto quel che possiamo fare e pensare e, dunque, alla natura vivente, all’aria pulita, all’acqua dolce e salata non contaminate, alla terra fertile e selvatica, alle piante e alle foreste, agli animali e ai frutti. A tutto ciò, insomma, che ci viene dato generosamente in dono e che la filosofia ha il compito di interpretare.
- Alle filosofie dell’arroganza, dell’oscurantismo progressista, dell’oscuro dominio della tecnica sul mondo si oppongono le umili filosofie dell’ecologia, quell’ermeneutica della grazia che ci insegna il nostro posto nel mondo e la saggezza del vivere.
- Ci sono due ecologie: l’ecologia superficiale e l’ecologia profonda. La prima si limita a gestire quelle che sono le nostre risorse vitali, la seconda mette in discussione un modello di società e di economia fondata sulla crescita della produzione delle merci e dei consumi. Se per l’ecologia superficiale bisogna salvare il mare per poter fare il bagno in acque pulite e avere ancora pesci da mangiare, per l’ecologia profonda bisogna salvarlo non soltanto per questi motivi, ma perché ha un valore in sé. Il mare è sacro. Certamente proteggere l’ambiente naturale con leggi e depuratori, conservare zone protette, ridurre l’inquinamento e i consumi con tecnologie meno invasive e nocive è utile, ma, ammesso e concesso che questo sia fatto, non basta. L’ecologia superficiale è come una nave che avvertendo il pericolo di andare a sbattere contro un iceberg cerca di rallentare la sua corsa, ma non cambia la rotta, come invece suggerisce l’ecologia profonda.
- La civiltà industriale ha ormai imposto a tutti i popoli della terra uno stesso stile di vita. Le macchine, i computer, i cellulari, tutto concorre a catturare la nostra attenzione, a imporci una certa fissità dello sguardo, a farci guardare solo avanti e mai in alto. Abbiamo insomma perduto la dimensione verticale dell’esistenza. Quanti di noi sollevano ancora il capo verso il cielo durante la loro giornata? Quanti di noi conoscono i nomi delle costellazioni o si fermano a guardare il volo degli uccelli o la tempesta senza provare il bisogno di fotografarli e mettere le foto in rete? Quanti di noi cercano di non mettere al centro del mondo il proprio Io? Come malinconicamente osserva il poeta: «Questa è l’età della nostra assenza dal mondo, anche se lo abitiamo ancora».
- La questione ambientale nasce con la civiltà industriale, con una visione antropocentrica che contrappone uomo e natura vivente e considera la natura vivente come mera utilità, come risorsa economica senza porre freni alla avidità dell’uomo, come accadeva invece nelle civiltà tradizionali che riuscivano a preservare un equilibrio dinamico tra uomo e natura e non conoscevano i “raffinati” concetti economici di PIL, di crescita, di spread, ecc. Non ci possiamo salvare senza mettere in discussione il paradigma della nostra civiltà, che è la crescita con il relativo mito del progresso. Come ben sostiene il filosofo dell’ecologia profonda, Guido Dalla Casa, la civiltà industriale non fa altro che sostituire «materia inerte (fabbriche, città, strade, impianti, macchine) al posto di sostanza vivente (foreste, paludi, praterie, savane, barriere coralline)».
- Ci sono domande – quelle filosofiche per eccellenza – per le quali non c’è mai una risposta definitiva. Sono quelle a cui nessuna istituzione può rispondere, perché la strada per la verità è sempre individuale e passa dal cuore. L’ecologia profonda è una risposta alla crisi del mondo moderno. Come suggerisce il poeta americano Wendell Berry: «Fate le domande che non hanno risposta. Investite nel millennio. Piantate sequoie. Dite che il vostro principale raccolto è la foresta che non avete piantato, che non vivrete per raccogliere».
- Non c’è verità che possa prescindere dal corpo.
- Si può avere un’anima di tutti i giorni. Ma così si perde la propria anima.
- Il sentimento del tempo è ambivalente: può generare angoscia se consideriamo la caducità delle cose umane, ma anche consolazione se pensiamo che tutto è in movimento.
- La vita è come un pentagramma con le sue note e il suo ritmo, ora adagio ora allegro.
- La vera arte è sempre un dialogo tra un io ed un tu.
- «Si è sempre liberi a spese di qualcuno», dice il Caligola di Albert Camus. Anche per questo non si insisterà mai abbastanza che la libertà è solo uno strumento e mai un fine.
- L’arte autentica ha sempre radice in un sentimento di gratitudine.
- La poesia, al pari delle altre arti, aggiunge un po’ di bellezza alla bellezza originaria del mondo che dobbiamo preservare e difendere.
- Che cosa accomuna lo scrittore umorista e il filosofo? E in che cosa differiscono? Entrambi guardano dall’alto le vicende umane e il mondo come va. E questo li distingue nettamente dall’uomo della strada che vive in pianura immerso nel guazzabuglio della quotidianità e non sa guardare oltre il proprio naso. Sennonché lo scrittore umorista guarda all’umanità da una collina con benevolenza e, tutt’al più, con ironia, il filosofo invece da una montagna con distacco, e a volte con compassione, a «seimila piedi al di sopra degli uomini e del tempo» (Nietzsche). Il filosofo ci parla del vizio e della virtù, l’umorista dell’uomo in carne ed ossa con i suoi vizi e le sue virtù. L’uno è più attento alle cause degli accadimenti, l’altro agli effetti.
- La democrazia rappresentativa è come il costume di Arlecchino: cento colori, un solo vestito.
- Il discorso sulla democrazia non può riguardare la democrazia in sé, ma la natura dell’élite che governa o si accinge a governare.
- La democrazia non è che un’oligarchia mascherata. Il formalismo democratico, parlamentaristico ed elettoralistico, spesso nasconde chi detiene il potere reale, economico, sociale e culturale.
- Qualcuno potrebbe sorridere con aria di sufficienza alla battuta di Céline secondo cui «gli imbecilli costituiscono la maggioranza e, quindi, è fuori discussione che vincano le elezioni!» Ma, a ben guardare, la democrazia si basa su un assioma matematico (uno vale uno) e non sulle competenze, sulle inclinazioni, sulle necessarie differenziazioni che ci sono tra gli uomini. In democrazia conta soprattutto chi ha denaro. Ha ragione Massimo Fini quando afferma che «l’oligarca democratico è un uomo senza qualità».





