
Riceviamo e pubblichiamo un contributo del nostro collaboratore Sandro Marano, militante di vecchia data della causa ecologista, esponente di Fare Verde che ha ricoperto ruoli di primo piano nel movimento suddetto.
Gentile direttore,
il lungo articolo di Michele Salomone apparso su questa testata il 15 gennaio 2025 col titolo “Il fallimento dei Verdi risale al peccato ideologico delle radici di sinistra” mi induce a fare alcune brevi e doverose precisazioni.
Innanzitutto, non mi pare condivisibile l’assunto da cui muove il giornalista secondo cui i Verdi avrebbero dovuto restare un movimento d’opinione e non trasformarsi in un partito politico, o tutt’al praticare l’entrismo candidando propri esponenti in tutti i partiti. Ritengo infatti che sia stata legittima e necessaria, in quel periodo storico, la costituzione di un partito che intendeva porsi come alternativo alle altre forze, conservatrici o progressiste, nella speranza di condizionarle, come del resto aveva sostenuto e suggerito il filosofo dell’ecologia profonda, Arne Naess. Si dice: fu un’illusione. Certo, ma il carattere illusorio di un qualcosa (un amore, un movimento, ecc. ) può affermarsi solo a posteriori, dopo aver vissuto quella illusione che nel momento in cui si vive è speranza, entusiasmo, aspirazione ad una nuova sintesi. In una bella pagina dei suoi “Frammenti di etica” Benedetto Croce, parlando degli amori e delle amicizie tradite, scrive: «Vivevi nell’inganno? Ma l’inganno è inganno nell’atto che lo senti come tale, cioè ora: prima, non era inganno e nemmeno verità: era un tuo sentimento di fiducia e di forza».
E qui veniamo al secondo punto che mi preme sottolineare. Il giornalista fa un’analisi dei fatti da esterno, non avendo vissuto, come il sottoscritto che vi partecipò attivamente, quella stagione che fu di dialogo, di confronto, di reciproche aperture, di collaborazioni proficue tra persone provenienti da opposti schieramenti, come dimostrato dalla collaborazione tra Paolo Colli e Marco Boato o tra Maurizio Pallante e Massimo De Maio. Alex Langer ebbe il coraggio di sostenere pubblicamente che le Liste Verdi non dovevano essere né di destra né di sinistra. E le Liste Verdi rappresentarono davvero, posso dirlo con cognizione di causa, un tentativo di superare il vecchio sclerotizzato schema destra-sinistra in nome della trasversalità della questione ambientale.
È vero che all’interno della Federazione delle Liste Verdi convivevano varie anime, da quella autonomista (Alfonso Pecoraro Scanio, Rosa Filippini, ecc.), a quella legata alla sinistra e a Legambiente (Gianni Mattioli, Massimo Scalia, ecc.) fino a quella fondamentalista (Giannozzo Pucci, ecc.). La bocciatura, a giugno del 1990, dei referendum sulla caccia e sui pesticidi, che non raggiunsero il quorum pur avendo la maggioranza dei SÌ, segnò una definitiva battuta d’arresto per il movimento verde. Ma la sterzata a sinistra cominciò nel dicembre dello stesso anno, come indicavo nel mio articolo, con la fusione con i Verdi Arcobaleno, che portò alla fuoruscita sia di vari esponenti (tra cui il sottoscritto) sia delle correnti non legate alla sinistra. Quindi non ci fu nessun “peccato originale” nella formazione delle Liste Verdi, ma da un certo punto in poi una graduale e sempre più marcata deriva fino all’attuale situazione in cui il sole non ride più.







