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Focus. Maurice Bardèche e la profezia su identità e patriottismo

Pubblicato il 17 Febbraio 2019 da Enrico Nistri
Categorie : Corsivi Cultura Politica
Maurice Bardeche

Maurice Bardeche

Maurice Bardèche non era una persona facile. Era un uomo dalle molte sfaccettature e dalle mille contraddizioni, dietro l’apparenza monolitica di Omero dei collaborazionisti. Era anticomunista, ma portava tutti gli anni un mazzo di fiori al muro dei Federati, in ricordo dei Comunardi vittime della repressione. Forse per questo, quando morì nel sonno, a 91 anni, nel 1998, “Libération” gli dedicò un onesto tributo, ricordandolo come “fasciste patenté” ma anche come “critique reconnu”, nel necrologio a firma di Vincent Noce. Aveva fondato una rivista intitolata “Défense de l’Occident”, ma, lui che non nascondeva le sue simpatie per il fascismo, in un celebre libro che alimentò la confusione mentale di una generazione non nascose la sua stima per Fidel Castro. Pluricondannato per antisemitismo, in un’intervista a Enzo Biagi, raccolta poi nel volume Francia (Rizzoli, 1978), confessò che gli piacevano le sinagoghe e che adorava i ghetti e rimproverava semmai a Hitler di avere rastrellato gli ebrei poveri lasciando in pace “i grossi israeliti perché gli erano utili economicamente”. Ammetteva l’attrattiva sensuale che esercitavano su di lui le giovani ebree, e confessò che fu anche il naso un po’ prominente di Suzanne Brasillach a far scattare al primo incontro la scintilla che l’avrebbe indotto a sposarla.

Suzanne era la sorella di Robert Brasillach, il saggista, poeta, romanziere, giornalista che sarebbe stato condannato a morte per collaborazionismo e fucilato nella prigione di Fresnes. E proprio la morte del cognato, cui lo legavano una profonda amicizia e un fecondo sodalizio letterario, lo spinse a scegliere di schierarsi dalla parte dei “vinti della liberazione”, lui che, fine critico letterario, autore di fondamentali saggi su Balzac e Proust, si era tenuto in posizione defilata durante l’occupazione tedesca. Patrick Besson, anche lui esponente di una sinistra non settaria, disse di lui che “entrò nella Collaborazione dopo la Liberazione”, il che era un modo di portare al massimo grado il suo anticonformismo. In realtà il suo era un fascismo impossibile, fatto più di suggestioni letterarie che di postulati filosofici, il sogno di una società capace di fondere le virtù militari lacedemoni e la raffinatezza della civiltà degli Stati confederati americani prima della guerra di Secessione, evocato nel suo saggio Sparta e i sudisti.

L’incontro nel 1980

Maurice Bardeche

Maurice Bardeche

Chi scrive lo incontrò solo una volta, in circostanze piuttosto burrascose, nella primavera del 1980, all’incontro romano sul fascismo organizzato dalla Fondazione Volpe, l’istituzione culturale creata dall’ingegner Giovanni Volpe per onorare la memoria del padre, il grande storico dell’età medievale e moderna Gioacchino, epurato per la sua adesione al regime. Vi parteciparono, insieme a professori o ricercatori universitari come Domenico Settembrini, Zeev Sternhell, J.A. Gregor e Paolo Nello, alcuni esponenti del fascismo “storico” come Nino Tripodi, all’epoca direttore del “Secolo d’Italia”, e lo stesso Bardèche. La convivenza non fu semplice. I nodi vennero al pettine quando Tripodi, infastidito da alcune tesi critiche sul fascismo emerse dal convegno, uscì in un intervento in cui sostenne di voler mettere “le cose a posto”; ma a migliorare le cose non contribuì Bardèche, che rivolgendosi allo studioso israeliano Sternhell gli disse, pensando di fargli un complimento, che per essere un ebreo aveva tenuto una relazione molto intelligente e obiettiva. L’insigne autore di Al di là della destra e della sinistra non la prese sportivamente. Ne nacque un comunicato di protesta che comunque non ottenne alcuna ospitalità presso i giornali, abituati a ignorare gli incontri della Fondazione.

Di Bardèche lessi nemmeno ventenne in lingua e in edizione originale il libro forse più famoso, e senz’altro più famigerato: Nuremberg ou la terre promise, il pamphlet in cui attaccava frontalmente il processo contro i criminali di guerra nazisti e che gli costò l’esclusione dall’insegnamento pubblico (lo reintegrò, quando divenne presidente della Repubblica, Pompidou, che era stato suo compagno di studi alla Normale). La sua lettura non mi entusiasmò. A parte l’incipit da manuale (“Io non prendo la difesa della Germania. Prendo la difesa della verità”) vi scorsi più un esercizio retorico, con qualche caduta nella mera sofistica, che un’equilibrata ricostruzione storica. Molte delle sue critiche al processo di Norimberga non erano una novità: anche un Benedetto Croce aveva espresso le sue riserve; e non lo erano le sue critiche al trattato di Versailles. Sul terreno del revisionismo storico sulla seconda guerra mondiale, molte sue tesi furono formulate con ben maggior rigore da quell’enfant terrible del laburismo britannico che fu A.J.P Taylor. La sua negazione, o almeno il suo ridimensionamento, delle responsabilità tedesche nel genocidio ebraico appariva già all’alba degli anni ’70 goffa e settaria. Tradiva in parte il desiderio di difendere la memoria del cognato, che oltre a un fine romanziere e a un grande poeta era stato un convinto collaborazionista, in parte la convinzione che non bisognasse demoralizzare i tedeschi, indispensabili per il contenimento dell’espansionismo sovietico. Non a caso il volume era uscito nel 1948, in uno dei momenti più bui della guerra fredda.

La profezia di Bardeche

Eppure, insieme a molta datata “fuffa” c’era in quel sulfureo pamphlet una forse involontaria componente profetica. Da un lato, quando, per annacquare le colpe tedesche, denunciava non solo i bombardamenti alleati o le violenze dell’Armata Rossa nella Germania occupata, ma anche la ferocia degli europei nei confronti dei popoli colonizzati, Bardèche prefigurava quello che sarebbe stato il dramma della decolonizzazione. Dall’altro prefigurava il nuovo modello di società e di ordinamento internazionale che considerava la logica conseguenza dello spirito del processo di Norimberga, con la sua demonizzazione del nazionalismo, ma anche di ogni sovranità nazionale. Nel 1948, quando gli Stati-nazione di Francia e Gran Bretagna, vinta la guerra, parevano recuperare il loro ruolo egemone, Bardèche intuiva che il processo alla  Germania era stato in realtà un processo allo Stato nazionale, al patriottismo, alla sovranità politica ed economica, e nessuno ne sarebbe rimasto immune, tranne le due superpotenze. C’è un passaggio, a pagina 102, che presenta, pur riferendosi, all’apparenza, al Celeste Impero all’epoca delle guerre dell’oppio, un’incredibile attualità:

“Chi rinuncia al diritto di tassare lo straniero, di ricondurlo fuori della città con le sue mercanzie, di chiudere i porti ai missionari, rinuncia anche alla libertà e a tutti i suoi beni. Che senso ha uno sciopero, che cos’è una conquista sociale in un paese che è costretto ad allineare i suoi prezzi a quelli dello straniero (o esteri? Étranger in francese vuol dire sia straniero, sia estero, ndr)? Questa domanda ci dà la chiave delle nostre presenti difficoltà: non si assicura la vita del proprio popolo se non essendo padroni in casa propria e respingendo lo straniero. Ma la nuova ‘costituzione del mondo’, come dice il presidente Truman, ci invita a fare il contrario. Questa politica ha un nome: tre quarti di secolo fa la si chiamava con pudore ‘la politica della porta aperta’. Siamo divenuti la Cina.”

O ancora (pp. 55-6):

“Non sono solo i tedeschi, siamo tutti noi a essere espropriati. Nessuno ha più il diritto di sedersi nel suo campo e dire: ‘Questa terra è mia’. Nessuno ha più il diritto di alzarsi nella città e dire: ‘Noi siamo i decani (les anciens), abbiamo costruito le case di questa città. Chi non vuole obbedire alle leggi esca da casa nostra (…) Vivevamo sinora in un universo solido di cui le generazioni avevano deposto l’una dopo l’altra le varie stratificazioni. Tutto era chiaro: il padre era il padre, la legge era la legge, lo straniero era lo straniero. Si aveva il diritto di dire che la legge era dura, ma era la legge. Oggi queste basi sicure della vita politica sono colpite da un anatema.”

Bardèche forzava l’interpretazione della realtà a lui contemporanea. Dopo Norimberga resistevano ancora nell’Occidente gli Stati sovrani: la sovranità limitata riguardava solo le nazioni occupate dall’Armata Rossa. Ma prefigurava una realtà che ha incominciato a inverarsi dopo la fine della guerra fredda e che oggi assume dimensioni allarmanti, con la demonizzazione da parte di organi internazionali sempre più esenti dal controllo popolare di ogni misura protezionistica e di ogni chiusura delle frontiere. Dobbiamo per questo considerarlo un profeta? Sì, ma un profeta che sbagliava. A demonizzare il concetto di patria e di Stato nazione, a porre le premesse per la crisi della sovranità nazionale, non fu il processo di Norimberga; furono per primi i suoi imputati. Il nazionalsocialismo, portando alle più aberranti conseguenze, in una diabolica reductio ad absurdum, valori come l’amor di patria e l’orgoglio di servire lo Stato, pose le premesse per lo sgretolamento dell’universo ideale su cui, da Omero in poi, si era fondata la civiltà di quell’Occidente che Bardèche avrebbe voluto difendere.

@barbadilloit

 

Di Enrico Nistri

4 risposte a Focus. Maurice Bardèche e la profezia su identità e patriottismo

  1. Tutto vero. Ma la vera colpa fu in primo luogo il perdere la guerra… Perderla sul terreno militare e geopolitico, non su quello della propaganda…che sempre si prolunga a difesa delle ragioni dei vincitori…

  2. La Seconda Guerra Mondiale l’hanno vinta due ideologie, il liberalismo e il comunismo, ed è per questo che il concetto di Stato-Nazione è stato affossato. Due ideologie che rappresentano una sciagura per l’Europa. Poi, caduto il comunismo dopo il 1989, ecco il trionfo del liberalismo, che come possiamo vedere sta seminando più danni alla nostra società come mai è accaduto nella storia.

  3. Werner. Secondo me sbagli. La WWII l’hanno vinta gli Stati Uniti e l’URSS, indipendentemente da comunismo e liberalismo. L’hanno vinta perchè avevano più risorse, materie prime, popolazione, armi ecc. e perchè perseguivano, sia pure con presentazioni differenti, un loro chiaro ‘disegno imperiale’. L’URSS voleva dominare quella che certi tuoi amici chiamano “Eurasia” (oggi sarebbe, in quanto a Forze Armate, l’80-90% di Russia putiniana + paccottiglia multicolore europea, quindi del tutto improponibile) e gli USA il controllo degli Oceani e delle vie del petrolio e dell’acqua, succedendo all’Inghilterra…Per gli altri lo Stato-Nazione morì nel 1945…

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